Gioacchino Volpe.
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IL MEDIO EVO.
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Parte 1.
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1965. G. C. Sansoni Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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L'AUTORE.
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Gioacchino Volpe  stato uno storico e politico, nato a Paganica (AQ) il 16 febbraio 1876, morto a Santarcangelo di Romagna l'1 ottobre 1971.
Docente universitario, deputato fu eletto nel cosiddetto listone fascista al Parlamento nella 27esima legislatura, dal 1924 al 1929. Nel 1925 firm il Manifesto degli intellettuali fascisti. Dal 1924 al 1940 fu professore di storia moderna poi nell'Universit di Roma. Durante il regime fascista svolse un ruolo importante. Si adoper presso Mussolini per la liberazione dal confino e la concessione del passaporto a Nello Rosselli, suo vecchio allievo, e ad alcuni amici dei Rosselli, tra cui Piero Calamandrei.
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Accademico dei Lincei dal 1935 al 1946, diresse fino al 1943 la Scuola di storia moderna e contemporanea e fu direttore della sezione storia medievale e moderna dell'Enciclopedia Italiana dal 1925 al 1937. 
Dopo l'armistizio di Cassibile ader alla Repubblica Sociale Italiana e per questo, alla fine della guerra, fu allontanato dall'insegnamento e si dedic completamente agli studi storici. 
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Il sovrano Umberto secondo, dall'esilio, lo insign dell'Ordine al merito civile di Savoia per meriti scientifici. Con Regie Patenti del 16 febbraio 1967 il sovrano gli attribu il titolo ereditario di conte. Il figlio primogenito Giovanni fu un noto editore.
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Ad Elisa, compagna fedelissima, di lavoro di gioie di pene.
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Indice di questa parte.
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Prefazione alla prima edizione.
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1. IL MONDO ROMANO.
1. Fenici e Greci nel Mediterraneo - 2. Roma e la sua conquista - 3. Unit romana - 4. La crisi costituzionale e l'Impero.
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2. NUOVE FORZE: IL CRISTIANESIMO.
1. Idee morali - 2. Cristo, il Vangelo, i primi Cristiani - 3. Persecuzione, riconoscimento, libert, trionfo - 4. Impero e Chiesa, Romanit del Cristianesimo.
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3. ALTRE FORZE NUOVE: I GERMANI.
1. Primi contatti e primi urti - 2. Crisi, decomposizione, divisione dell'Impero - 3. Le invasioni, il crollo dell'Impero - 4. Restaurazione imperiale e conquista longobarda.
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4. LATINITA' E GERMANESIMO.
1. Differenze e contrasti iniziali... - 2. ...ma anche solidariet e collaborazione - 3. Livellamento ed avvicinamento - 4. Dopo tre o quattro secoli dalle invasioni.
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5. L'ORIENTE ROMANO: BISANZIO.
1. Differenziamento e opposizione - 2. Opere di civilt romano-bizantine - 3. L'ordine romano e i barbari - 4. Influsso di Bisanzio fra Slavi, Bulgari, Romeni.
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6. GLI ARABI.
1. Albori di rinnovamento - 2. La grande rivoluzione - 3. Sorgere e declinare di un nuovo Impero - 4. Unit morale del mondo islamico.
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7. LE NUOVE MONARCHIE BARBARICHE D'OCCIDENTE.
1. Angli, Sassoni, Visigoti - 2. Una forte monarchia: I Franchi - 3. Una debole monarchia: I Longobardi - 4. Catastrofe longobarda e inizio di storia italiana.
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8. L'IMPERO CRISTIANO, ROMANO, GERMANICO.
1. La nuova unit d'Occidente - Impero e Papato - 2. Carlo Magno - 3. Vita economica e cultura entro i limiti del nuovo Impero - 4. Come l'Impero franco si dissolve.
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9. LE VICENDE MEDIEVALI DELLA RICCHEZZA, DELLE CLASSI, DELLO STATO.
1. La terra: concentramento fondiario e aristocrazia fondiaria - 2. Decadenza di uomini liberi e di Re - 3. Lo Stato feudale - La Chiesa nell'et feudale - 4. L'Italia e il Regno d'Italia attorno al Mille.
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Fine Indice.
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Prefazione alla prima edizione.
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Questo volume, iniziato nel 1917 in certe mie notti quasi insonni, fra un "giro d'ispezione" e l'altro, attraverso il dedalo delle sentinelle vigilanti (e spesso dormienti) sopra le officine di guerra di Castellazzo di Bollate, venne alla luce nel 1921 come smilzo volumetto della "Biblioteca Rossa" di Milano ("rossa", giusto per intenderci, dal colore della sua copertina), per i frequentatori dei corsi di quella Universit popolare. E con questo nome, sotto lo stesso titolo di "Medio Evo", sebbene si arrestasse a Carlo Magno ed al rinnovato Impero, esso entr in circolazione, piacque a molta e varia gente in Italia, se ne chiese anche una traduzione all'estero, taluni ne invocarono la continuazione. Eccoli ora accontentati! Ed auguro a loro ed a me che il pi voluminoso "Medio Evo" valga ed abbia la fortuna del piccolo "Medio Evo" d'allora. Se esso lo meriti, lo giudicheranno i lettori. Ai quali io non chieder venia dei difetti e delle lacune del libro: di queste venie non se ne chiedono, perch a scriver libri nessuno ci obbliga. Ad essi dir solo che non si attendano grandi novit ne profondi pensamenti; ma solo una visione abbastanza unitaria ed organica, un profilo abbastanza nitido, una ricostruzione abbastanza personale di una determinata epoca della storia dell'Europa e di qualche zona pi vicina ed afone e pi strettamente legata a quella. Intendo di quell'Europa che ebbe, in quei secoli, una storia ed ebbe un suo centro nel piccolo e grande mondo romano-germanico, pi romano o pi germanico che fosse, e particolarmente in Italia, Francia, Germania. Io non ho raccontato tutto per filo e per segno, n ho diviso e suddiviso scolasticamente la materia; ma proceduto molto alla brava, traendo fuori della "incongesta moles" quel tanto che a me sembrava essenziale ed attuale per il pubblico a cui intendevo rivolgermi. Cio non per gli studiosi di professione e neanche per gli incolti, ma per i giovani studenti medi e universitari, per gli insegnanti a cui riesce di facile trovar libri che non siano testi scolastici o grossi volumi enciclopedici, per le persone mezzane a cui non dispiace ripercorrere le vie dei secoli, con l'aiuto di una esposizione che a me, se la paternit non mi inganna, pare viva, calda, serrata, non troppo analitica da smarrircisi dentro, non troppo sintetica da perdere di vista la concreta realt. Questo mio libro esce a cinque anni di distanza dallo smilzo volumetto della "Biblioteca Rossa". E, dopo cinque anni, io non garantisco che l'intonazione dei nove capitoli aggiunti sia la stessa dei primi otto scritti allora. Forse quelli sono meno "popolari" ed un po' pi complessi e un po' pi travagliati dallo sforzo di andare a fondo e coordinare gli aspetti diversi dello sviluppo storico e rendere la "vita". Ma la materia stessa si  fatta, cammin facendo, pi complessa. Tutta la storia , in verit, complessa; e non esiste epoca primitiva o barbarica che non abbia i suoi misteri e il suo mistero. Ma siamo noi che, pi la storia si avvicina a noi e pi le chiediamo molte cose, perch molte pi cose essa pu offrirci intelligibili a noi, utili a noi, non curiosit ma cose vive, non avanzo inassimilabile ma buon nutrimento.

GIOACCHINO VOLPE.
Da Roma, aprile del 1926.



Capitolo primo.
Il mondo romano.


1. - FENICI E GRECI NEL MEDITERRANEO.

Dal Ventesimo al Quarto secolo prima di Cristo, i Fenici, piccolo popolo di piccolo territorio montuoso e roccioso lungo le coste della Stria, erano riusciti a dare una certa unit economica e certi comuni elementi di coltura ai paesi mediterranei. Pescatori prima, poi mercanti e pirati abilissimi e audacissimi, essi avevano solcato in ogni senso quel mare; ne avevano frequentato le isole grandi e piccole e tutte le regioni costiere fino all'Atlantico, al mare del Nord, al Baltico; vi avevano importato prodotti della loro industria ed esportato derrate agricole, metalli, schiavi; fondato colonie, e diffuso forme di religioni e di culti, usi mercantili vari eccetera Palermo, Cagliari, Malta, Marsala, Cadice, Malaga, Cartagine eccetera, erano sorte e cresciute per opera dei Fenici quasi pietre miliari o stazioni lungo il loro cammino.
Nei secoli della decadenza fenicia, altra gente aveva preso il loro posto nel Mediterraneo, raccogliendone quasi l'eredit, proseguendone ed allargandone l'azione, con risultati pi visibili, pi durevoli, pi decisivi: i Greci. Feconda di conseguenze, specialmente, era stata la emigrazione, a ondate successive, di quella miriade di piccoli gruppi eolici, dorici, ionici che, spinti dalla pressione di altri popoli alle spalle, dalla sterilit del paese, dal fascino del mare ricco di promesse al navigante, dall'esempio dei Fenici, da un singolare genio migratorio e mercantile, avevano poi messo fitte radici nei paesi bagnati dal Mar Nero, dall'Egeo, dal Jonio, dal Tirreno, ed avevano dato loro una impronta spiccatamente greca nel linguaggio, nelle istituzioni cittadine, nei prodotti dell'arte e del pensiero, nei costumi pubblici e privati, pur soggiacendo pur essi all'influsso vario e diverso dei vari ambienti, come chiaramente apparve nella italiana Magna Grecia. Con Alessandro Magno (356-23 a. C.), poi, apparso come il genio armato e vittorioso della stirpe, come il sistematore politico di questo secolare lavorio, si era organizzato un vasto sistema unitario di Stati, un grande Impero che andava dall'Adriatico al Caspio, all'India, al deserto libico, ed aveva in Rodi ed Alessandria, fondazione greca ambedue, nei punti d'incontro dell'Asia e dell'Europa, dell'Asia e dell'Africa, due grandi centri, fortemente pulsanti.


2. - ROMA E LA SUA CONQUISTA.

Pi grande, pi solida e duratura costruzione compi Roma, cresciuta quando gli altri declinavano e divenuta ben presto il massimo ed ultimo centro di energie nel mondo antico, intermediaria fra Occidente ed Oriente, fra civilt antica e moderna. Utilizzando e proseguendo con diverso genio il lavoro compiuto dagli altri, nutrendosi di ricco humus etrusco, giovandosi, nei suoi inizi, specialmente di quel che le colonie greche dell'Italia meridionale avevano fatto nel campo del pensiero e dell'arte, essa allarg verso ovest e nord oltre che a sud e ad est l'opera di civilt e di unit, ingrand e gett le basi della moderna Europa, fece di s e dell'Italia la base e il fulcro di un nuovo organismo mondiale. Impresa meravigliosa, impresa quasi miracolosa, voluta da Dio, come fermamente i Cristiani crederono pi tardi, quando essi e la Chiesa cattolica ne raccolsero il frutto; impresa al cui confronto non regge neanche quella dell'Impero coloniale britannico, che pure suole esserle paragonata dai moderni glorificatori della Gran Bretagna.
Cominci quasi dal nulla. Sino al Quarto secolo, Roma non  se non una piccola citt di pastori, agricoltori, artigiani, mercanti, sorta sul basso Tevere, in luogo adatto alla difesa ed al commercio; un piccolo "Stato di citt", come ce ne furono infiniti nel mondo antico. Essa capeggiava, tuttavia, una federazione di altre citt del Lazio. Nel secolo Quarto, Roma, favorita dalla posizione che ne faceva il punto d'incontro di popolazioni diverse, anche molto progredite, come gli Etruschi, comincia ad imporsi nella Lega latina ed a farsi capo di una pi grande confederazione di citt dell'Italia centrale e meridionale, da Napoli in gi (anno 326): citt di Sabini, di Umbri, di Etruschi, di Sanniti, di Greci, chiamati ben presto tutti quanti, complessivamente, "Italici", Italiani. Si propaga cos questo nome, che aveva fino allora designato un piccolo popolo dell'estrema punta calabrese e, per estensione, gli abitanti delle colonie greche su la costa jonica e tirrenica a sud di Roma. La supremazia ben presto si mut in dominio; e il dominio da allora si allarg sempre pi, dapprima per necessit di difesa e per bisogno di terre, poi per pi complessi impulsi, per la tutela di vasti interessi commerciali, per cupidigia di ricchezze altrui o di schiavi che erano la indispensabile forza di lavoro, per orgoglio e per spirito imperialistico, sviluppatosi con la grandezza e con la fortuna. Ed i confini furono portati sempre pi lontano, oltre l'Appennino, oltre il Po, oltre il mare, oltre le Alpi, non ostante le opposizioni tenaci di uomini, gruppi e partiti avversi ad ogni successiva annessione; non ostante le fiere discordie fra patrizi e plebei per la eguaglianza civile, per i diritti politici, per la ripartizione ed il possesso delle terre tolte ai nemici; non ostante le sanguinose ribellioni di schiavi che in certi anni sconvolsero mezza Italia. Guerre esterne, guerre civili, guerre servili, si alternarono e si intrecciarono e si influenzarono a vicenda, ma senza che le une arrestassero le altre. Lenta e difficile nei suoi inizi, la conquista divenne sempre pi rapida e relativamente facile, come rapide le conquiste interne della plebe sui patrizi e lo sviluppo demografico della citt. Il Sannio, la Campania, l'Etruria, la Magna Grecia, la Sicilia, la Valle Padana, l'Africa del nord, la costa orientale dell'Adriatico e la penisola balcanica, la Spagna, l'Asia Minore, la Gallia, la Britannia, l'Armenia, la Persia, la Germania, la Dacia, vennero l'una dopo l'altra a far parte di questo grande complesso.
Momento centrale ed essenziale fu la vittoria contro Cartagine, la maggior colonia fenicia nel Nord-Africa e padrona del Mediterraneo. Ad un certo punto del suo cammino, Roma se la trov di fronte; cozz la prima volta con essa in Sicilia, che era quasi il ponte fra l'Italia e l'Africa; le si avvinghi strettamente, la assal in Africa, le resist strenuamente e in ultimo vittoriosamente in Italia, and con il giovanissimo Scipione a cercarla in Spagna dove si era fortemente radicata e la raggiunse di nuovo in Africa, si improvvis Potenza navale per combattere la rivale nel suo stesso elemento. Varia fu la fortuna. Essa sub, per opera di Annibale, grande condottiero dell'antichit, sconfitte memorabili, quasi alle porte del Lazio, al Trasimeno ed a Canne (217-6 a. C.). Ma and sempre innanzi, e specialmente dopo le sconfitte, con indomabile ardore, coraggio, volont, contrapponendo ai mediocri soldati e ai buoni e ottimi capitani di Cartagine, prima i suoi mediocri capitani e ottimi soldati, poi anche un grande generale. Cos fino al trionfo compiuto e definitivo, che fu il trionfo di uno Stato continentale, agrario e guerriero, sopra una grande Potenza marittima e mercantile; il trionfo di un esercito di liberi agricoltori ancora rozzi, sopra un esercito di mercenari, moralmente male armato; il trionfo della nascente Europa e delle sue stirpi contro l'Africa dei semiti, dei berberi, del vario miscuglio etnico. Cartagine, rasa al suolo da Scipione Emiliano (anno 146), scomparve dalla vita del mondo e il Mediterraneo fu romano. Il dominio di quel mare rappresent per Roma la condizione di ogni ulteriore sviluppo, il mezzo per dar unit ai territori conquistati, per imprimere un'orma durevole, la propria orma, su tutte le genti sommesse al suo dominio. Minuscolo il punto di partenza: una piccola citt murata sul colle palatino e poi sopra i sette colli che gli facevano corona. Grandioso il punto d'arrivo: un grande impero che giungeva, approssimativamente, al Danubio ed al Reno, all'Oceano Atlantico e ai deserti d'Africa e d'Arabia, all'Eufrate ed alle steppe sarmatiche; un grande Impero "di cui nulla vide pi grande il sole", come canter poi il Poeta.



3. - UNITA' ROMANA.

Tutte le gradazioni e forze di civilt erano rappresentate nel cerchio di questo Impero, dai barbari montanari della Caledonia ai civili Ebrei, il "popolo eletto", agli abitatori delle citt greche, depositari di una antica e raffinata civilt di cui erano orgogliosi, superiore a duella stessa dei Romani e capaci di imporsi ai Romani, vinti e vincitori insieme. Ma a mano a mano che si formava e si ingrandiva, l'Impero anche si organizzava, si livellava, si assimilava nelle sue varie parti, per la intensa vita che dentro attivamente vi circolava. La popolazione si muove, si sposta, si mescola entro i confini. Centinaia di colonie sono dedotte da Roma e dall'Italia, specialmente verso occidente. Milioni di schiavi di ogni paese e per ogni paese sono gettati sul mercato, vanno a popolare i latifondi, penetrano nelle case dei ricchi, si insinuano in ogni connessura della vita romana, portano e diffondono in ogni ambiente, specialmente nella metropoli, la conoscenza di estranei linguaggi e culti religiosi e costumi vari. Le legioni sono reclutate da per tutto, e vengono mandate per lunghe dimore presso i confini, mentre ai veterani si distribuiscono terre anche lontanissime dalla loro patria. Grandi citt, come Roma, Cadice, Milano, Brindisi, Alessandria, Bisanzio eccetera, raccolgono una popolazione varia e quasi cosmopolita, importano da ogni dove ci che consumano, sono sede di attivit mercantile esercitata da Italiani, Greci, Arabi, Siriaci, Ebrei, Spagnoli, ed alimentata specialmente dalle merci di lusso che trovavano appunto nelle citt il principale mercato. Poich  noto che al resto si provvedeva in gran parte con le risorse locali, dato il prevalente regime ad unit economiche chiuse, cio capaci di bastare a se stesse anche industrialmente, fossero latifondi o piccole propriet fondiarie. Rendono pi agevole e promuovono questa attivit mercantile e, in generale, ogni forma di relazioni sociali entro il grande conglomerato romano, oltre il dominio del Mediterraneo, la magnifica rete di strade che Roma distese per ogni direzione: in parte, le strade stesse lungo le quali anche oggi, dopo secoli e millenni, si incanala il movimento degli uomini e delle merci. La promuovono anche la libert nei rapporti commerciali tra provincia e provincia, dopo abbattute quasi del tutto le barriere doganali; la repressione energica della pirateria, merc vere e proprie campagne navali condotte nell'Adriatico e nei mari del Levante; la perfetta pace assicurata entro le frontiere. Infine, il commercio, come il cambio delle monete, il prestito del denaro, i grandi appalti per opere pubbliche o per riscossioni di imposte dnno vita ad una classe di capitalisti che assai contribuisce a modificare il carattere ed i costumi della societ romana, gi fatta di agricoltori, e che rappresenta, con la sua coltura, le sue abitudini di vita, i suoi interessi economici, una forza unificatrice assai operosa entro le varie genti che si sono piegate o hanno spontaneamente acceduto alla legge di Roma.
Per opera di costoro, soldati, agricoltori e plebe, fatti coloni; per opera di mercanti ed affaristi, a cui si aggiungono presto scrittori e poeti, una relativa omogeneit non etnica o di razza, ma spirituale, prendeva il posto della variet antica. Naturalmente, con impronta romana fortissima. Poich la forza viva e motrice, lo spirito che ogni cosa informa di s, , essenzialmente, uno solo: Roma, o se si vuole, l'Italia; l'Italia centrale innanzi tutto. Parte da Roma, appunto, ed a Roma fa capo, nel Foro, la raggiera delle lunghe strade che allacciano fra loro le regioni dell'Impero; Romani e Italici o Italiani romanizzati sono i coloni che fondano e popolano le cento e cento nuove citt della valle padana, della Spagna, della Gallia, dell'Africa, E la lingua che essi parlano e diffondono, facendo quasi scomparire le favelle nazionali, era quella di Roma, anzi della plebe romana, fondamento dei vari idiomi volgari che fioriranno pi tardi nell'Europa mediterranea. E romani sono il diritto e le idee giuridiche, il piano di fondazione delle nuove citt, gli ordinamenti municipali che si trapiantano da per tutto ed in molti luoghi vivono tanto da servir di base agli istituti delle citt medievali, le forme architettoniche che si fissano quasi per l'eternit negli archi trionfali, nei ponti, negli acquedotti, nei circhi di che il mondo romano fu ed  ancora tutto popolato. Ed il lavoro che per ogni dove comincia a compiersi, nel campo letterario, giuridico, artistico, anche da parte di non romani, appare come contributo ad una attivit che  essenzialmente romana. La quale, tuttavia, quanto pi si allarga l'Impero e crescono le suggestioni varie che ai Romani venivano dal di fuori; quanto pi cresce e si perfeziona la collaborazione dei provinciali; tanto pi perde l'angusto carattere originario, quel che di gretto e particolarista le derivava dall'essere emanazione di un piccolo popolo quasi chiuso in se stesso, ed acquista un carattere universale, un contenuto umano, creazione del mondo per la vita del mondo. Questa impronta romana e pure universale  meno forte e duratura nei paesi di vecchia ed ormai un po' irrigidita civilt, come in Oriente, dove Greci ed Ebrei rimasero sempre in posizione di orgoglioso antagonismo, di fronte ai Romani ed alla loro coltura, e seguitarono sempre nell'uso della propria lingua nazionale. Ma essa  particolarmente visibile nei paesi che Roma trov vergini, nell'infanzia della loro esistenza spirituale e sociale, come ad esempio la Gallia e la Spagna. Naturalmente, non deve credersi che anche qui tutta la vita preromana scomparisse, in modo speciale il temperamento, certe attitudini ed abiti mentali collegati con l'ambiente fisico e con la razza e perci quasi innati e organici. Anche oggi, questi elementi originari sono come l'invisibile fondamento su cui poggiano le varie nazioni e ne spiegano certe differenze, tenacemente persistenti: sebbene sia assolutamente arbitrario fantasticare su ci che quei popoli avrebbero potuto essere senza Roma e rimpiangere che Roma abbia deviato quelle nascenti civilt dal loro originario corso. La storia non  tutta una "deviazione"? Senza "deviazioni" non vi sarebbe sviluppo, cio non vi sarebbe la storia stessa.
Con l'unit politica ed economica, con la relativa e crescente omogeneit di coltura, si attua pure la eguaglianza giuridica dei popoli ed individui abitanti nel vasto Impero. Ed anche qui,  eguaglianza in Roma. Il mondo diventa giuridicamente romano ed a questa romanit si attacca con orgoglio. "Civis romanus sum", potr dire a suo vanto, dovunque egli vada, il nativo delle Gallie o di Dalmazia, d'Africa o di Siria, ammesso al godimento dei diritti del cittadino romano. Cominciarono i Gracchi, nel Secondo secolo, a voler allargare il cerchio ristretto dei cittadini, concedendo il beneficio delle leggi agrarie e la cittadinanza agli Italiani tutti, allo scopo di pacificare l'Italia, di allargare la base dello Stato di citt, di rafforzare il popolo di Roma contro i patrizi. La geniale iniziativa, che avrebbe dato vita ad uno Stato italiano, non ebbe fortuna per il momento. Ma pochi anni pi tardi, durante l'aspra guerra sociale mossa dagli alleati italici a Roma per aver parit di diritti politici che li compensasse dei sacrifici fatti a vantaggio suo, il console Lucio Giulio Cesare concesse la cittadinanza, prima a quelli che avessero deposto le armi, poi a tutti gli abitanti fino al Po. Il nipote suo, finalmente, il pi grande Giulio Cesare, estese anche ai Traspadani la cittadinanza, e qualcosa di simile larg ai Siciliani. Cos il nome "Italia" abbracci per la prima volta la penisola dalle Alpi al Jonio, e Roma non fu pi signora, ma, quasi, capitale.


4. - LA CRISI COSTITUZIONALE E L'IMPERO.

A questo punto si risolse la crisi costituzionale, che era latente da tempo, e su le rovine della Repubblica sorse la Monarchia. Il titolo di Imperatore, che prima era dato, temporaneamente, al generale vittorioso, fu assunto da Giulio Cesare e pass ad indicare il capo dello Stato, investito di un potere sempre pi assoluto. Dobbiamo considerare questa trasformazione, che  tra i fatti pi grandiosi e complessi nella storia dell'umanit, come una conseguenza di necessit militari che mettevano in mano ad un condottiero, nelle continue lunghe e lontane guerre, un potere grandissimo, a cui era difficile segnare limiti; conseguenza dell'ingrandimento territoriale di Roma, per cui le magistrature repubblicane annue, collegiali, circoscritte nelle loro attribuzioni, non bastavano pi ai nuovi compiti; conseguenza della parit giuridica ormai stabilita fra Romani ed Italiani, la quale non consentiva pi che i funzionari di uno Stato di citt, scelti entro un ristretto numero di famiglie cittadine, seguitassero a governare uno Stato di milioni di uomini, ammessi alla cittadinanza; conseguenza infine dell'esaurimento dell'aristocrazia, non pi capace di infrenar le ambizioni dei singoli cittadini, della corruzione politica del popolo diventato una grande plebe amorfa, del disinteresse crescente per la cosa pubblica, del bisogno di protezione dei provinciali sfruttati e dei deboli oppressi. Cos la maggiore ampiezza dello Stato, le sue cresciute necessit, la sua nuova organizzazione, la mutata struttura sociale si ripercossero sopra la forma di governo e portarono alla monarchia. L'ambizione personale di Giulio Cesare e di Augusto fu solo un elemento accessorio, poich essa si discopre in tutta la sua forza e si fa valere solo nel nuovo e favorevole ambiente, che si  formato dopo secoli di conquiste territoriali, di sviluppo demografico e democratico.
L'Impero, frutto della cresciuta unit ed eguaglianza entro l'ambito delle terre soggette a Roma, le unific ed eguagli ancor pi. Fu una mutua azione. Caracalla concesse nel 212 d. C. la cittadinanza a tutti i liberi dell'Impero stesso. Dove era stata, in origine, una miriade di comunit cittadine e rurali isolate o solo temporaneamente, qua e l, riunite in federazioni regionali; dove poi si era, per opera di Roma, organizzata una vasta ed unica federazione che aveva rappresentato un tipo nuovo di Stato; ora tutti gli elementi particolari si disciolgono e annullano in una unit superiore, l'Impero romano. Il conglomerato si  fatto una massa eguale e compatta, un grande Stato mondiale che ha un solo diritto, che cerca equilibrare e neutralizzare le forze cozzanti, che non si propone pi lo sfruttamento di una parte a vantaggio dell'altra. La citt di Roma, che si era quasi fusa nell'Italia, si fonde ora nel mondo, che ha nell'Imperatore il segno tangibile della sua unit e della sua interna eguaglianza. I primi Imperatori sono di famiglia romana, anzi di determinate famiglie romane; poi, per un paio di secoli, quasi tutti escono dalle varie terre della penisola. Infine, sono Spagnoli, Africani, Illirici, ed ogni classe sociale li fornisce o pu fornirli. Ad ogni uomo  aperta dinanzi la via dell'Impero, pur che voglia e sappia percorrerla. E gli Imperatori risiedono a Milano, a Ravenna, a Costantinopoli, a Nicomedia, oltre e pi che a Roma. E dovunque essi risiedono, qui  la capitale. Sta ai loro cenni un esercito di funzionari, parzialmente di origine servile; creazione nuova, nell'insieme. L'Imperatore li nomina, li paga, li sorveglia, li destituisce. Formano il suo braccio, lo strumento cieco della sua volont, ora che sono scaduti l'antica dignit e orgoglio degli uomini liberi e sono esautorati le classi e gli organi dirigenti dei municipi. L'Imperatore  capo dell'esercito e Pontefice Massimo, cio ha la direzione suprema del culto. In lui, il diritto di far pace e guerra, di fondare colonie, di ordinare municipi, di dar cittadinanza e la libert di designare il successore. Legislazione e giurisprudenza emanano, direttamente o per via indiretta, da lui, mentre  cessata ogni funzione legislativa dei Comizi popolari, il cui destino era troppo legato a quello dello Stato di citt.
Questo accentramento, livellamento, assolutismo che, dopo Cesare ed Augusto; procede per gradi, raggiunge il suo culmine alla fine del Terzo secolo d. C., con Diocleziano, sistematore e quasi secondo fondatore dell'Impero, e, dopo di lui, con Costantino. Allora cade quel po' che rimaneva di origine cittadina nell'ordinamento dello Stato, allora scompaiono le ultime tracce della posizione privilegiata dell'Italia nell'Impero, allora il sistema burocratico tocca la perfezione e nell'ordinamento di certi suoi uffici si intravede lo Stato moderno. L'Imperatore invade anche la sfera della vita economica privata, per regolare le professioni, la produzione ed il lavoro. Si legano alla gleba i coloni liberi, ereditariamente; e si legano alla loro classe, ormai casta, i decurioni dei municipi, cio i proprietari, perch non venga a mancare con la loro scomparsa chi riscuota le imposte e sia garante della riscossione. Ereditaria anche la milizia, obbligatori ed ereditari tanti mestieri e professioni fornai e macellai, addetti al trasporto del grano o dei combustibili, minatori e mugnai. Diocleziano non esita neppure dinanzi al tentativo di fissar con una legge, definitivamente, prezzi e salari: una specie di socialismo di Stato, come si  detto da taluni. E pi le forze sociali, in questo organismo troppo grande e complesso, si indeboliscono, si rilasciano, perdono capacit di lavoro autonomo e di proprie iniziative; pi si fa necessaria, minuziosa, tirannica la legge che scende dall'alto e si insinua da per tutto e regola o vuol regolare tutti i rapporti della vita pubblica e privata. Il bene pubblico, l'interesse pubblico, anche quando non  che il bene e l'interesse della ormai onnipotente burocrazia, diventa una specie di crudele divinit a cui si immola ogni residuo di libert, ogni esigenza di classi, gruppi, individui. Ed essa si incarna nell'Imperatore, specialmente da Diocleziano (anno 284-305) in poi. Egli accentua il carattere sacro, quasi sovrumano della istituzione. Se pure non scompaiono ancora, con questo Imperatore, gli antichi titoli delle varie magistrature repubblicane che il capo dello Stato aveva assunto, ad indicare come egli ripetesse dal popolo la sua autorit; scompare tuttavia ogni traccia di origine e carattere repubblicano di questa autorit, pur realizzando egli una perfetta uguaglianza entro la massa degli uomini liberi e distruggendo l'antica altissima barriera fra liberi e servi, quelli premuti dal dispotismo imperiale, questi protetti, sollevati, tenuti in maggior considerazione. L'Imperatore  il "dominus", cio signore e padrone, in tutto distinto dai sudditi, quasi servi. Indossa ricchissime vesti, porta diadema sul capo, regna per grazia di Dio,  Dio addirittura, ha statue, templi, collegi di sacerdoti ed esige culto divino dai sudditi, perseguitando le religioni che a tale culto, prestato ad uomo mortale, ripugnano. Non altrimenti accadeva e accadde nelle grandi dispozie orientali, di cui in Europa qualche traccia si  conservata fino a ieri, nella Santa Russia e nell'Impero ottomano. E forse un po' contribu a dare siffatto carattere all'Impero fondato da Roma l'origine orientale di molti Imperatori, la lunga loro dimora in Oriente, e finalmente il trasporto della sede imperiale a Bisanzio, antica colonia greca, che Costantino elegge a capitale ed a cui d il suo nome: Costantinopoli. Da allora, l'Impero quasi succhi dal terreno ed aspir dall'aria gli elementi orientali, si estrani sempre pi dall'Occidente, inaugur una nuova storia e lasci in Occidente il campo libero ad altre e diverse istituzioni, ad altre forze politiche, ad altri concetti dello Stato: salvo l'azione che fin verso il mille potr ancora esercitare dai superstiti territori dell'Italia meridionale dove rimase aggrappato.



Capitolo secondo.
Nuove forze: il Cristianesimo.


1. - IDEE MORALI.

Al tempo di Costantino, sul principio del quarto secolo, la grande unit dell'Impero romano ha gi ricevuto un nuovo suggello, quello della religione, prima pagana e politeista, ora cristiana e monoteista. Non solo una comune lingua e comune diritto e comune orgoglio, ma anche comuni credenze religiose. In origine, ogni citt, cio ogni Stato, come era un circolo chiuso nei rapporti politici ed economici, cos era anche chiuso nei rapporti della religione. Ognuna aveva i suoi Dei, i suoi culti speciali, i suoi collegi di sacerdoti, anche se spesso vi era, nei popoli affini come i Greci, i Celti, le varie gemi italiche, un sostrato di credenze comuni ed anche qualche grande festa religiosa comune, in cui si esprimeva la originaria consanguineit. Ma con la conquista e con l'accentramento, si ebbe una serie di scambi e di influssi reciproci nell'ordine dei concetti generali e delle manifestazioni esterne della vita religiosa. Dettero tutte le religioni qualcosa di s alle altre, ricevettero tutte qualcosa dalle altre. I grandi centri urbani, poi, Roma soprattutto, divennero quasi luogo di raccolta di tante religioni gi diverse, che la convivenza e la perfetta eguaglianza di fronte allo Stato avvicinarono sempre pi le une alle altre. Contribuisce in ultimo a questo avvicinamento anche il discredito in cui tutte pi o meno cadono, vuoi per indifferentismo, vuoi per quello scetticismo religioso che spesso  momento preparatorio e condizione per una religione nuova, vuoi infine per un profondo bisogno e quasi attesa di un'altra e diversa parola, capace di parlare a cuori doloranti e ansiosi, meglio che non parlassero ormai i vecchi idoli, lucenti d'oro e muti. Questa parola venne: prima, fioca e derisa dai pi; poi, gagliarda e travolgente. Il suo luogo di diffusione non fu Roma, ma l'Oriente, il paese di tutte le religioni dell'antichit. Ed ebbe le radici prime in una antica e orgogliosa, quasi eroica, stirpe semita, venuta nella Palestina dall'Arabia, grande matrice di popoli, a svolgervi, affatto indipendentemente da Roma, una sua propria civilt: gli Ebrei. Tuttavia, trov il mondo romano disposto a riceverla, risultandone cos un intimo contatto quasi fra due mondi, prima estranei l'uno all'altro, ed un allargamento, un arricchimento dell'orizzonte spirituale romano: disposto, il mondo romano, non solo per certe sue condizioni generali, come sarebbe appunto la unit politica, la relativa omogeneit morale, la crisi religiosa; ma anche per la diffusione che vi avevano avuto in precedenza, con qualche influsso anche su la vita pratica, idee e sentimenti morali che presentavano non poca affinit con quelli di cui Cristo e i discepoli suoi si fecero banditori. Gi nel primo secolo dell'Impero, ad esempio, si tendeva a riconoscere che il lavoro umano ha, di per s, valore e diritti; che il servo  anche esso un uomo e deve essere rispettato; che la schiavit non ha fondamento nella natura, come aveva detto Aristotele, ma nelle vicende umane che riservano destino diverso ad uomini nati eguali; che vi , al di sopra dei vari diritti positivi, un diritto naturale basato sull'equit e comune a tutti gli uomini in quanto uomini, a qualunque paese e condizione appartengano.
Bisogna certo pensare a tutto un profondo mutamento nella struttura economica e sociale del mondo antico, nelle condizioni del lavoro eccetera, per spiegare l'origine e la diffusione o il credito di siffatte idee e quel tanto di applicazione che esse trovarono nelle leggi degli Imperatori. I quali, superiori alle classi e interessati ad eguagliarle, abbassando i superbi e sollevando i deboli; portati per l'origine e natura loro ad accogliere e sanzionare tutti quei principi giuridici e morali che potevano rendere meno difficile la convivenza di tante genti diverse, potevano essere buoni interpreti della nuova coscienza morale. Notevole, ad esempio,  la legislazione protettiva degli schiavi fra il primo ed il secondo secolo di Cristo, che culmina con l'imperatore Adriano. Dottrine filosofiche, poi, come lo stoicismo, propagantesi dalla Grecia a tutti i paesi di Occidente, avevano insegnato il disprezzo della gloria e della materiale grandezza, avevano dato l'abitudine all'intimo raccoglimento degli spiriti, soli dinanzi a se stessi ed a Dio. Un uomo tutto compreso di queste dottrine, e vissuto in perfetta coerenza con esse, fu l'imperatore Marco Aurelio (anno 161-80 d. C.), l'autore degli immortali "Pensieri", pieni di tanta umanit e intimit e passione disinteressata per la virt. In via di sviluppo, fra i pagani, era anche il pensiero monoteistico, e la credenza nell'immortalit dell'anima.


2. - CRISTO, IL VANGELO, I PRIMI CRISTIANI.

Ma tutto questo era filosofia e non giungeva, non bastava alle masse. Gli mancava quella forza persuasiva e diffusa che crea gli eserciti di proseliti e agisce durevolmente su la vita esterna degli uomini. Il Cristianesimo ebbe invece tale forza, dovuta, oltre e pi che alle dottrine in s, al fascino miracoloso di una potente personalit, Cristo, che fuse col suo ardore le fredde idee astratte e ne fece cosa viva, attinse largamente dal suo ambiente giudaica, e forse anche altrove, idee religiose e morali preesistenti e varie di origine, diede loro una impronta nuova, le mut in passione e azione.
La predicazione di Cristo aveva il suo centro nell'annunzio (in greco, "evangelion", Vangelo) del Regno di Dio o del Regno dei Cieli, che per lui era, con tutta probabilit, tanto un perfezionamento morale realizzabile mediante interiore comunicazione con Dio, quanto un rinnovamento del mondo per attuare maggiore giustizia e felicit e pace a vantaggio di tutti e, pi, dei sofferenti, degli oppressi. Regno dei Cieli significava cio, nel tempo stesso, qualcosa di interno e di esterno all'uomo, di individuale e di collettivo, di vita spirituale e di vita sociale; risultato della attivit degli uomini singoli e prodotto rapido, rivoluzionario della volont di Dio, quando l'ora segnata da Dio fosse giunta. A tutti, questo Regno dei Cieli si sarebbe aperto, senza distinzione di razza, di popolo, di favella, e non ai soli Ebrei. Rompendo il chiuso circolo nella nazione d'Israele, che si era fatto centro dell'universo ed a cui solo avevano pensato gli antichi profeti e riformatori ebraici, Cristo, romano in ci pi che ebreo, si rivolgeva agli uomini, non ai membri di determinate comunit politiche e etniche. Sola condizione che egli poneva: fare la volont del Padre che  nei Cieli e solo la sua volont, poich non vi  altro Dio fuori di lui; fare esteriori atti di culto ma anche, e pi, sacrificio dei beni mondani; darsi a lui con piena confidenza, con vivo amore, come di figlie a padre. Il Dio di Ges non  pi il terribile Iehova ebraico, armato di spada e giustiziere spietato. E se tutti son figli di Dio, tutti sono anche fratelli, cio tutti si debbono fraternamente amare. All'"odio pel genere umano", rimproverato, un po' a torto e un po' a ragione, dai Romani agli Ebrei, si sostituisce l'amore pel genere umano.
Questo sciogliersi da ogni vincolo nazionale, questo presentarsi ai popoli diffondendo l'idea della universale paternit di Dio e della fratellanza degli uomini, apriva ai discepoli di Cristo la possibilit di una propaganda senza limiti. Ed ecco la predicazione del Vangelo uscir dalla Palestina; ecco Greci e Romani oltre che Ebrei, oppure Ebrei delle citt greche e romane del Mediterraneo orientale - il pi grande e il pi noto  Paolo - spargersi per l'Impero a raccontare di Cristo, a riferire le sue parole e le sue azioni meravigliose, ad annunciare il Regno di Dio. Sono scherniti dapprima, ma poi ascoltati e seguti. Per opera loro - e anche per virt del pi largo ambiente - la dottrina cristiana perde gli ultimi legamenti col popolo da cui usciva ed acquista maggiore universalit o cattolicit; per opera loro, compenetrati di spirito filosofico greco o vissuti in mezzo alla vita pratica dei Romani, comincia il duplice lavoro della dogmatica di tale dottrina e dell'organizzazione esterna dei credenti in essa. Sorgono i primi dogmi, che saranno quasi tombe in cui si compongono immobili, per assicurarne la conservazione, le vive parole di Cristo; e si fondano le prime comunit cristiane. Le quali, in un secolo, diventano centinaia e migliaia, coprono met del mondo romano, costituiscono il segreto della forza dei primi credenti, la ragione della loro superiorit e vittoria sulle altre religioni dell'Impero. In un tempo in cui gli individui erano isolati e impotenti di fronte allo Stato e lo Stato era sempre pi oppressivo e insieme incapace di assolvere i suoi compiti verso la collettivit, l'associazione doveva attirare molta gente, molto popolo delle citt specialmente, che vi trov conforto morale, assistenza economica e, pi ancora, una grande speranza. Entro ciascuna di queste comunit si differenziano i fedeli dagli amministratori e maestri, cio i secolari dal clero; si differenzia il clero secondo la natura ed i limiti delle sue attribuzioni, cio si forma, fra i preti, una gerarchia che va sino al Vescovo; si distinguono anche i Vescovi stessi, secondo l'importanza della citt in cui risiedono. E tutti gli appartenenti a questa gerarchia, con i vari gruppi dei fedeli, si legano fra loro con vincoli sempre pi stretti, tendono a raccogliersi attorno a pochi grandi centri, che erano i centri stessi, amministrativi, demografici, morali, del mondo romano (Ravenna, Alessandria, Costantinopoli eccetera), e ad un centro unico che , naturalmente, Roma. Si ordinano cos le Chiese singole, le grandi circoscrizioni vescovili ed arcivescovili, la Chiesa universale che ha il suo capo visibile nel Vescovo di Roma, la cui rapida ascesa, i lunghi contrasti con gli altri Vescovi specie dell'Oriente, la finale e quasi piena vittoria, sono l'ascesa, i contrasti, la vittoria della grande metropoli in cui risiedeva: forza viva ed operante nella storia, anche ora che declinano certe sue istituzioni, certe sue attivit e capacit politiche.
Il vecchio mondo pagano, agitato dal potente fermento di questa nuova concezione della vita, ne risente subito l'influsso. Predisposto gi per sua spontanea evoluzione, esso  toccato da taluni princpi morali del Cristianesimo. L'idea della uguaglianza degli uomini si rafforza per virt sua. La schiavit, gi in decadenza, accelera il suo processo di decomposizione. Il sentimento di un maggior valore morale della donna si diffonde. L'ufficio del principe  concepito pi altamente; e maggiori compiti, di natura quasi spirituale, sono assegnati allo Stato. Si afferma l'obbligo suo di operare secondo le direttive ad esso segnate dal sacerdote, interprete e dispensiere della parola divina. Il tutto, fornito di quella forza persuasiva, di quella intima vigoria che la religione pu comunicare alle idee morali, quando si fonde con esse. E realmente il Cristianesimo rappresenta, a differenza del paganesimo, una compenetrazione organica della religione e della morale. Si  uomini morali se e in quanto si  cristianamente religiosi. Solo chi segue la morale dei Vangeli sar ammesso nel Regno dei Cieli. L'idea religiosa esercita cos una grande influenza su tutte le forme dell'attivit umana, diventa il maggiore stimolo per il compimento dell'idea morale. Essa riempie l'uomo di s e gli fa cercare e trovare fuori del mondo il suo centro di gravit spirituale, il suo criterio di valutazione delle cose.
In questo, l'unit dell'uomo si rompe: vita terrena e ultraterrena, cielo e terra, anima e corpo, spirito e materia, legge divina e legge umana, Chiesa e Stato, l'una cosa in contrasto con l'altra, l'una cosa superiore all'altra; cio il cielo, l'anima, lo spirito, la legge divina, la Chiesa, alla terra, al corpo, alla materia, alla legge umana, allo Stato. Superiorit morale, da principio; ma poi, sempre pi, intesa come superiorit giuridica. Quindi, chi governa le cose dello spirito pu e deve governare le cose della materia, cio imporsi ai reggitori di popoli, accreditarli e quasi autorizzarli can la sua consacrazione, regolare le leggi dello Stato, dare e togliere le Corone. Siffatto dualismo , gi nel Quinto secolo, espresso da Agostino, un romano e cristiano d'Africa, che riempie di s il Medio Evo, e quasi gli d il volto che ha, quel suo modo di intendere il rapporto fra l'umano e il divino che lo caratterizza fra le altre epoche e suole caratterizzare ogni epoca: poich l'idea che domina quell'epoca  l'idea agostiniana, spinta alle estreme conseguenze pratiche nel Undicesimo, Dodicesimo, e Tredicesimo secolo, proprio quando appare con Alberto Magno e San Tommaso una nuova sintesi teologico-razionale erudita di elementi del risorto aristotelismo e albeggia l'et della borghesia, del laicato, della filosofia naturale, degli Stati nazionali, delle Monarchie assolute, cio l'et moderna che negher quella idea.


3. - PERSECUZIONE, RICONOSCIMENTO, LIBERTA', TRIONFO.

Questa prima organizzazione interna ed esterna del Cristianesimo, questa sua azione sul mondo pagano e romano si compie tra gravi lotte e sanguinose persecuzioni, che certo rallentano l'opera dei nuovi artefici, ma danno ad essa quella maggiore solidit e quasi santit che posseggono tutte le cose faticosamente compiute, tutti i beni conquistati con sacrificio. Ostili ai Cristiani sono la superstiziosa plebe rurale (dei "pagi", donde pagani), sempre conservatrice ed avversa alle novit, incapace di concepire spiritualmente le divinit. Non meno ostili sono l'aristocrazia e la classe degli uomini di lettere, legati alla tradizione. Plebe, aristocrazia e intellettuali, uniti nell'avversione agli Ebrei, perseguono di eguale avversione i Cristiani, che da principio furono confusi appunto con quelli. Vi , infine, contro la nuova religione, lo Stato: lo Stato, in quanto opera secondo i sentimenti delle varie classi del popolo; e lo Stato in quanto obbedisce a certi suoi principi direttivi, alle esigenze della sua storia e della sua costituzione. Ora, lo Stato romano condanna i Cristiani perch essi, strettamente monoteisti ed avversi ad ogni mescolanza di religione, e di politica, rifiutano in modo assoluto di prestar culto all'Imperatore; perch violano, con le loro segrete conventicole e la stretta solidariet, la legge romana, avversa alle associazioni come a qualunque iniziativa o attivit dei sudditi, che sottragga questi alla diretta dipendenza dello Stato, all'assoluto impero della sua volont, all'esclusivo servizio dell'Imperatore; perch infine i Cristiani, solleciti della vita ultraterrena sopra ogni cosa, si sentono piuttosto estranei idealmente e tendono ad estraniarsi praticamente alla vita pubblica, alla milizia, ai doveri verso la patria e lo Stato. Ai poteri dirigenti, i seguaci della nuova religione dovevano apparire come, nella Russia degli Zar, certe dottrine tolstoiane e certe sette di fanatici, cio come un pericolo per la compagine politica. Di qui le persecuzioni, non tanto grandi quanto storiografia e leggenda cristiana hanno poi raccontato, ma, certo, tanto pi fiere quanto pi gli Imperatori erano rigidi tutori dell'ordine costituito e consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri. Fra i maggiori persecutori si contano uomini come Traiano, Marco Aurelio, Diocleziano, che, nella storia dell'Impero, delle sue riforme civili, del suo sforzo militare, occupano un altissimo posto. Il loro rigore cresceva col crescente scompaginarsi dello Stato e col propagarsi del Cristianesimo. Per cui la pi risoluta battaglia impegnata dall'Impero contro i Cristiani  proprio del principio del quarto secolo, cio precede di non molti anni il loro riconoscimento da parte dell'Impero stesso.
Questo riconoscimento  opera di Costantino, con l'Editto di tolleranza di Milano, anno 313. Ormai, i Cristiani sono una fortissima minoranza ed hanno attenuato la loro avversione all'Imperatore ed il primitivo spirito antistatale, quasi anarchico. Essi ammettono che si debba "dare a Cesare ci che  di Cesare". Non per niente sono tanto cresciuti di numero, hanno ricevuto una organizzazione e tendono a perfezionarla, contano tra le loro file uomini usciti dalle classi dirigenti, ben affiatati con la realt e le sue esigenze, spiritualmente disposti a transazioni e accomodamenti. E l'Impero, dalla sua parte, non pu non vedere in questi Cristiani largamente diffusi, ben disposti verso lo Stato, un mezzo per tener quieta la popolazione soggetta e conservare la vacillante unit del vasto organismo.
Dopo il riconoscimento, cio la libert, viene il trionfo, a breve scadenza. Ormai  giunta, pei Cristiani, l'epoca del raccolto, dopo la lunga e faticosa opera di dissodamento. Lo stesso Costantino non tard a largheggiare verso la Chiesa. Ammise il suo diritto di ricevere eredit e le offri possessi; donde la leggenda della "donazione" a papa Silvestro, comprendente la citt di Roma e tutto l'Occidente; e, in base alla leggenda, il falso documento di donazione, fucinato nell'Ottavo secolo presso la Curia romana. Convoc poi e diresse nel 325 un grande Concilio a Nicea, per togliere i dissidi religiosi e conciliare le varie sette cristiane che agitavano l'Oriente e costituivano un pericolo anche per lo Stato. E quel Concilio mise le basi definitive della organizzazione della Chiesa e fiss, nel Credo, i punti essenziali della dottrina cattolica. Costantino trasfer anche a Bisanzio la sede dell'Impero, lasciando al Vescovo di Roma una libert di movimento che assai ne agevol lo sviluppo, la rapida ascensione, il primato in Occidente. E pi tardi, l'atto dell'Imperatore fu interpretato come riconoscimento dell'inferiorit dell'Impero e dello Stato di fronte alla Chiesa e della impossibilit, per il capo dello Stato, di rimanere l dove il Vicario di Cristo, seguendo l'ordine di Pietro, aveva eletto il suo seggio:

Sotto buona intenzion che fe' mal frutto,
Per cedere al Pastor si fece greco.

Cos Dante dir di Costantino nel Paradiso.


4. - IMPERO E CHIESA, ROMANITA' DEL CRISTIANESIMO.

La Chiesa divenne, in tal modo, da tollerata dominante. Gli Imperatori si misero al suo servizio e vietarono il culto pagano, adottarono le feste cristiane come feste ufficiali dello Stato, ammisero nei tribunali e nei pubblici uffici la nuova religione, i cui usi ormai si immedesimavano con quelli della vita pubblica, combatterono le eresie pullulate nel seno del Cristianesimo, lasciarono il titolo antico di Pontefice Massimo, che pass invece al Vescovo di Roma, cui ormai si riconosceva il primato sopra gli altri Vescovi. Quella che era stata la citt dominante e poi la capitale e infine il centro morale dell'Impero, ora diventa il centro della Chiesa cattolica. La quale ormai vive e si muove quasi come l'ombra dell'Impero: ma un'ombra che, evanescente e scolorita da principio, acquista ogni giorno pi consistenza propria, mentre l'Impero si dissolve, svanisce, lasciando all'altra il suo posto, legando all'altra non piccola parte della sua eredit.
Poich la Chiesa prende da per tutto l'organizzazione dell'Impero a base della sua organizzazione. Le varie circoscrizioni ecclesiastiche, grandi e piccole, si modellano sopra le circoscrizioni politiche ed amministrative preesistenti. Il sacerdozio fa proprio e conserva tenacemente il latino, anche quando il latino decade come lingua volgare; al bisogno, lo impone, quasi come parte essenziale e veste necessaria di quelle dottrine che esso diffonde. Protegge ed insinua, fra le nuove genti guadagnate al Cristianesimo ed al cattolicesimo, l'uso del diritto romano, divenuto in parte il suo diritto, specialmente nei rapporti patrimoniali e civili. Nei secoli delle invasioni barbariche e delle rozze consuetudini germaniche, il diritto romano dov non poco a questa protezione. La Chiesa, poi, nell'indefesso lavoro che fa per ordinarsi ed allargare i suoi confini, porta quelle stesse capacit pratiche, quelle stesse attitudini a sistemare la convivenza di genti diverse, quello stesso senso giuridico, quello spirito universale che aveva accompagnato la storia di Roma, ne aveva informato l'opera e agevolato le fortune. La propaganda cristiana che la Chiesa fa tra i Germani, nel Quarto e Quinto secolo,  anche propaganda per l'idea romana, sforzo per la conservazione dell'autorit dell'Impero. Riconciliatasi con la civilt antica, dopo che erano apparse due creazioni antitetiche e repugnanti l'una all'altra, la Chiesa quasi la esalta; considera Roma come voluta da Dio, l'Impero come sorto pel fine di raccogliere sotto una sola legge tutte le genti, l'unit pagana come preparatrice dell'unit cristiana. E trovata in Roma la sede del suo capo supremo, potr anche accadere che la Chiesa faccia valere le glorie pagane della citt, oltre che le pi recenti glorie cristiane, e il suo carattere di citt imperiale, oltre che di citt apostolica consacrata dal martirio di Pietro e Paolo; che l'uno e l'altro ordine di titoli essa accampi, per sostenere il primato del Vescovo di Roma di fronte ai Vescovi di Ravenna, di Costantinopoli, di Milano, di Alessandria. E nello scompiglio del Quinto secolo, quando l'Italia e Roma sono abbandonate a se stesse ed i barbari ne fanno scempio, il Vescovo di Roma comincia lui a provvedere alla difesa delle citt e delle provincie pi vicine. Leone (440-61 d. C.)  il primo di questi Papi politici. Egli si batte strenuamente per la primazia della sua sede vescovile, e va incontro ad Attila ed a Genserico per salvar l'Italia dall'invasione. Roma citt, alla fine della guerra gotica, era quasi annullata. Non contava pi di 50000 abitanti, e pareva dovesse scomparire, come altre grandi metropoli del mondo antico, che solo oggi l'indagine archeologica ha rimesso in qualche luce. Ninive, Babilonia, Menfi, Cartagine.... Invece il Papato la conserv e la rinnov e la arricch: cio ne prosegui la storia.
A questo punto, noi troviamo che Romanit e Cristianesimo, dopo avere rappresentato due mondi, essersi cominciati a sviluppare l'uno al margine dell'altro e indipendentemente dall'altro ed a spese dell'altro, hanno confluito in uno e si sono in gran parte fusi. Quella ha dato la cornice entro cui questo si  inquadrato; ha fornito un terreno grande, dissodato e fertilizzato, in cui questo poi attecchisce, fiorisce, fruttifica. Questo, da parte sua, ha comunicato a quell'organismo preesistente uno spirito nuovo, un sentimento nuovo, un nuovo e diverso apprezzamento dei valori della vita. Nella societ romano-cristiana, quale ora si delinea ai nostri occhi, le istituzioni, il diritto, l'ordinamento economico, la cultura sono in gran parte romani; le idee religiose e morali sono cristiane. In Roma vive di una vita pi potente ed espansiva il Cristianesimo che, senza Roma, avrebbe forse avuto una pi umile storia; nel Cristianesimo, nella maggiore delle sue incarnazioni, cio nel cattolicesimo d'Occidente, seguita a vivere o comincia a rivivere di una nuova vita la Romanit. Ma Romanit e Cristianesimo si presentano, specialmente ai popoli che ora si affacciano entro i confini dell'Impero, come un'unit, espressa da una parola sola che per essi compendia tutto, Roma: una Roma pi ricca e pi complessa e pi dinamica dell'antica. Questa stava immobilizzandosi ed ora riacquista la capacit di muoversi; era ridotta alla fatica sterile di conservar il patrimonio acquistato, ed ora rinnova la sua fecondit antica. La Roma cristiana e papale ha molti tratti della Roma pagana e imperiale. Si compie la profezia fatta dal poeta latino ai discendenti di Romolo: "His ego nec mesas rerum nec tempora pono; - Imperium sine fine dedi ("A questi io non pongo limiti di spazio o di tempo. A questi assegno un impero universale ed eterno").



Capitolo terzo.
Altre forze nuove: i Germani.


1. - PRIMI CONTATTI E PRIMI URTI.

Ma le vicende del mondo romano non sono tutte in questi suoi rapporti col Cristianesimo, in questo suo soggiacere ad esso e nel tempo stesso imporsi ad esso, rivivere in esso, perpetuarsi in esso. Vi  anche un altro elemento che la Romanit incontra sopra la sua strada e con cui si tocca e si urta e si cimenta, agendo su di esso e risentendo il suo influsso; subendo una limitazione nel suo sviluppo, ma anche iniziando una fase nuova di sviluppo, entro un'orbita pi vasta. Questo altro elemento  costituito da genti nuove, in marcia verso l'Europa mediterranea. Anche esso viene dall'Oriente, come il Cristianesimo. Ma come diverso! Da un parte, poche e semplici idee morali, pochi e semplici uomini, solo armati della loro invincibile fede nell'al di l, disposti ad ogni sacrificio per assicurar agli uomini un pi alto destino che essi vedono con tutta chiarezza davanti a s; dall'altra, orde barbariche che procedono tra il saccheggio e il sangue, con istituzioni rudimentali, con culti naturalistici e idolatri, con inconsapevolezza grande di s e dei propri destini.
Chi sono costoro? Immediatamente oltre i confini, cio oltre il Reno e il Danubio, sono Germani, grande conglomerato di genti, in cui tuttavia gi si distinguono, dopo secoli di oscura storia, Germani orientali e Germani occidentali, pi tardi Tedeschi, diversi per lingua, tradizioni, vita religiosa, e avviati a un destino diverso. Dietro i Germani, pi lontano, sono gli Slavi; pi lontano ancora, Finni o Mongoli, che qualche volta tuttavia si mescolano e si sovrappongono a Slavi e Tedeschi, cacciandosi in furia verso Occidente. Pi ci interessano i primi, in quanto che soli hanno esercitato una azione sui Latini, e pi immediatamente e compiutamente degli altri la hanno subita e sono entrati nel cerchio ideale della civilt antica; hanno diffuso la vita propria dell'Europa, svoltasi da quella; ne sono diventati un elemento essenziale e benefico. Invece, l'influenza del mondo slavo sul mondo occidentale romano  stata, almeno fino ad oggi, nulla o quasi; e quella del mondo occidentale su gli Slavi non grandissima, e - salvo l'azione della Chiesa cattolica su alcuni gruppi pi vicini - pi che altro indiretta, cio pel tramite dell'Impero bizantino e dei Tedeschi, intermediari fra Occidente e Oriente europeo. Remotissimi infine dall'Occidente, per razza e mentalit, erano allora e sono rimasti i Mongoli, se ne togli quei nuclei stabilitisi in Europa dopo le prime tumultuarie scorrerie, come gli Ungari, i Finlandesi, i Bulgari (poi slavizzati), in ultimo i Turchi, isole etniche in mezzo al mare caucasico o indo-europeo.
Marciando da Oriente verso Occidente in cerca sempre di nuovi pascoli, di territorio da caccia e da bottino, quei Germani erano da un pezzo venuti in contatto con i Romani, cio fino dall'ultimo secolo della Repubblica, quando irruppero nella Gallia e nella valle padana le selvagge orde dei Cimbri e dei Teutoni, poi vinti, sbaragliati, distrutti dalle legioni del console plebeo Caio Mario. Possiamo considerar quella invasione, due millenni addietro, come il primo comparir dei Germani nella storia dell'Europa, il primo loro sforzo di aprirsi una strada verso l'ovest e il sud, attraverso il Reno, il Danubio e le Alpi. Fissati e rafforzati i confini romani su quei due grandi fiumi, i barbari dovettero arrestarsi. Ristretta allora la zona di caccia e di pastura, diminuita anche la possibilit di ampie razzie in mezzo a popoli pi ricchi, essi furono costretti a cercar nella coltivazione della terra, sia pure come attivit rudimentale e accessoria, i mezzi per vivere. E come pastori e agricoltori, a sede fissa o quasi fissa, li conobbe nel secondo secolo di Cristo lo storico romano dell'et imperiale, Cornelio Tacito. In un piccolo e classico libro, "Germania", egli ne descrisse e colori le istituzioni politiche, civili e religiose, gli usi di guerra e la vita domestica. Fedele, nella sostanza, la descrizione. Ma i Germani escono, dalla penna dello scrittore, assai idealizzati, per il suo proposito di metterli dinanzi ai suoi concittadini come esempio da imitare di vita sana e semplice, di fervido amor patrio e di vigore guerresco. Germani dell'ovest e Germani dell'est appaiono composti di un gran numero di popoli (Vandali, Goti, Longobardi, Franchi eccetera, i primi; Sassoni, Svevi, Alemanni, Bavari eccetera, i secondi), pi o meno numerosi, divisi ciascuno in trib, in raggruppamenti di un centinaio di famiglie o poco pi (centene); e le centene, in gruppi di consanguinei che costituivano le piccole ma salde e quasi indipendenti unit: poich la consistenza delle centene e delle trib e dei popoli era ancora scarsa e lo Stato, cio un'autorit superiore alle famiglie, ai gruppi di famiglia o centene, alle trib, ai vari popoli, non esisteva ancora e solo ne apparivano i lontani segni precursori in tempo di guerra. Allora, un capo comune veniva messo alla testa del comune esercito, e qualcosa dell'autorit dei capi trib e capi centene e capi famiglia passava in lui. Ma, finita la guerra, i vari e poco coerenti elementi costitutivi si scomponevano di nuovo e tornavano al loro libero isolamento, per ricomporsi ancora precariamente in altra circostanza ed in altro luogo salvo il caso che le necessit permanenti della guerra contro un nemico comune o le guerre interne, con la vittoria di un gruppo sopra un altro, non portassero trib diverse a fondersi stabilmente, come accadde a quelle dei Catti, dei Teuteri, dei Camavi, dei Sicambri eccetera, unitisi prima in due maggiori unit, dei Franchi Salii e dei Franchi Ripuarii, e divenuti tutti quanti, in ultimo, una cosa sola, i Franchi.
Sedentariet e agricoltura fecero presto crescere la popolazione, e la cresciuta popolazione ebbe bisogno di nuove terre da coltivare o, meglio, da sfruttare sommariamente. Ed ecco la spinta a nuove peregrinazioni, e la forza per superare le barriere opposte da Roma ed invadere il territorio dell'Impero, dove invece le terre abbondavano e gli uomini per coltivarle e difenderle mancavano. Questa la semplice dinamica delle invasioni che portarono nuove genti ad innestarsi sul vecchio tronco della civilt antica. La pressione dal nord cominci a farsi sentire violenta al tempo di Traiano, a cui spetta il vanto di avere per primo, negli anni 101-106, superato il basso Danubio e aggiunto all'Impero e colonizzato militarmente, per farne come una gran testa di ponte oltre il fiume, il paese dei Daci, l'attuale Romania. La memorabile impresa, compiuta da un principe che il Medio Evo esalter quasi come una delle pi genuine manifestazioni della forza e dello spirito di giustizia di Roma antica, fu messa sotto gli occhi dei contemporanei e dei posteri, nei suoi vari episodi, per mezzo di una superba colonna di marmo istoriata che da Traiano prese il nome e che tuttora esiste. Ed esiste anche l'altra, pur essa istoriata, che Senato e popolo romano innalzarono in onore di Marco Aurelio il quale, dopo Traiano, ripass in armi il Danubio, per combattere i Marcomanni, e mor a Vienna (anno 180).
Subito dopo, nel terzo secolo di Cristo, si affacciarono i Goti, pi ad est, numerosissimi. Per un secolo, gettarono lo scompiglio dalle Alpi a Bisanzio, ma furono vinti e tenuti indietro; fino a che una formidabile invasione di Unni, venienti dalla regione caspita, si abbatt su di essi, sottomise i pi orientali ("Ost-Gothen", Ostrogoti) e costrinse gli occidentali ("West-Gothen", Visigoti) a cercare rifugio entro i confini dell'Impero, a sud del Danubio. Qui, dopo distrutto ad Adrianapoli un grande esercito romano (anno 387) e minacciata Costantinopoli, si quietarono per opera dell'imperatore Teodosio e si fissarono in Tracia e Macedonia, non sudditi ma alleati, con l'obbligo di fornir milizie che l'Impero pagava, e con diritto di quartiere presso gli abitanti, ognuno dei quali doveva dar loro un terzo della casa e un terzo della terra. Era un sistema, questo, che da qualche tempo l'Impero aveva applicato un po' per necessit, un po' in vista dei vantaggi che se ne speravano. Ed ormai quasi tutte le frontiere nordiche erano popolate da gruppi di Germani, messi li come agricoltori e soldati, per dissodare terre abbandonate e per difendere i confini: due compiti che l'Impero era sempre meno in grado di assolvere, con le sole sue forze interne ed antiche. E molte battaglie l'Impero combatt con questi barbari, infrenando con essi altri barbari, ammettendoli anche come mercenari nelle file dei suoi eserciti. Ma era un rimedio da disperati. Presto la disorganizzazione alle frontiere crebbe e l'Impero si trov in balia dei barbari, quasi loro tributario.


2. - CRISI, DECOMPOSIZIONE, DIVISIONE DELL'IMPERO.

A questo punto, si vede assai chiaramente che il colossale edificio  in procinto di rovinare: lentamente, s, e resistendo con vigore alle forze dissolventi interne ed esterne, ma pur incessantemente e irrimediabilmente. Questa decadenza si presenta come un fatto non meno complesso e, a somiglianza di tutti i grandi fatti storici, non meno misterioso dell'ascesa. L'Impero  logorato dallo sforzo compiuto, non ha pi energie di riserva, ha poco pi da dare al inondo: quindi, declina. Nel Terzo e Quarto secolo,  gi ben visibile che il complesso degli ordinamenti sociali, politici, militari  tarlato e si regge a stento; che alla grande macchina si chiede pi di quanto non possa rendere e che essa funziona male; che si stanno estinguendo il valore morale, lo spirito animatore, la forza viva dello Stato romano. Il tutto si muove pi per il personale impulso di uomini come Diocleziano e Costantino, che non per propria virt o per corrispondenza alle nuove condizioni di fatto del mondo romano, per vigoria di energie sociali sane ed operose.
Quante cose sono mutate dall'antico, pur nel mirabile processo di formazione dell'Impero mondiale di Roma! Per effetto delle lunghe e incessanti guerre, del peso fiscale gravissimo, del lavoro servile concorrente a quello libero,  rovinata e quasi scomparsa la classe dei medi e piccoli possessori, specialmente italiani, gi nerbo dello Stato e dell'esercito, ora proletariato cittadino e rurale, moralmente estraneo alla cosa pubblica. Sono cresciuti di estensione e di numero i latifondi, alcuni dei quali grandi come provincie, in Sicilia e in Africa; e h, assottigliatesi le masse degli schiavi, per naturale loro estinzione e per il minore rendimento delle guerre, ne hanno preso un po' per volta il posto uomini liberi in qualit di piccoli affittuari. Ma, gravati di censi in natura e in denaro, costretti a servizi personali, impediti in mille modi di abbandonare il fondo quando lo avessero voluto, legati infine per legge imperiale alla terra, essi e i loro discendenti, sono non pi liberi ma servi : servi della gleba, al posto degli schiavi antichi.
Si  verificato anche uno spopolamento generale dell'Impero, per cui regioni gi fiorenti, anche Grecia e Italia e Gallia, sono vuote di abitatori e rinselvatichiscono: un fatto che, insieme con quello del latifondo, ha una ripercussione grande anche su la produzione, su la ricchezza, sul rifornimento dei centri urbani. In questi vive una plebe numerosa, arricchitasi di tutti i rifiuti delle provincie, economicamente passiva, miserabile, turbolenta, mal sicura del domani, esposta a carestie ed epidemie, incurante di tutto quel che non siano pane e giuochi: l'unica cosa ormai che lo Stato cerchi di fornirle, per tenerla quieta. Abbassatosi cos il livello sociale e morale delle citt, rallentatosi o rotto l'organico legame fra citt e campagne, tutti i servizi pubblici, l'approvvigionamento dei centri maggiori, le amministrazioni dei municipi funzionano male, tra ostacoli e arresti continui, come macchine invecchiate o avariate: ragione per cui la legge diventa sempre pi oppressiva, per rimediare con prestazioni obbligatorie alla attivit libera che manca, per costringere i figliuoli a prender il posto dei padri negli stessi uffici o mestieri, persino nella milizia. Si finisce col distruggere ogni stimolo nei minori a lavorare per innalzarsi, ogni capacit di rinnovamento sociale, ogni attitudine di individui, enti e collettivit di bastare a se stessi, di difendersi e di amministrarsi da s. E sempre pi si fa tutto dipendere dall'alto, si attende tutto dallo Stato, nel quale viceversa la capacit direttiva scema, perch troppo dipende dalle qualit personali del sovrano e perch la burocrazia, enormemente numerosa, sfugge ormai a chi deve comandarla e dirigerla. Lo stesso esercito non risponde pi alle necessit crescenti e si decompone. Lo formano non pi cittadini e possessori, cio uomini che sentano la difesa dello Stato come difesa propria, ma mercenari ed anche schiavi; non pi elementi omogenei, ma gente d'ogni nazione, barbari e Germani compresi, che si sono a poco a poco insinuati nelle legioni, fino a diventar maggioranza, sempre meno disciplinati, sempre pi orgogliosi, sempre pi intenti a fini propri, sotto gli ordini di capi che si impongono e riescono ad ottenere posti altissimi nell'esercito e nel governo dello Stato.
Un indice delle difficolt crescenti in cui si dibatte il potere centrale, gi alla fine del Terzo secolo,  questo: che l'imperatore Diocleziano sente il bisogno di dividere l'Impero, da principio provvisoriamente poi definitivamente: da una parte, i paesi del settore occidentale, posti fra l'Adriatico e l'Atlantico, tra il Vallo di Adriano, il mare del Nord, il medio Danubio e il Sahara; dall'altra, i paesi del mondo greco e grecizzato dall'Adriatico alla Persia, dalla Dacia all'Egitto, al mar Rosso, all'Arabia. Da una parte, Roma, l'antico centro effettivo e pur sempre centro ideale; dall'altra, Bisanzio che comincia, sotto il nome di Costantinopoli, a vivere la sua nuova storia; due citt che sono anche due civilt, due concezioni religiose. Si spera cos di provveder meglio all'amministrazione e alla difesa; e nel tempo stesso si soddisfano certe indistruttibili tendenze regionali e particolaristiche, che, attenuate, dissimulate, vinte finch l'Impero grandeggiava con la sua potente forza unitaria e assimilatrice, ora riprendono vigore e si impongono. Specialmente sono vive in Oriente, quelle tendenze, fra popoli di vecchia civilt, decaduti ma superbi di s e attaccati con ostinato vigore al loro passato.
Ma di due fatti bisogna anche tener conto, quando si voglia spiegare il rilassarsi della compagine dell'Impero; due fatti non intrinseci all'Impero stesso ma venienti ed operanti, per cos dire, dal di fuori. Innanzi tutto, il Cristianesimo. Da due o tre secoli, il Cristianesimo ha turbato coscienze, diffuso idee e sentimenti contrari allo Stato, all'ordine costituito, alle classi dirigenti; ha svalutato l'autorit dell'Imperatore, la patria, la gloria, la forza, cio i beni ideali che finora il cittadino aveva amato, i fini cui aveva atteso, i mezzi di cui si era servito; ha distolto molta gente dai suoi doveri civici, ha reclutato asceti ed eremiti, ha svigorito la difesa armata dei confini, ha creato un dualismo tra vita terrena ed ultraterrena, tra realt presente e felicit d'oltre tomba, tra doveri verso la patria e la famiglia e doveri verso Dio; ha messo di fronte al capo dello Stato, ed in Roma
stessa, un'altra altissima autorit, concorrente alla prima, quasi inconciliabile con la prima: il Papa. E poi, le invasioni dei barbari.


3. - LE INVASIONI, IL CROLLO DELL'IMPERO.

Divenivano, nel 400, sempre pi frequenti, in masse sempre pi compatte, i movimenti di popoli ad est e nord dell'Europa; si faceva sempre pi energica la pressione. Per cui, se, nell'ultimo secolo della Repubblica, Roma aveva potuto annientare le orde dei Cimbri e Teutoni; se, fra il 200 e il 300, imperatori come Claudio Secondo, Aureliano, Probo, Diocleziano, erano riusciti ancora a respingere Goti, Alemanni, Sassoni, Franchi che irrompevano da ogni parte; nel 400, invece, le dighe crollano tutte e la fiumana irrompe violenta. Gi, sul principio di quel secolo, i Visigoti, che per primi erano riusciti a fondare entro i confini dell'Impero un primo e rudimentale tipo di Stato barbarico, si ribellano ad ogni autorit di Bisanzio, invadono l'Italia e la corrono da un capo all'altro, provocando anche la irruzione di altri barbari attraverso il Reno e il Danubio, rimasti sguerniti per la necessit di difendere Roma. Poi si rovesciarono su la Gallia, e li, da Onorio imperatore d'Occidente e da Stilicone suo onnipotente generale e ministro, ottengono con i soliti patti l'Aquitania, a mezzogiorno della Gallia. Qualche grande vittoria illumina ancora di gloria guerriera, su l'uno o l'altro campo di battaglia, il cadente Impero: l'anno 451, ad esempio, vede lo sterminio degli Unni per opera di Ezio, generale di Valentiniano, sui campi Catalaunici (Chlon-sur-Marne), presso i luoghi ove la Francia moderna arrest la marcia trionfale dei Tedeschi nell'estate del 1914. Ma il destino dell'Impero  ormai segnato. L'Impero, che il Cristianesimo ha moralmente negato, i barbari contribuiscono materialmente a demolire. Sono due forze distruttive, l'idea cristiana e i barbari, ognuna delle quali sarebbe stata insufficiente a questo compito negativo senza l'altra, ma ognuna delle quali ha compiuto l'opera dell'altra.
Verso la met del Quinto secolo, tutto l'Occidente ha cambiato faccia. I Vandali, che si erano mossi per primi verso l'ovest, si sono anche spinti pi innanzi degli altri ed occupano l'Africa settentrionale, donde prenderanno possesso delle grandi isole del Tirreno, forti del loro impeto feroce e del dominio del mare presto conquistato, deboli per le discordie interne e per contrasti religiosi. Nella Spagna si fermano, dopo molto peregrinare anche essi, i Visigoti e, nella regione nord-ovest, gli Svevi, presto assorbiti dai primi che vi costituiscono un forte Regno fin oltre i Pirenei. Nella Gallia, ancora Visigoti e poi Franchi, Borgognoni, Alemanni, Turingi, tutti sopraffatti rapidamente dai Franchi, pi potenti degli altri, che ristabiliscono cos l'unit, non pi romana ma barbarica o franca, della Gallia, sebbene fortemente influenzata dalla romanit, vigorosissima in quel paese. Al sud del Danubio, sono Alemanni, Bavari, Rugi, viventi in continuo battagliare, agitarsi, distruggere quel che rimaneva di popolazione romana, non ostante gli sforzi di un propagandista di cristianesimo e di romanit, S. Severino. A nord, infine, Angli e Sassoni hanno valicato il breve mare e sono passati dalla regione del Reno e dell'Elba in Britannia, dove si distendono nella parte piana e bassa del sud-est, costituendovi tanti piccoli regni; ed i Normanni, incanalatisi nella penisola del Jutland (Danimarca), son passati anche nella pi grande penisola scandinava, trovando in tutta quella frastagliatissima regione impulso a navigare e condizioni adatte per formare e svolgere meravigliose attitudini di navigatori, esploratori, organizzatori, vicino e lontano.
Rimane l'Italia, origine ed ora rifugio dell'Impero in Occidente. Ma non a lungo. Quei Germani che da tempo riempivano anche qui l'esercito ed occupavano le alte cariche militari ed erano disseminati in piccoli nuclei nella Valle padana, ben presto diventano padroni effettivi dello Stato. Stilicone era un Vandalo, arruolatosi nell'esercito romano. Cos l'Europa, quel tanto di Europa che Roma aveva in un certo senso creato nel continente, si ingrandisce per effetto delle invasioni di nuovi popoli: sia che essi si stanzino nell'ambito dei suoi confini, sia che ne rimangano fuori ma esposti agli influssi dei primi. Altri, che vagavano ancora oltr'Alpe in cerca di sede, ogni tanto superano la mal difesa barriera montana, si rovesciano su la penisola, la corrono da un capo all'altro, seminano rovine sino entro Roma. Essa  ormai di chi se la piglia. Nel 410, vi accampa Alarico re dei Visigoti, che poi si spinger sino all'estrema Calabria e trover morte e sepoltura presso il fiume Busento. E l'Imperatore eletto quell'anno dal Senato in Roma  una creatura di Alarico! Ormai l'incantesimo era rotto. Nel 455, 1a flotta vandala approd alle foci del Tevere, devast la citt, condusse via prigioniere le due figlie dell'Imperatore. Ritornando verso l'Africa, essa fu vinta e dispersa dalla flotta romana: ma alla testa della flotta romana era Ricimero, un barbaro anche lui. Il quale fa e disf Imperatori; come li fa e disf, dopo di lui, Gundobaldo, un borgognone comandante della guardia imperiale. E dopo Gundobaldo, Oreste, un altro barbaro, che finisce col mettere sul trono il figlio Romolo, un fanciullo, dopo cacciato il legittimo sovrano. E' una progressione. Ma poich Oreste non volle cedere alla richiesta dei gruppi barbarici dimoranti in Italia di dar loro il terzo delle terre, un altro capo, Odoacre, si mise alla testa di schiere di Eruli e Rugi, entr in Ravenna capitale e releg a Napoli l'effimero sovrano, Romolo Augustolo, che portava il nome del primo leggendario Re di Roma e del primo Imperatore, e fu invece l'ultimo sovrano dell'Impero d'Occidente. Cos Eruli e Rugi si piantano in Italia come unit e costituiscono lo Stato, come altrove Vandali, Borgognoni, Visigoti, Franchi. E la penisola, dalle Alpi alla Sicilia, segue il destino delle Gallie, della Spagna, della Britannia. Anche essa si stacca dal complesso mondiale creato da Roma e comincia a vivere a s, a tessere una sua propria storia, per divenire pi tardi un'entit morale, una nazione. Siamo al 476 dopo Cristo, a 1229 anni dalle presunte origini della citt!
Ma per il nostro paese questo  solo il principio delle invasioni. La sua forza di attrazione seguita ad agire ancora su le masse barbariche erranti sotto l'impulso di misteriose necessit. Anzi, le ondate successive verranno sempre pi da lontano, saranno sempre pi estranee al mondo romano, si rovesceranno sulla penisola con violenza sempre maggiore, rappresenteranno un distacco sempre pi grande dal vecchio regime. Odoacre, infatti, aveva lasciato intatto l'organismo dello Stato romano e riconosciuto la superiore autorit dell'Impero, superstite a Bisanzio, contentandosi di governare con titolo e poteri di Re i suoi Eruli e Rugi, di dar loro un terzo delle terre o dei loro prodotti, di riservar loro le cariche militari. Vanno pi in l gli Ostrogoti che nel 490, dopo essersi liberati dal dominio unno ed avere ripreso il cammino verso ovest, si affacciano sull'Italia, attraverso la gran porta spalancata e indifesa delle Alpi Giulie. Riconoscono come loro capo Teodorico degli Amali, un germano semiromanizzato, dopo una decennale dimora a Costantinopoli, ed insignito ora di titoli imperiali, come volesse contro Odoacre rivendicar i diritti dell'Impero. Abbattono il dominio degli Eruli, acclamano re Teodorico, mettono anche essi la capitale a Ravenna, pi adatta che non Roma a fronteggiar nuove minacce venienti dalla terra o dal mare, conquistano tutta la penisola e la Sicilia, si ripartiscono il terzo delle terre, costituiscono un Regno che ha qualche decennio di prosperit e di grandezza. Ne  massimo artefice Teodorico, barbaro illuminato, capace cio di riconoscere l'impossibilit, per la sua gente, di allontanarsi troppo dal solco tracciato da Roma. Egli confida nel braccio armato dei suoi Goti, ma anche nella mente e nelle capacit civili dei Romani, per creare un solido organismo politico che potesse da una parte affrancarsi pienamente da Bisanzio, dall'altra raccogliere attorno a s i nuovi Stati barbarici dell'Occidente ed esercitare su essi una specie di primato. Sono le ambizioni che fiorivano spontanee in chi, Re o Papa, si fosse avvicinato a Roma, si fosse nudrito in qualche modo di Roma, avesse raccolto qualche cosa del suo retaggio! Ma esse non poterono diventare realt. Gli altri Stati vicini erano insofferenti di ogni tutela; Romani e Goti avevano poca disposizione a conciliarsi e collaborare, poich gli uni disprezzavano gli altri e diffidavano degli altri; l'Imperatore d'Oriente, in ultimo, che, con la caduta di Romolo Augustolo, considerava ricostituito nella sua unit e organicit l'Impero, approfitt della crisi interna in cui il Regno goto fu travolto dopo la morte di Teodorico, per rimettere l'Italia sotto la propria e diretta legge....


4. - RESTAURAZIONE IMPERIALE E CONQUISTA LONGOBARDA.

Questo imperatore fu Giustiniano (527-65 d. C.), il cui nome va legato ad una grande opera legislativa e ad un grande disegno politico, solo in parte attuato. Poich egli riusc a farsi restituir dai Visigoti un'ampia regione al sud-est della penisola iberica. Riconquist l'Africa mediterranea, distruggendo con una rapida campagna di tre mesi il regno dei Vandali, gi indebolito dall'odio dei cattolici e degli indigeni, dalle interne discordie, dal clima snervante (a. 533). Spazz via gli Ostrogoti dall'Italia dopo una lunga serie di aspre guerre, nelle quali rifulse si il valore personale dei barbari ed anche certa nobilt d'animo ed accortezza di taluni loro capi, come Totila, che tratt umanamente citt nemiche e popolazioni soggette e cerc aderenti nella massa dei coloni e piccoli proprietari, proteggendoli dal fisco, dai padroni, dai creditori; ma rifulse anche la forza dell'antico ideale di Roma, ancora radicato nelle classi medie e superiori d'Italia, rifulse l'antica tenacia romana. che permise a Narsete, con una piccola milizia di Greci, Armeni, Persiani, Mauri, Longobardi, di avere ragione degli eserciti goti e dei Franchi venuti al soccorso. Le date pi importanti di questa serie di guerre sono il 535 (conquista della Sicilia, il 540 (presa della capitale, Ravenna), il 553 (annichilimento dei Goti nella grande battaglia del Vesuvio). Salda base strategica, durante le campagne vittoriose, fu la costa orientale dell'Adriatico, che assicur all'Impero il dominio di quel mare e gli permise di alimentar la guerra e di colpire il nemico nei punti pi sensibili.
L'Italia usc terribilmente stremata da questa lotta. Rovinata la sua economia, devastate e spopolate le sue terre. Solo i capi dell'esercito e le chiese arricchirono, diventando le colonne di sostegno del nuovo ordine di cose. Poich quelli raccolsero anche i poteri civili e giudiziari e costituirono una potente aristocrazia fondiaria e militare; queste ebbero, nella persona dei loro capi, i Vescovi, diritto di sorveglianza su funzionari municipali e provinciali, giurisdizione sul clero e nelle cause tra chierici e secolari. Accrebbero cos la loro autorit civile e le procurarono una sanzione legale dallo Stato, che aveva bisogno dei servigi della gerarchia ecclesiastica per sanare le deficienze della gerarchia secolare, per controllarne l'operato, per frenare lo spirito di indipendenza, per reprimere gli abusi a danno delle popolazioni.
In tal modo, il Governo bizantino in Italia ebbe una impronta militare ed ecclesiastica insieme. I Vescovi misero allora le basi del loro potere politico, bene accetto ai sudditi del lontane e non amato Impero di Bisanzio, e, complessivamente, benefico per alcuni secoli. E dove queste condizioni durarono e il potere vescovile fu pi vigoroso e Bisanzio moralmente e materialmente pi lontana, come accadde a Roma e nelle regioni dell'Italia centrale vicine a Roma, qui cominci anche a costituirsi un vero e proprio dominio territoriale ecclesiastico, il futuro Stato della Chiesa, spontaneo e legittimo frutto del suolo italiano, quale era durante la crisi ultima di Roma antica, durante le invasioni dei barbari e il restaurato dominio di Bisanzio. Questo  ormai, in Occidente ed in Italia, un dominio di stranieri. Nominalmente, Bisanzio rappresenta Roma e l'Impero, ma praticamente si risolve in una masnada di funzionari avidi, corrotti e corruttori, odiati e temuti spesso pi dei barbari. Nessuna solidariet fra popolazione e Governo bizantino, salvo che in certi strati sociali pi alti; nessuna solidariet tra l'Impero di Costantinopoli e la Chiesa che vede in essa un continuo pericolo alla sua libert d'azione ed all'integrit delle sue dottrine, minacciate dalla ingerenza del capo dello Stato.
Perci fu agevole, nel 569, il cammino di una nuova invasione barbarica, quella dei Langobardi, poi latinamente Longobardi, gli uomini "dalla lunga lancia o dalla lunga barba", attraverso le Alpi Giulie, la valle padana, la Tuscia, fino a Benevento. Questa volta non erano, come gli Ostrogoti, dei "federati" dell'Impero, ma veri invasori e conquistatori; non dei semi-romanizzati, ma gente che usciva ora dalle selve e steppe di Pannonia e dei paesi baltici. Pochi di numero (forse, non oltre 100000 guerrieri), conservavano intatta la nativa ferocia per cui andavano famosi presso gli antichi. Il colpo ai diritti dell'Impero fu perci ancora pi rude e la ferita inferta all'Italia pi sanguinosa, tanto che il ricordo ne rimarr per secoli.
Guidava gli invasori Alboino, preposto temporaneamente alle varie trib, temporaneamente raccolte in unit. Ma, allargatisi essi sopra l'Italia, come torrente straripato, e stanziatesi le trib ciascuna nei confini di una circoscrizione amministrativa ed ecclesiastica, rifiutarono, dopo morto Alboino (anno 573), di sottostare ad un nuovo Re, tornarono cio alla piena autonomia dei gruppi e dei loro capi, si abbandonarono senza freni alla rapina e alla strage. Naturalmente, non per lungo tempo: poich i Bizantini intanto resistevano ostinatamente lungo le coste e nel Mezzogiorno; fra i capi longobardi, divampava la discordia; le popolazioni e la Chiesa romana vedevano negli invasori un fiero nemico da combattere.... Ed allora i Longobardi, fatti consapevoli del pericolo, rielessero il Re, dopo dieci anni di sede vacante, che erano stati dieci anni di violenze a danno dei vinti, specialmente dei ricchi, cio dell'aristocrazia e delle Chiese. Da allora, l'organizzazione del nuovo Regno, per quanto limitato esso alla parte interna e continentale della penisola, incominci.
Le miserie d'Italia raggiunsero forse in quell'epoca il loro culmine pi alto. Qualche scrittore contemporaneo lamenta le citt fatte deserte, le fortezze distrutte, le chiese ed i monasteri depredati, le campagne vuote di abitatori e corse dalle fiere, i torrenti, le paludi, la boscaglia di nuovo e pi che mai imperanti. Anche senza prender alla lettera queste descrizioni e senza attribuir solo ai Longobardi tanti mali, opera dei secoli, opera di uomini e di circostanze avverse, rimane pur sempre assai fosca l'immagine che noi possiamo farci dell'Italia fra il Quinto ed il Sesto secolo di Cristo. Certo, la ricchezza del paese, gi fieramente colpita durante la lunga guerra gotica, venne quasi annullata. Massimi furono l'incertezza di ogni legge, l'arbitrio del pi forte, la precariet dell'esistenza, la fuga delle popolazioni dalle sedi antiche. Molti castelli furono rasi al suolo; qualche citt scomparve; altre, gi immiserite, rimasero con poche case e pochi avanzi di antica grandezza, affogate in mezzo alla palude (cos, ad esempio, Aquileia, colonia di Roma nel Secondo secolo di Cristo, fondata l a difesa dei valichi delle Alpi orientali, floridissima un tempo per industrie e per attivit commerciale nell'Adriatico, centro di una vasta pianura che il lavoro dei coloni aveva reso riccamente produttiva); le rimanenti ebbero anni e decenni o addirittura secoli di oscurit e depressione grave. Solo alcuni luoghi si avvantaggiarono, o perch stanza preferita dei vincitori (Cividale, Fiesole, Pavia, Spoleto, Benevento eccetera, contrappostesi ad Aquileia, a Firenze, a Milano eccetera), o perch rifugio di profughi romani (Napoli, Amalfi, Pisa, Ravenna, altre su la costa marchigiana, altre ancora, Spalato, Trau, Ragusa su la prospiciente costa della Dalmazia, fino a poco addietro politicamente unita con l'Italia). Ed anche qualche piccola luce cominci a brillare nella foschia, fra terra e mare: Venezia, destinata poi a grandeggiare nella storia d'Italia. Comunque, molti lineamenti della nostra terra e della nostra gente mutano allora; prendono allora, anzi, la forma che noi conosciamo e che tuttora persiste.
A questo punto, l'Europa romana e pi o meno romanizzata si  politicamente spezzata e mutata in una serie di Regni romano-germanici di assai varia consistenza, che non riconoscono nessuna legge fuor della propria, sebbene pieghino lentamente alla civilt dei vinti e ne accolgano certe fondamentali idee o idealit. In ciascuno di essi si compie un nascosto lavorio di sistemazione dei vari strati etnici, un processo di impasto, fusione, sistemazione o eliminazione di uomini, istituti, costumi, da cui uscir la nuova Europa: lavorio e processo che per un lato sono eguali da per tutto, come sono eguali gli elementi venuti in contatto, cio Romani o romanizzati, Germani, cristianesimo o cattolicesimo; per un altro lato, sono diversi da Regno a Regno ed anche da regione a regione, in rapporto al diverso vigore di quegli elementi, alla diversa proporzione in cui essi si trovano l'uno di fronte all'altro nei vari paesi, al diverso modo con cui i residui delle vecchie civilt indigene e preromane, non pi premute dal peso della Roma imperiale, riaffiorano ed entrano nel giuoco delle forze etniche e di coltura che lottano per sopraffarsi, per equilibrarsi, per assestarsi nei vari crogiuoli di fusione. Di qui, l'unit e insieme la variet dell'Europa medievale e moderna: unit romano-germanico-cristiana; variet dei popoli e nazioni che sopra quel fondo comune si sono sviluppati.



Capitolo quarto.
Latinit e germanesimo.


1. - DIFFERENZE E CONTRASTI INIZIALI...

Come si comportano l'una di fronte all'altra queste genti e civilt diverse che si trovarono a convivere sul suolo dell'impero romano d'Occidente? Noi intuiamo che proprio allora si posero veramente le basi della civilt moderna, tanto pi complessa dell'antica, greca o romana che fosse; che allora si formarono nel mondo occidentale quei sentimenti, quelle aspirazioni, quei valori della vita che fanno del torbido e semi-barbaro Medio Evo romano-germanico e cristiano un'epoca assai pi vicina a noi che non la luminosa civilt antica, superficialmente cos affine alla nostra.
La risposta a questa domanda pu essere qui data solo per rapidi cenni. A rigore, si deve dire che, per quanto riguarda Romani e Germani, essi agirono o reagirono gli uni sopra gli altri in maniera diversa, a seconda delle circostanze in cui vennero ad incontrarsi ed urtarsi. Variamente popolate e romanizzate, e capaci quindi di varia resistenza, erano le terre invase; variamente numerosi ed evoluti erano i singoli popoli invasori. Avevano fatto lunga sosta nelle regioni quasi vergini della Germania occidentale, fra il Reno e l'Elba, ed erano quindi rimasti pi fermi nella loro tradizione nazionale (Anglo-Sassoni, Longobardi eccetera); oppure avevano dimorato e vagato assai attorno al basso Danubio, subendo gli influssi di Bisanzio. Giungevano nella nuova patria dopo peregrinazioni avventurose, dopo lunghi periodi di soggezione ad altri popoli, dopo rimescolamenti con stirpi diverse (Visigoti); oppure vi penetravano lentamente e quasi organicamente, con fresche energie e forza costruttiva intatta (Franchi). Si stanziavano nelle terre dell'Impero come alleati, accanto ed in mezzo ai Romani, oppure come conquistatori, togliendo non un terzo (Ostrogoti, Vandali, Franchi) o due terzi (Visigoti e Borgognoni), ma tutte le terre e sterminando o decimando la popolazione (Anglo-Sassoni). Rimanevano soli con i vinti ad abitare e sfruttare il paese conquistato, oppure venivano dopo un certo tempo sopraffatti da un altro popolo invasore, risultando cos come una sovrapposizione di strati barbarici (Eruli e Rugi, Ostrogoti, Longobardi, in Italia).
Ma, tenendoci su le generali, possiamo affermare che, inizialmente, Romani e Germani appaiono in fiero antagonismo, e con profonde differenze, non ostante la originaria affinit etnica (tutti ariani o indo-europei). Erano l'infanzia e la virilit. Da una parte, si trovavano abitatori di citt e di castelli, cristiani e cattolici, gerarchie solidificate e classi sociali assai differenziate, tradizioni di attivit commerciale ed industriale, una vasta politica o almeno il ricordo vivo di essa, uno Stato ben individuato, onnipotente ed onnipresente, un monarca assoluto e quasi divinizzato, una legislazione che regolava tutti i rapporti della famiglia, del possesso fondiario, del commercio eccetera, una giustizia terribilmente armata. Dall'altra parte, popoli errabondi, pagani e seguaci di sette cristiane avversissime ai cattolici, senza unit politica, senza leggi scritte, senza poteri molto consistenti sopra i capi famiglia ed i capi-centena, senza giustizia che non fosse quella privata dell'offeso e dei suoi consanguinei. Rudimentale lo sviluppo economico, basato su la pastorizia o sul piccolo possesso. Mutevole questo possesso, ad ogni ripartizione, tra le famiglie, delle terre appartenenti collettivamente alla trib. Grandissima eguaglianza fra i liberi e libert individuale. Anche dopo la conquista e lo stanziamento, i Germani si presentano con i segni ancora palesi della rozza lor vita primitiva.
Basta guardare alle leggi, redatte dal Quinto secolo in poi, vero specchio di quella societ barbarica in via di trasformarsi, ma ancora profondamente diversa da quella romana. I suoi ordinamenti hanno ancora un carattere militare. Principio e fondamento del diritto  la forza. Ci che contraddistingue l'uomo libero  specialmente l'uso delle armi, consegnate a lui con tutta solennit nell'assemblea armata degli eguali, che in tal modo lo riconosceva maggiorenne e quindi capace di possesso fondiario e autorizzato a partecipare alla sua volta all'assemblea stessa, che  una cosa sola con l'esercito. Sopra la classe dei liberi, che da principio  anche una classe di eguali, poich la ricchezza  scarsa e non ha ancora determinato differenze notevoli fra i singoli, sta una piccola aristocrazia ("adalingi") alla quale la leggenda attribuisce talvolta origine divina, formata dai discendenti di certe antichissime famiglie gi rivestite di uffici sacerdotali e civili. Da questa aristocrazia escono gli uomini destinati ad aver una funzione direttiva. Eccelle su essi il guerriero animoso e generoso, attorno a cui si raccolgono, pi o meno stabilmente, gruppi di giovani liberi che egli conduce in spedizioni di guerra e di preda, assicurando loro protezione e doni, ed esigendo fedelt, servizio di guerra, aiuto materiale e morale in ogni contingenza. Altri assume, per designazione popolare, l'ufficio di capo della trib, "Herzog", latinamente poi Conte o Duca. Altri, infine, pu essere elevato ad una suprema autorit sul gruppo delle trib, diventare il Re. Ma  una gerarchia di poteri assai poco solida ed autonoma. La stessa potest regia  pi morale che giuridica, dipende pi dal personale valore guerriero del Re che non dagli attributi propri di esso e da categorici doveri dei sudditi. I quali pi che sudditi sono dei fedeli, sono uomini che hanno promesso obbedienza e si sentono stretti al capo stesso. La vera depositaria della sovranit  l'assemblea. Ma anche la sua sfera di diritti e di azione  piccola: non va oltre la decisione della pace e della guerra, la punizione dei reati contro gli Dei e contro l'interesse pubblico, assai angustamente inteso. Poich non  interesse pubblico, ad esempio, l'omicidio o il ferimento, del quale fanno giustizia o, meglio, vendetta l'individuo o la famiglia stessa, quando questi non si contentino di una indennit, che  varia secondo la gravit dell'offesa e secondo la dignit della persona offesa: "wehrgeld", guidrigildo, denaro di compenso, pi alto per gli adelingi, minore per i semplici uomini liberi o esercitali, minore ancora per i semiliberi ed infimo per i servi. In caso di contestazione, vi  il processo: ma alla verit si giunge o si crede di giungere non tanto col dibattimento, quanto col duello fra le parti o fra rappresentanti delle parti; oppure, se trattasi di servi, con altre prove di pi bassa natura.


2. - ... MA ANCHE SOLIDARIETA' E COLLABORAZIONE.

Tuttavia l'urto non fu sempre, in tutto e da per tutto, cos violento come potremmo immaginare, data questa differenza di condizione. Gi, non tutti i Romani o romanizzati consideravano i barbari come nemici. La massa dei contadini e dei coloni ormai servi, i quali vivevano in guerra coi proprietari e col fisco e in certi momenti e paesi erompevano in aperte e sanguinose sollevazioni (ad esempio, in Gallia), videro negli Ostrogoti o nei Franchi altrettanti liberatori, ne agevolarono la conquista, spesso ne ingrossarono le file. Dal pi al meno, tutte le classi inferiori rimasero indifferenti di fronte agli invasori. Esse non avevano pi nessun attaccamento ad un regime oppressivo, ad uno Stato che esisteva non per loro ma per i funzionari. E gli scrittori cristiani trovarono tutto ci pienamente giustificato, salvo il caso che la Chiesa fosse essa in urto col popolo invasore, come accadeva in Italia al tempo dei Longobardi. Qualcuno trovava strano che non tutti i poveri passassero ai barbari! I quali, alla loro volta, se la pigliavano pi che altro coi latifondisti e coi ricchi in genere. Da noi, i Longobardi ne fecero sterminio, come racconta il loro storico Paolo Diacono. Ci spiega come l'aristocrazia, che comparir pi tardi nella societ italiana e di tutti i paesi romano-germanici, ripeter in gran parte origini germaniche e conserver costumi di derivazione germanica, mentre nella massa permane antico sangue e temperamento e coltura.
Anche di fronte all'Impero, alle istituzioni, alla cultura romana, l'atteggiamento dei barbari non fu di assoluta opposizione. Spesso manomettevano o mutavano le persone, ma non osavano toccare le istituzioni, certi rapporti di diritto. Non osavano e non sapevano. Erano fanciulli che prendevano in mano, con occhi stupiti, un oggetto portentoso! Essi non potevano sottrarsi, venendo in contatto coi Romani, ed alcuni anche prima di irromper entro i confini dell'Impero, al fascino di quella ferrea organizzazione, di quelle leggi, di quella unit gigantesca: tutte cose a loro sconosciute, ma di cui cominciavano a sentire un qualche desiderio o bisogno, per le necessit stesse della conquista e della resistenza al nemico. Gi, quasi tutti i capi riconobbero da principio la sovranit dell'Impero e non considerarono se stessi Imperatori. Volevano essere Re dei loro compagni di arme e fedeli; rappresentanti dell'Impero di fronte ai Romani. Cos, ad esempio, Odoacre, che rimand a Costantinopoli le insegne imperiali appartenute allo spodestato Romolo Augustolo. Si direbbe che avessero o acquistassero presto - almeno i pi illuminati fra quei capi - la coscienza delle proprie manchevolezze e riconoscessero la necessit di sanarle con le forze che potevano trarre dall'altra parte. Volevano non distruggere ma piuttosto utilizzare per s il meccanismo dello Stato, servendosi di quei Romani stessi che ne conoscevano il maneggio. Essi avrebbero dato le armi per la guerra, i vinti la loro capacit amministrativa. Divisione di lavoro, scambievole integrazione, gi un po' attuate, del resto, dall'Impero stesso, prima del 476. Questa idea diventa un vero piano politico, in quel capo barbarico che si trov ad esser il pi evoluto verso la romanit, prima ancora della conquista, ed il signore di un paese come l'Italia, centro della romanit stessa: Teodorico, re degli Ostrogoti (anno 493-526). Egli organizz il suo Regno sulla doppia base romana e gotica; lasci agli uni l'amministrazione, nelle forme antiche, pur nominando esso i funzionari, e si circond di segretari e letterati romani; tenne per gli altri l'uso della milizia e il comando militare. Egli fu governatore civile degli Italiani, come vicario dell'Impero; e fu Re dei suoi Goti, pel diritto che gli veniva dalla loro acclamazione. Negli ultimi anni, egli vide naufragare i suoi sforzi; ma ci non ne distrugge il valore, come indice delle disposizioni d'animo con cui i Germani, specialmente i primi venuti, si accostarono al mondo romano. Perch il fosso profondo si colmasse, era forse necessaria un'altra cosa: che i Romani diventassero, nei loro costumi, un po' barbari ed i barbari un po' romani. Solo cos essi avrebbero potuto, a poco a poco, prender posto in uno stesso organismo politico e partecipare ad un lavoro comune, creando una vita sociale non pi barbarica o romana, ma sostanzialmente nuova.


3. - LIVELLAMENTO ED AVVICINAMENTO.

E un po' barbari ridiventarono difatti tutti i Romani, nei secoli delle invasioni e dei primi stanziamenti. Le citt si immiserirono di popolazione e di ricchezza e l'economia di scambio si ridusse a poca cosa, per l'abbassamento dei centri urbani e per la poca sicurezza delle strade. La terra venne riacquistando il carattere di prima e fondamentale forma di ricchezza. Per la scarsa e debole azione dello Stato, sia dell'Impero sia dei nuovi Regni barbarici, si vide anche presso i Romani, anche presso i mitissimi Ebrei sparsi da per tutto, rafforzarsi ed ampliarsi l'unit familiare, assumere essa il compito della difesa, gli individui farsi giustizia da s con le armi, la donna fisicamente pi debole entrare e rimanere come in una perpetua tutela del marito o del padre o dei figli. Nei grandi latifondi, dove il braccio del sovrano giungeva a stento, si videro i proprietari, gi nel Quarto e nel Quinto secolo, avviarsi a divenire giudici e signori dei coloni, sostituendosi allo Stato e organizzando il latifondo come una unit economicamente e giuridicamente chiusa.
Viceversa, pi civili o, che  lo stesso, pi romani divennero rapidamente i barbari nelle nuove patrie. Avendo stabile sede, essi furono naturalmente portati a sistemarsi non pi tanto sulla base dei rapporti personali e di consanguineit, quanto su quella dei rapporti locali e di vicinato: ci che volle dire un rilassamento dei ferrei vincoli della complessa famiglia barbarica e il frazionamento suo in minori unit. Diventarono proprietari e fieramente attaccati al possesso fondiario, non pi collettivo ma familiare e sempre pi individuale. Al posto della automatica e totale trasmissione del patrimonio familiare nei naturali eredi, riconobbero nel padre un crescente diritto di disporne liberamente, cio romanamente, per mezzo di testamento. Si adattarono subito alla costituzione agraria preesistente, di fronte alla quale essi, pastori e grossolani cultori di terra, nulla sapevano e potevano innovare, quasi schiacciati dalla sua grande e ferma mole, plasmata da secoli di lento e inconscio lavoro. Maneggiarono assai pi largamente di prima il denaro, abitarono le citt, ne respirarono l'atmosfera morale anche essi, ne fecero proprie le tradizioni, le glorie o vanit municipali, le ragioni di scambievole inimicizia. Nel nuovo ambiente economico, al contatto con la ricchezza e con le disuguaglianze sociali dei paesi romani, per il prevalere dei pi forti e dei pi intelligenti durante la tumultuaria conquista, si spezz anche la omogenea compagine dei Germani.
Non pi la libert, ma la ricchezza fu il fondamento dell'organizzazione sociale. E dove prima erano nuclei di liberi ed eguali, si formarono classi di ricchi, mediani, poveri, miserabili senza casa n tetto, questi oppressi da quelli, costretti a vendere la loro libert per vivere, disposti a subire un Re forte che tenesse a freno i potenti e prepotenti. Si afflevolirono cos l'autonomia delle trib e il potere dei loro capi, con tendenza a mutarsi questi in funzionari del Re, mentre prima avevano autorit propria o conferita loro dalla propria trib. Era lo Stato che sorgeva sopra le unit minori, sopra le assemblee dei liberi, ora non pi facili a convocare, dopo che il popolo si era disperso sopra vasti territori; era il potere regio, esercitato con titoli, prerogative, pompe romane, interessato ad affrettare la conversione dei sudditi al cattolicesimo, per aver l'appoggio del clero, a promuovere la conciliazione e fusione delle due genti, a far rivivere l'idea romana di Stato "( ci che vuole il Re ha forza di legge", "il principe superiore alle leggi", si diceva nel "Corpo del diritto civile" di Giustiniano); era l'impulso verso una legislazione scritta, necessaria ormai per sistemare tanti rapporti nuovi, per svalutare l'aristocrazia depositaria e interprete delle consuetudini, per assicurare, con la maggiore giustizia e la maggiore protezione del Re al popolo, un maggior attaccamento del popolo al Re. Gi nel 500 e 600, non v' pi uno dei nuovi Regni romano-germanici o anche schiettamente germanici, che non abbia il suo codice, la sua "Legge" o "Patto", come si chiamava.
Era, questa, una attivit quasi specificamente romana (come l'arte e la filosofia, creazioni specificamente greche); e coltivarla ora voleva dir battere vie gi aperte da Roma, subire per necessit le suggestioni di Roma. Quelle leggi barbariche erano redatte quasi tutte in latino, sia pure molto grossolano e popolare; si giovavano della collaborazione di giuristi e notai romani; attingevano spesso largamente, oltre che al diritto volgare, frutto della vita popolare indigena, romana e preromana che fosse, anche al diritto romano vero e proprio, specialmente dove si trattava del Re e delle sue attribuzioni, dei rapporti riguardanti la Chiesa o che la Chiesa aveva un qualche interesse a regolare in certo determinato modo: come, ad esempio, il testamento a favore dell'anima e il testamento in genere, i privilegi ecclesiastici, gli impedimenti matrimoniali, il diritto di successione delle donne, la prescrizione. Dicemmo che i barbari trovarono Impero e Cristianesimo riconciliati, vita romana e cristiano-cattolica gi organizzata in unit: e, cos in blocco, queste forze agiscono sui Germani. Particolarmente visibili sono tutti questi influssi nell'Editto di Teodorico, nella Legge visigota e borgognona: a non parlare dei codici speciali redatti per i sudditi romani di quelle due regioni, i quali sono addirittura estratti del Codice teodosiano e giustinianeo.
Dopo qualche tempo, i Germani divennero anche cristiani (se pagani e idolatri) e cattolici (se ariani). Cos i Franchi, alla fine del secolo Quinto; cos i Longobardi, nel 500 e 600; cos gli Anglo-Sassoni e gli altri tutti. I discendenti dei sacrileghi demolitori di chiese e monasteri entrarono largamente nelle file del clero secolare e regolare; fondarono, arricchirono e popolarono grandi cenobi, riservandosene il governo e facendosene un mezzo di grandigia familiare; istituirono una folla di chiese private nelle loro terre, furono ossequentissimi all'autorit della gerarchia e del Papa, si orientarono spiritualmente verso la Roma cristiana e cattolica, vi accorsero in pellegrinaggio da ogni parte, vi fondarono ospizi e scuole per i giovani connazionali avviati alla carriera ecclesiastica, ne assorbirono e ne diffusero la leggenda classica e la leggenda cristiana. La conversione volle dire il primo, pi efficace e consapevole avvicinamento dei vincitori ai vinti; fu la prima rivincita dei vinti su vincitori, dei pi civili sui pi rozzi. Cattolicesimo e Chiesa significarono per i Germani il primo ben visibile piegarsi dei Germani alla romanit, che si presentava sotto veste di Cristianesimo, di Chiesa cattolica, di gerarchia; volle dire anche il piegarsi sempre pi alla lingua latina, al diritto romano in molte parti accettato e propugnato dalla Chiesa, al principio di autorit, all'idea di organizzazione unitaria e di Impero. N il Cristianesimo e la Chiesa agirono solo come intermediari fra civilt romana e Germani. Quelli fecero penetrare fra i conquistatori, come li avevano fatti penetrare fra i Romani, anche propri ed originali punti di vista. Si dov un po' alla Chiesa, per esempio, alla sua dottrina ed all'azione personale dei suoi uomini pi influenti, se quel che era elemento di diritto privato nella concezione del potere statale dei Germani fu quasi tolto di mezzo, e invece si concep lo Stato piuttosto come organo di interessi pubblici, strumento di bene pubblico. Nello stesso modo, si fece strada l'apprezzamento delle opere della pace; si approfond il senso di responsabilit del sovrano. Trattar umanamente i sudditi apparve come uno stretto dovere. La legislazione europea dei secoli immediatamente seguenti alle invasioni  piena di questi concetti, ammonimenti, esigenze, comunque poi la pratica, che  tutt'altra cosa e procede con un ritmo suo proprio, rispondesse ad essi.
In tal modo, un passo dopo l'altro, la grande distanza iniziale tra Germani e Romani, nei paesi dell'antico Impero d'Occidente, venne diminuendo; gli elementi comuni della loro vita crebbero, d'indole ideale oltre che pratica. Si moltiplicarono i matrimoni misti. Gli antichi nemici che da principio, per la diversit religiosa, avevano avuto anche nello stesso villaggio distinti sepolcri, sentirono attenuarsi quella reciproca ripugnanza e riposarono dopo morti nello stesso cimitero. Longobardi, Franchi e Visigoti esercitarono la mercatura e certe professioni liberali, costruirono e fecero costruire case e templi in stile romano o bizantino. Dopo aver appreso, accanto alla for lingua nazionale, il latino, finirono col dimenticar quella per questo. Ebbero infine anche essi i loro scrittori, poeti, cronisti che non solo scrissero in latino, ma celebrarono fatti, ricordi, istituzioni della vita romana, apparvero mentalmente inquadrati nella cornice della coltura paesana, cio della coltura antica, dei cui rimasugli il Medio Evo seguit a nutrirsi, fino a che non apparve, dopo il mille, una nuova coltura, frutto lentamente maturato delle nuove societ romano-cristiano-germaniche. Dal canto loro, i Romani si fecero strada verso la vita pubblica, furono riconosciut e accettati come maestri nelle discipline liberali, vennero ammessi nelle corti del Re e dei Duchi, ebbero funzioni direttive, entrarono nella milizia, anche essi con onore e onere diversi, secondo la for condizione sociale ed economica, come i Germani. In Italia, ad esempio, il servizio militare fu nel 200 regolato dal re longobardo Astolfo non su la base della nazionalit, ma del possesso. E cos, implicitamente, i discendenti dei vinti furono ammessi nell'esercito: nuovo dovere imposto, ma anche diritto conquistato, anzi il massimo diritto in una societ semibarbarica, sorgente di ogni altro diritto.


4. - DOPO TRE O QUATTRO SECOLI DALLE INVASIONI...

Dopo tre o quattro secoli dalle invasioni, ecco gi comincia a delinearsi chiaramente il risultato di questa convivenza, che diventa sempre pi una collaborazione. Etnicamente, la massa barbarica, assai piccola al confronto, ha perso tutta la sua antica coesione e individualit in mezzo alle popolazioni preesistenti. Essa si  in gran parte disciolta fra queste, come per l'azione di un liquido corrosivo. Su in alto, i discendenti degli invasori si riconoscono ancora bene, anche per la dichiarazione della propria legge, che fanno negli atti notarili; ma negli strati mediani, le tracce della origine si vengono sempre pi cancellando. Gli uomini cominciano a desumere la loro fisonomia dal luogo di dimora, dalla condizione sociale, dalla attivit che esercitano, dal grado di cultura, pi che non dalla stirpe a cui i loro antenati appartenevano. Se poi si guarda non agli uomini, ma alle cose, allora appare che le istituzioni civili, l'ordinamento agrario, il sistema fiscale, i rapporti fra Stato e Chiesa, le norme regolatrici del commercio e del lavoro artigiano, la lingua, la coltura letteraria, l'arte, la Chiesa, forse anche il governo locale della citt, tutto  assai pi romano che germanico o, meglio, si  incanalato ed ha progredito entro il solco gi scavato dalla pi evoluta civilt romana. Anche dove i barbari avevano qualche cosa di proprio, questo era rimasto conce sommerso sotto l'onda della preesistente civilt; o meglio, le forme di vita del popolo, ormai uno, si svolgevano, si atteggiavano romanamente, perch cos voleva l'ambiente, perch in paesi gi romanizzati incivilirsi voleva dire romanizzarsi, comunicare un'impronta pi o meno romana ad ogni prodotto di attivit individuale e collettiva. Tracce germaniche abbondanti e persistenti rimasero invece nell'ordinamento politico, nell'aristocrazia, nelle famiglie regnanti, nel diritto penale, fors'anche nello spirito che anim i nuovi Stati sorti per opera dei barbari su territorio romano. Se volessimo trattar la storia chimicamente, a modo di certi studiosi specialmente tedeschi, tutti presi dalla smania di ritrovar nel vasto mondo gli elementi germanici veri o presunti, potremmo aggiungere che ai Germani, come del resto anche al Cristianesimo, la nascente Europa dov - n sappiamo se ci fu per intima loro natura, per innato loro genio o per ci che essi erano in quella prima fase di loro sviluppo etnico-politico - se i nuovi Stati, e diciamo pure lo Stato non fu cos assorbente e schiacciante come era stato quello romano dell'et imperiale; se si affermarono una pi alta idea ed un maggiore rispetto della libert individuale; se si riusc a conciliare e contemperare diritto dello Stato e diritto del cittadino....
Ma, a questo punto, il terreno si fa sdrucciolevole e noi dobbiamo guardarci ad ogni passo. Vanit nazionali dall'una parte e dall'altra offuscano qui l'intelletto e la verit, impediscono di riconoscere umilmente che, affacciandosi su questi problemi, lo storico si affaccia sul Mistero. Per un nazionalista o pangermanista tedesco del secolo scorso, che cosa non hanno dato gli antichi Germani, con la loro fresca e intatta forza creativa, al vecchio, esausto, putrefatto mondo romano? Tutto, o almeno tutto il buono, il bello, il nobile; il sentimento dell'onore e della libert; l'energico individualismo e la intimit della vita spirituale; la capacit al dominio, il coraggio, la virt di iniziativa.... Noi, per conto nostro, preferiamo vedere in ogni civilt che sorge, anche dall'incontro di due civilt diverse, un fatto sostanzialmente nuovo e originale, una creazione che il nuovo popolo trae dalle proprie viscere, frutto di propri sforzi, che ogni et, ogni paese deve ripetere per conto proprio: perch, se "ogni uomo  artefice della sua propria fortuna", come cantava un antico poeta latino, a non minor ragione ogni popolo  artefice della sua propria civilt. Ci non esclude che, nei paesi schiettamente germanici del centro e del nord d'Europa, che pure subirono qualche influsso romano antico, visibile, per esempio, gi nelle leggi sassoni o frisoni, ed altri maggiori influssi risentirono del cattolicesimo romano e del Rinascimento italiano e dei vari movimenti di coltura, ovunque nati, dell'et moderna; in questi paesi, noi ritroviamo ancora pi di un tratto dei Germani di Tacito. E non esclude neppure che, nei paesi romanizzati, si possa e si debba vedere una certa continuit della vita antica, e che questa continuit sia maggiore quanto pi ci si avvicina al centro del mondo romano: minima, ad esempio, nell'Inghilterra, il paese dei Bretoni romanizzati e poi degli Anglo-Sassoni; maggiore nella Francia, nella Spagna, nei paesi latini, anche nella stessa Romania; massima, infine, in Italia, vuoi dal punto di vista etnico o razziale, vuoi da quello della coltura e della mente. Qui, anche nei tempi di maggior decadenza, non  mai venuta meno nel popolo italiano - dico nel popolo e non solo negli eruditi - l'idea di essere esso, e solo esso, il legittimo discendente, erede e prosecutore di quelle genti che crearono Roma, e, raccolto attorno a Roma, l'Impero. Che non  un semplice mito.



Capitolo quinto.
L'Oriente romano: Bisanzio.


1. - DIFFERENZIAMENTO E OPPOSIZIONE.

Quale, nel frattempo, lo svolgimento storico dell'Oriente, in quella parte dell'Impero romano che si stendeva dall'Adriatico al Caspio e all'Eufrate, dal Danubio all'Arabia, al mar Rosso, al deserto libico, e che alla fine del 500 comprendeva la penisola balcanica, la costa settentrionale del mar Nero, l'Asia Minore, l'Armenia, la Mesopotamia, la Siria e la Palestina, l'Egitto, oltre il rimanente della costa nord-africana e parte dell'Italia, col suo centro a Costantinopoli, la seconda Roma? Qui non Goti, Unni, Longobardi eccetera, salvo che in rapide e minacciose incursioni o per brevi soste. La loro mta era l'Occidente, vuoi che da quella parte li spingesse l'oscuro istinto di vita o il visibile moto degli astri, vuoi che da quella parte trovassero il punto di minore resistenza per progredire. Quindi, non Regni romano-germanici, entro i confini dell'Impero di Oriente. Qui, pot seguitare a vivere, compiendo in apparenza la sua normale parabola, l'antica cultura, l'antico ordine costituzionale. Ma in realt, anche senza Germani, questo membro orientale dell'Impero romano si era venuto e si veniva lentamente mutando. Gi un po' esso era sorto per soddisfare esigenze di popolazioni diverse per indole, tradizioni, mentalit da quelle dell'Occidente; e poi, sempre pi aveva subito l'influsso di questo nuovo ambiente, si era colorito del suo colore. Fra Occidente ed Oriente, grande il contrasto, gi fin da quando l'Impero romano grandeggiava nella sua unit e relativa omogeneit.
L, politica e diritto; qui, arte e filosofia erano stati pi specialmente gli originali prodotti del lavoro collettivo. Il Cristianesimo si atteggi anche esso diversamente nelle varie parti dell'Impero: In Oriente, esso si realizz e si manifest subito in una miriade di sette cristiane, aspramente avverse l'una all'altra per astratte questioni dogmatiche (ad esempio, il rapporto teologico fra il Padre e il Figlio, unica o duplice natura, unica o duplice volont di Dio eccetera), attorno alle quali si esauriva o quasi l'attivit religiosa di quei popoli. In Occidente, cre una disciplinata unit che permise alla Chiesa non solo di superare vittoriosamente la crisi delle invasioni, ma anche di adempiere taluni compiti dello Stato, mentre questo soffriva o di senile debolezza o di incoscienza barbarica, e di costituire per qualche tempo quasi l'ossatura della societ civile. In Oriente, fu contemplativo, riflessivo, indagatore sottile e cavilloso delle verit religiose, fecondo di sempre nuove interpretazioni; in Occidente, fu attivo, pratico, animato da un gagliardo spirito di proselitismo, fornito di mirabile virt organizzatrice, la virt stessa che era stata di Roma pagana. In Oriente, il monachesimo, sorto da per tutto in seguito allo spontaneo appartarsi in solitudine di quanti erano stanchi della vita civile, delle sue disuguaglianze, dei suoi contrasti, e volevano perfezionarsi moralmente con la penitenza e le mortificazioni della carne, fu e rimase istituzione di asceti e solitari; in Occidente, invece, accolse uomini di ogni temperamento e attitudine e cerc, si, pace e tranquillit, ma anche si volse al lavoro dei campi, al dissodamento e ripopolamento di luoghi abbandonati e incolti, alla predicazione, all'attivit sociale. S. Basilio vescovo di Cesarea (morto nel 379) e S. Benedetto di Norcia (morto nel 543), i due riformatori del monachesimo orientale e occidentale, sono due uomini rappresentativi di due civilt, di due temperamenti e attitudini collettive. Quello dtta una regola ascetica e contemplativa; questo, una regola anche intellettualmente e manualmente operosa. L'ozio  bandito come un nemico; il lavoro, nelle sue varie forme, raccomandato, anzi imposto, per il suo valore morale e religioso, oltre e pi che economico. In corrispondenza alla diversa regola, da una parte, le immobili, appartate, infeconde corporazioni di monaci, come quella che ancor oggi  sul monte Athos; dall'altra, il monastero di Montecassino, fondato da Benedetto dove gi era un tempio dedicato ad Apollo, e poi il monastero di Nonantola, di Farfa, di Bobbio eccetera, in Italia; di Fulda, di S. Gallo, di Reichenau eccetera nei paesi tedeschi; di S. Dionigi, di Tours, di Cluny eccetera, in Francia. Tutti seguono la regola di Benedetto, universalmente accettata in Occidente, salvo che in taluni cenobi dell'Italia meridionale, ove sono territori soggetti a Bisanzio; tutti sono, oltre che luoghi di preghiera, grandi aziende agricole, officine, ospizi di viandanti e di infermi, ricetto di antichi codici, sedi di studio. Di l escono, di quando in quando, ministri di principi, diffonditori del Vangelo, riformatori.
Ci aiuta a spiegar questo assai diverso destino dell'Oriente anche il fatto che esso  un grande musaico di genti etnicamente diverse. Greci, Armeni, Persiani, Siriaci, Ebrei, tutti attaccati a proprie tradizioni, tutti fieri di un proprio passato, disseminati sopra un territorio immenso e privo d'ogni continuit ed unit fisica, non amalgamabili, non assimilabili, con interessi contrastanti fra di loro, con ragioni perenni di malcontento verso il fiscalismo e dispotismo del Governo imperiale. Nelle lotte religiose, che spesso insanguinavano tutto l'Impero, s esprimevano appunto questi contrasti etnici e politici. Erano degli equivalenti, assai naturali nel Medio Evo in genere, nell'Oriente in particolar modo, vuoi per la mentalit di quei popoli, vuoi per la costituzione e la natura dell'Impero di Bisanzio. Questo concentrata nelle sue mani non solo il potere civile, ma anche quello ecclesiastico. N si contenta solo di ingerirsi nei rapporti esterni della Chiesa, ma prende posizione nelle questioni dogmatiche, anzi ha sue proprie iniziative in fatto di riti, di culto, di interpretazioni della Scrittura eccetera Quindi, chi si ribella a lui o, comunque, viola la legge e l'ordine costituito, facilmente passa dai fatti di natura politica a quelli di natura religiosa. E' qui un'altra differenza fra il Cristianesimo occidentale e quello d'Oriente, dovuta anche a diversit di vicende e assetto politico. A Bisanzio, la Chiesa si sottomise all'autorit dello Stato, divent un organo dello Stato, quasi adempi una funzione dello Stato, riconobbe nell'Imperatore il suo proprio capo, gli diede la presidenza dei concili, alcune volte lo autorizz ad essere arbitro di dogmi, fece di lui quasi un futuro sultano. Il Vescovo di Costantinopoli (Patriarca) era una specie di suo grande ministro per le cose religiose; tutti i Vescovi dell'Impero erano suoi funzionari egualmente. Egli alimentava il loro spirito di indipendenza contro Roma, comune a tutte le grandi Chiese d'Oriente, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e specialmente Costantinopoli, seconda Roma e citt regia pi vera e maggiore, dopo che la Roma d'Occidente era scaduta dal suo seggio altissimo. Cos questa gerarchia orientale, avulsa dal corpo della gerarchia cattolica e sottratta alla dipendenza del Papa, meglio si sarebbe raccolta attorno all'Imperatore.
Il distacco religioso dell'Oriente dall'Occidente, che resist poi a mille tentativi di ravvicinamento, ha in questi interessi politici una delle sue radici. Naturalmente, la Chiesa orientale, unica e sola nei primi secoli, si frazion in altrettante Chiese nazionali quanti i popoli dell'Impero, allorch questo si disciolse e le varie nazioni, cadute sotto i Turchi, provvidero ciascuna per conto suo a governare la propria vita religiosa: si ebbero cos la Chiesa greca, la Chiesa bulgara, la Chiesa armena eccetera, ognuna indipendente dall'altra, ognuna con un proprio capo, con propri riti, con stretta unione allo Stato. In occidente, invece, la Chiesa rimase pi libera, specialmente nella sfera dei suoi rapporti interni, e pot tutta raccogliersi, quasi senza limitazioni, attorno ad un suo capo spirituale: il Vescovo di Roma. La lontananza dell'Impero vi contribu. I piccoli Stati barbarici italiani, che per di pi non ebbero quasi affatto autorit in Roma e regioni vicine, non potevano prenderne l posto, come disciplinatori della Chiesa. Era un compito troppo grande per la loro debolezza politica e povert spirituale! I Longobardi, anzi, scrollando l'autorit dell'Impero nella penisola, aiutando il Pontefice ed i cattolici, contribuivano a salvar la Chiesa romana da Bisanzio e dalla teocrazia imperiale ed a conservarle il suo originario carattere occidentale e romano, la sua indipendenza e libert di fronte a chicchessia.... Contro questa indipendenza e libert, i Longobardi stessi dovranno vanamente lottare, anche per la propria indipendenza; e dovr lottare la societ civile, per metter un freno alla libert della Chiesa, per fondare cio la propria libert e la libert dello Stato. Ma indipendenza e libert della Chiesa vorranno anche dire maggiore disposizione della Chiesa stessa, in Occidente, a rinnovarsi, col rinnovarsi della coscienza religiosa del popolo. Vorranno dire libert anche di popoli e individui che in Occidente non rimarranno schiacciati sotto il peso di un potere unico che non conosce confini ed esercita il suo sindacato sopra ogni campo di attivit umana, quale  o diventa, su le direttive dell'Impero romano, l'Impero d'Oriente. Popoli ed individui si avvantaggiarono, in Occidente, della distinzione e, spesso, dell'acuto dissidio fra i due poteri e trovarono una tutela, ora nella Chiesa di fronte allo Stato, ora nello Stato di fronte alla Chiesa.


2. - OPERE DI CIVILTA' ROMANO-BIZANTINE.

Pur tuttavia, il millennio di vita dell'Impero di Bisanzio non  senza un grande valore nella storia generale della civilt. Gi, altrimenti sarebbe difficile spiegare una cos tenace esistenza. Esso conta al suo attivo, specialmente nei primi secoli, opere veramente romane, per la mole e pel significato; opere che sembrano una prosecuzione o maturazione di quelle iniziate dalia Roma d'Occidente e dal suo Impero, nell'et antica. Vogliamo dire la grande sistemazione del diritto romano, che era come la sintesi e conclusione di un lavoro secolare, e il mezzo per agevolarne nei secoli il ricordo. Gi Teodosio Secondo, nel Quinto secolo, aveva pubblicato una raccolta di costituzioni imperiali: il "Codice teodosiano", larga fonte per i legislatori romano-germanici dei nuovi Regni d'occidente, nei secoli appresso. Assai pi e con assai maggiore larghezza di intenti, quasi dominando dall'alto il vastissimo campo, fece Giustiniano (anno 527-65) che ebbe attivit varia e grande, pur in mezzo alle turpitudini della corte, alle terribili discordie interne, che a volte mettevano sossopra la stessa capitale.
Citt poliedrica, ombre e luci, Costantinopoli, quando essa, con Giustiniano,  al culmine! Qui, tutte le stirpi, i costumi, i linguaggi dell'Impero sono largamente rappresentati; tutte le controversie, politiche e religiose, agitanti il vasto e vario paese, trovano il loro punto di partenza o di convergenza, raggiungono le manifestazioni pi violente. Sotto Giustiniano, le corse dei carri nel circo danno occasione o pretesto ad un furioso cozzar di fazioni che, se prendono nome dal colore della veste degli aurighi, "bianchi, azzurri, verdi, rossi" eccetera, traggono alimento, invece, da controversie religiose. L'Imperatore stesso si sente malsicuro nel suo grande palazzo, il "Cesareo", e qualche volta ha bisogno, per non fuggire, che lo trattenga Teodora, la dissoluta, ira virile Imperatrice. Come la vecchia Roma al tempo della decadenza, anche Costantinopoli presenta una enorme quantit di elementi parassitari: plebe abituata alle distribuzioni gratuite di grano, da una parte; burocrazia numerosissima e invadente, dall'altra. Poich questa citt  il centro e la testa di uno Stato che non conosce limiti al suo intervento in ogni ordine di attivit: nella produzione economica, nell'acquisto diretto di tante materie prime necessarie alle industrie, nella vita delle corporazioni operaie. E poi, grandi domini fondiari imperiali, innumerevoli monopoli, industrie di Stato che fanno concorrenza a quelle private eccetera In una citt come questa, grandissimo il fasto, il lusso delle vesti e degli ornamenti di ogni genere, lo splendore orientale degli spettacoli pubblici, civili e religiosi insieme; grandissimi la richiesta, il consumo, lo smercio di ogni raffinato prodotto dei tre continenti che di li irraggiavano attorno e l si congiungevano e quasi si saldavano. Costantinopoli era veramente il gran ponte fra i continenti del mondo antico, il grande crocicchio delle maggiori e pi battute vie commerciali provenienti dall'Asia, dall'Africa, dall'Europa, attraverso il mare, le montagne, i deserti circostanti: anche per i rapporti fra la vecchia Europa mediterranea e la giovane Europa slava al nord del Danubio e del Caspio, che proprio allora cominciava a crescere e sviluppare la sua economia di scambi. A Costantinopoli faceva capo chi risaliva e discendeva i grandi fiumi della Russia e il Danubio; chi trafficava con l'Asia centrale, fino ai luoghi dove le carovane cinesi giungevano con i loro preziosi carichi di seta greggia, necessaria alle industrie dell'Impero; chi portava in Europa, per il golfo Persico, la vallata dell'Eufrate ed i porti di Siria, oppure per il mar Rosso, per il canale non ancora ostruito che lo congiungeva al Nilo, per il porto di Alessandria e l'Egeo, le ricche merci che da tutto l'Estremo Oriente, dalla Cina, dalla Malesia, dalle Indie, si raccoglievano prima nel grande emporio di Ceylon....
Dunque, attivit varia e grande, quella di Giustiniano. Nel campo della vita economica, promosse, fra l'altro, l'industria dei tessuti di seta, dopo che certi frati erano riusciti a portar nascostamente dalla Cina alcuni semi di bachi, ed affranc in tal modo i paesi dell'Impero, specialmente la Siria, dalla necessit di importar con lunghi, pericolosi, costosi viaggi, la materia greggia. Inizi e prosegui con ardore una serie di costruzioni architettoniche: monumenti restaurati nelle grandi citt dell'Impero; un duplice ordine di mura attorno a Costantinopoli; la chiesa di Santa Sofia, il maggior monumento d'arte bizantina, ornata di mirabili lavori di musaico e di scultura, pi tardi nuda e fredda moschea. Uomo di levatura non grandissima, Giustiniano aveva tuttavia larghezza di visione e, pi ancora, il fiuto degli uomini capaci di servirlo, soldati o giuristi che fossero. Con l'aiuto di alcuni grandi collaboratori, egli pot quindi legare il suo nome ad opere veramente solenni. Con l'aiuto di Belisario e di Narsete, ricuper l'Africa e l'Italia; merc un lavoro decennale di Triboniano e di altri maestri di diritto, pot vedere raccolte, ordinate, illustrate le leggi dei predecessori. Venne fuori, cos, una esposizione di princpi generali del diritto ("Istituzioni"), una scelta delle pi illuminate opinioni o sentenze di giureconsulti, a cui fu dato valore di leggi ("Pandette o Digesto"), una raccolta delle leggi vigenti ("Codice"). Tutto questo, aggiunte poi le "Novelle", cio leggi emanate posteriormente, costitu quel che si disse "Corpo del diritto civile giustinianeo".
Il quale rappresenta il pensiero giuridico romano che, giunto alla coscienza di s, porta la sua riflessione sui princpi, enuncia massime generali e universali: proprio il contrario di quel che sono e fanno le coeve e posteriori legislazioni barbariche dell'Europa centrale ed occidentale, dove ogni idea sintetica manca e il diritto penale, quello che pi resta fedele alla tradizione germanica, non  che un minuto elenco di reati e di pene meccanicamente corrispondenti. Si capisce perci la rinomanza grandissima che ha sempre circondato questa opera giustinianea, nella quale non  da vedere il prodotto della mente di un uomo e neppure di una generazione di uomini, ma Roma stessa nella sua attivit pi caratteristica e originale e durevole: il diritto. Anche il Medio Evo tribut a Giustiniano onore altissimo e vide in lui quasi la personificazione vivente ed eterna della Legge. I tempi certo non erano in Occidente molto propizi ad un grande riconoscimento pratico di quel diritto. Elaborato esso da e per una societ organizzata su larga base e in pieno regime di economia di scambio, mal si adattava ad una societ ridotta in frantumi, impoverita, tornata alla terra ed all'economia naturale, vicina ormai a confondere diritto pubblico e privato, come era quella romano-barbarica. Tuttavia, anche allora il "Corpo del diritto civile" conserv una qualche vita, specialmente in Italia, entro e fuori dei domini rimasti a Bisanzio. Ancor pi ebbe vita, nella pratica e nella scuola, col Undicesimo e Dodicesimo secolo, cio col risorgere delle citt, della borghesia mercantile, dell'economia capitalistica, delle monarchie con tendenza all'assolutismo, della coltura giuridica ed umanistica. L'Italia vi ritrov quasi il suo proprio diritto. Francia e Spagna e Inghilterra se ne alimentarono, la Germania stessa gli apr le porte. Ancor oggi esso forma la trama del diritto civile dei popoli di coltura europea.


3. - L'ORDINE ROMANO E I BARBARI.

Mentre compiva la grande sistemazione del diritto di Roma, l'Impero d'Oriente cominciava anche esso a trovarsi faccia a faccia con i suoi "barbari". La vecchia Roma aveva dovuto fronteggiare i Germani, rimanendo in ultimo quasi sommersa; la nuova Roma vede affacciarsi dal Danubio verso la penisola balcanica gli Slavi, anche essi ariani, come altre popolazioni barbariche d'Europa. Essi sono agli inizi della loro vita europea e ricordano i Germani delle invasioni: la stessa economia fatta di caccia e di pesca e di incipiente agricoltura; la stessa religione, a fondo essenzialmente naturalistico; la stessa organizzazione, a base di gruppi familiari ("mir") e di trib, capaci di unirsi a volta a volta temporaneamente, sotto un capo unico. Pare che Slavi e Germani fossero rami di un grande e unico tronco, bipartitosi in antichissime et, per effetto di una lenta differenziazione interna e di urti esterni. Meno aggressivi e bellicosi dei Germani sono gli Slavi, tanto che soggiacciono successivamente a parecchie dominazioni d'altri popoli e ne diventano servi (per cui la parola "slavo" o "schiavo" equivale a servo). Viceversa, li superano assai di numero. Essi si stendono sopra un immenso territorio alle spalle dei Germani e avanzano verso occidente e verso sud, sommergendo via via le terre lasciate in abbandono dai Germani migratori.
Nel Sesto secolo, sono gi arrivati all'Elba, nel cuore dell'attuale Germania, e toccano il medio e basso Danubio. Si trovano in prima fila, da nord a sud-est, i "Prussi" sul Baltico, i "Cchi" e "Moravi" in Boemia e nella regione carpatica, i "Polacchi" tra la Vistola e l'Oder, i "Croati" e i "Serbi". Questi ultimi vengono in contatto con Bisanzio che dominava sino al Danubio e faceva sentire anche al di l la sua azione. Storia oscura, la loro. Essi cadono sotto gli Avari, popolazione mongola come gli Unni ed eredi e prosecutori degli Unni; si alternano o si mescolano con gli Avari, nelle scorrerie devastatrici in Friuli, Istria, Dalmazia, Montenegro, durante le quali va distrutta, con altre terre, anche Salona, la maggiore citt dalmatica (circa 80000 abitanti), rifugio di Diocleziano imperatore negli ultimi anni della sua vita. Tentano anche di penetrare in Italia, dal valico delle Alpi Giulie e dal mare, ma non vi riescono. Per liberarsi dagli Avari, i Serbi ed i Croati cercano la solidariet dei Germani da una parte, dei Greci dall'altra. E Bisanzio fa loro buon viso. Si stanziano cos nel territorio dell'Impero, un po' di loro iniziativa, un po' per iniziativa dell'Impero stesso, che rimane ancora fedele alle vecchie tradizioni dell'"ospitalit" ed inquadra barbari per difesa contro altri barbari. I Serbi trovano sede stabile nella Mesia (Serbia attuale); i Croati pi ad occidente, nella Slavonia, e poi nella Dalmazia interna.
Qui, le popolazioni indigene, gi romanizzate profondamente, avevano subito e subivano le traversie stesse delle popolazioni di certe contrade italiane, e pi gravi ancora. Molte, sterminate, con susseguente scomparsa della romanit; molte, rifugiatesi nelle innumerevoli isole dell'arcipelago dalmata; molte, raccoltesi, dall'interno, in talune citt della costa, ove meno difficili erano la difesa o lo scampo, a Zara, a Trau, a Lausio, la odierna Ragusa. Il grande palazzo di Diocleziano, presso Salona, era diventato una fortezza ed il piccolo nucleo di una nuova citt, Spalato. Dopo lo stanziamento nelle nuove terre, Serbi e Croati si convertono anche essi: quelli diventano cristiani di rito greco od ortodosso; questi, cattolici romani. Riprende animo l'elemento indigeno. Non pochi ritornano alle vecchie sedi. Le citt si risollevano, ritrovano un poco il ritmo della vita urbana, accolgono nuovamente i loro Vescovi, hanno proprie iniziative, gettano le basi di ordinamenti autonomi, che sono come intermedi fra gli ordinamenti municipali romani e quelli dei liberi Comuni italiani del Medio Evo. Nei secoli immediatamente seguenti, noi vediamo gli Slavi occupar di preferenza l'interno e le campagne; i Romani, le citt costiere ed isolane, Ragusa, Veglia, Spalato, Trau, Arbe, Brazza, Lesina, Zara eccetera. Questa ultima, sede di un Duca che rappresenta l'Impero, sembra la citt principale e il centro politico della regione. I contatti fra i due popoli non tardano a stabilirsi; ma la distinzione tra Dalmazia slava e Dalmazia romana (fra qualche secolo, si potr dire Dalmazia italiana)  abbastanza netta. E contribuiscono a mantenerla, oltre la originaria differenza etnica delle genti che vi abitano, anche altre circostanze: ad esempio lo stabilirsi fra poco del dominio franco sopra i Croati, mentre la costa, pur con varie alternative, rimane sottoposta all'Impero; poi, i molti nessi di quelle cittadinanze con Bisanzio e con le citt italiane prospicienti, specialmente con Venezia, la nuova creatura sorta da poco in fondo all'Adriatico, ancora tutta intenta al suo primo assestamento fra le isolette sabbiose della laguna. La necessit storica e geografica comincia ad avvicinare questi piccoli centri adriatici che risollevano il capo dopo la bufera e li fa solidali contro comuni nemici e comuni pericoli: cio gli Arabi che risalgono dal sud, sopra le loro navi veloci, e infestano l'Adriatico; gli Slavi che premono alle spalle della Dalmazia costiera e romana e qua e l costituiscono, in fondo alle lunghe insenature della costa, i primi nuclei di attivit piratesca; il governo di Bisanzio che pesa da lontano col suo fiscalismo, con le sue velleit dogmatiche, con le sue perturbazioni religiose. Si delinea all'orizzonte la storia tutta veneziana e italiana di questo piccolo mare, mentre declina viceversa l'Impero di Bisanzio e si rompono a poco a poco gli ultimi suoi legami con l'Occidente e l'Italia. Infatti, nel Sesto secolo si riduce ad un'ombra la sua autorit in Roma e territori attorno, soppiantata da quella del Pontefice; nel Nono secolo, va perduta per esso la Sicilia, occupata dagli Arabi che puntano anche su Puglia, Calabria, Campania; fra il 900 ed il 1000, Venezia, Amalfi, le citt dalmatiche agiscono con una libert praticamente senza limiti; nella Sardegna,  governatori di Bisanzio si sono gi trasformati in principi indigeni, la coltura letteraria ed artistica dell'Oriente sta cedendo ad una cultura di carattere locale, Pisa e Genova fanno i primi approcci.


4. - INFLUSSO DI BISANZIO FRA SLAVI, BULGARI, ROMENI.

Comincia cos il primo influsso di Bisanzio sopra gli Slavi danubiani e adriatici e, direttamente o indirettamente, anche sugli altri pi lontani della Russia attuale. Missionari greci lavorano alla loro conversione, ci che equivale ad allargar la sfera d'influenza dell'Impero, data la connessione fra religione e politica, fra Chiesa e Stato, in questi secoli del Medio Evo, e particolarmente in Oriente: e sono noti a tutti i nomi di due di essi, Cirillo e Metodio, a cui si intitolano moderne associazioni di Slavi meridionali, organizzate a scopi di affermazione e di espansione nazionale o nazionalistica. Il Cristianesimo che penetra fra gli Slavi  quello di Bisanzio, e bizantini sono i rudimenti della loro coltura artistica e letteraria, bizantini i primi impulsi ad ordinarsi politicamente, bizantini certi caratteri dei nuovi Stati slavi, ove egualmente la religione diventa una funzione dello Stato. Bisanzio rivive in quei sovrani slavi che cumulano nelle proprie mani il potere civile ed il potere chiesastico e portano nome romano-bizantino: Cesare ("czar"). La sua azione si esplica, in taluni luoghi, nel senso di iniziare quei popoli ad una qualche coltura; in altri, di conservare i residui dell'antica coltura. Cos nella Dacia romana, sempre pi tagliata fuori dall'Occidente, a causa degli interposti stanziamenti di Tedeschi, di Avari, di Slavi; sempre pi minacciata dalla marea delle nuove genti che montano dal nord e dall'est. Fu un miracolo se anche l ogni traccia di romanit non scomparve. E il miracolo si dov un po' alla tenace resistenza di quei popoli, discendenti da indigeni romanizzati e da coloni romani, cio dei Romani o Romeni; un po' anche ai contatti con l'Impero greco che spesso nei Romani trov ausiliari contro gli Ungheri e altri nemici.
Bisanzio si fece sentire, direttamente o per mezzo degli Slavi, anche su altri che non erano Slavi e Romeni, cio genti relativamente affini: parlo dei Bulgari, popoli di razza mongolica, che parteciparono insieme coi Germani e gli Slavi al gran moto di trasmigrazione dall'Asia verso l'Europa, ora mescolandosi ad essi, ora incalzandoli alle spalle, ora insinuandosi come cunei tra le loro trib, scompigliandoli, dividendoli. Dopo lunga dimora presso il Caspio e il basso Volga (donde il loro nome), i Vulgari o Bulgari si erano avanzati verso il Danubio e, nel Settimo secolo, si stanziarono a fianco dei Serbi. E li si slavizzarono; abbracciarono la religione greca ed ebbero stretti rapporti con l'Impero d'Oriente; nudrirono ambizioni di primazia balcanica e fondarono successivamente due vasti imperi, che ebbero nel Pindo, fra superstiti popolazioni romanizzate, il loro centro; diedero a Bisanzio milizie ausiliarie, condottieri, Imperatori, come gi i Germani li avevano dati a Roma decadente. Sorte diversa ebbero, da questo punto di vista, altri Mongoli che, presso a poco negli stessi secoli, si spingevano ancor pi verso Occidente con selvaggia violenza, gettavano il terrore fra i Germani e gli Slavi, compievano memorande incursioni entro l'Italia fin oltre Roma. Si fermarono finalmente sul medio Danubio, nel centro del grande bacino carpatico, frantumarono la massa slava occidentale che lo occupava e ne respinsero i frammenti verso la periferia, sulle montagne, oppure oltre il Danubio. In queste posizioni, gli uni e gli altri sono ancor oggi, entro il gi Regno d'Ungheria. Si tratta, appunto, dei Magiari o Ungari, grande isola etnica mongola nel cuore dell'Europa ariana. Entro questa informe materia prima, lavorarono non tanto gli Imperatori di Costantinopoli, con i loro patriarchi e monaci, con i loro funzionari e letterati; quanto la Chiesa cattolica ed i Tedeschi, quella nel campo religioso e politico, questi nel campo economico, nella fondazione delle citt, nello sfruttamento delle ricchezze minerarie del paese eccetera.
Questa prima storia di genti slave e mongole transmigranti dall'Asia verso l'Europa  anche storia dell'Impero di Bisanzio, posto in mezzo o accanto alle grandi vie di transito fra i due continenti. Esso non fu battuto in pieno dalla massa barbarica, come gi l'Impero romano d'Occidente, ma solo al margine; e perci resist meglio, pot anche regolare in piccola parte gli stanziamenti dei barbari. Su essi pot agire non solo con elementi di coltura autonomamente operosi, anche dopo caduto l'organismo vivo che li sorreggeva, ma con un tenace lavoro politico-militare, che solo la fine dell'Impero, nel Quindicesimo secolo, interruppe. I suoi danni grandi, le sue irrimediabili mutilazioni, infine la mortale ferita, l'Impero d'Oriente la sub invece da un'altra parte e da altra gente: dall'Asia e dall'Africa, dal mondo musulmano, che si organizza nei secoli stessi delle invasioni germaniche e slave in Europa e che  rappresentato prima dagli Arabi, poi dai Turchi.



Capitolo sesto.
Gli Arabi.


1. - ALBORI DI RINNOVAMENTO.

Gli Arabi appartengono a quella razza semitica che, se ebbe un campo di diffusione pi ristretto degli Ariani o Indo-Europei, pure si distese su un vastissimo territorio, in gran parte pianeggiante: dall'Abissinia ai confini della Persia, dall'oceano Indiano al Mediterraneo ed all'altipiano armenico, con molti popoli diversi ma affini. Il loro paese d'origine, quasi il gran vivaio della gente semitica, ora squallido pi forse che in altri tempi non fosse,  l'Arabia, un vastissimo altipiano, incorniciato da lunghe catene costiere che lo sottraggono agli influssi benefici del mare, aridissimo e sabbioso, salvo che nelle oasi disseminate qua e l, freddo la notte ma battuto di giorno da un sole implacabile. Attorno attorno, fra l'altipiano e il mare, strisce basse e pianeggianti di varia larghezza e brevi vallate, meno povere di acqua, di frescura, di vegetazione, e quindi di uomini. Da questo paese, ben inquadrato entro il Mediterraneo, il mar Rosso, l'oceano Indiano, il golfo Persico e il deserto, uscirono, migliaia d'anni prima di Cristo, a varie riprese e per direzioni diverse, le genti destinate a popolare le regioni circostanti: voglio dire il bacino dell'Eufrate, ricco di terra vergine e fresca, allora affiorata su le acque; la Siria, la Palestina, la Fenicia, l'Egitto, forse l'Abissinia, la Somalia, altre pi lontane contrade. Tanti paesi e quasi altrettante civilt antichissime e remotissime, svoltesi insieme o in epoche successive, tutte legate da rapporti di parentela e derivazione: civilt di Babilonesi e Caldei, famosi per la loro scienza astronomica, per la perfetta sistemazione idraulica della regione paludosa, per la saviezza di certi loro legislatori (ad esempio Hammurabi), per la diffusione internazionale della loro lingua ad alfabeto cuneiforme, rimasta pi tardi come lingua sacerdotale; civilt di Assiri, ferocissimi guerrieri, come del resto tutti questi semiti, ma grandi organizzatori di eserciti e di Stati pi di ogni altro popolo d'Asia, e geniali costruttori e ideatori di forme d'arte, quasi maestri ai Greci; civilt di Fenici, navigatori e mercanti, ricchi di citt come Tiro e Sidone, colonizzatori fin sulle coste d'Africa e Sicilia, giunti ad uno sviluppo di economia capitalistica pi di ogni altro popolo dell'antichit; civilt di Ebrei, che diedero al mondo il Cristianesimo e la Bibbia; civilt di Egizi, fors'anche di Etruschi, la maggiore delle civilt preromane nella penisola.... Esse stanno quasi alla sorgente del gran fiume dell'incivilimento umano e, a differenza di quelle d'altri continenti o dell'Asia orientale stessa, fanno un sistema unico fra di loro e con la pi tarda civilt europea, alla quale hanno fornito contributi pi o meno larghi e visibili. Certo, la loro diffusione  stata enorme, perch esse fioriscono al punto di incontro dei tre continenti antichi, ove si intersecavano alcune delle grandi strade dell'umanit, oggi riattivate o vicine ad esserlo: il canale di Suez e la valle dell'Eufrate.
A secoli e millenni di distanza, quando Roma  gi declinata e Bisanzio accenna ad immobilizzarsi, ecco un'altra grande e per noi misteriosa crisi nell'Arabia occidentale ed un altro imponente moto migratorio. Solo che, forse diversamente da prima, esso  preceduto, accompagnato, colorito da un mutamento, anzi rinnovamento religioso che, mentre ci spiega la gran forza viva che quel moto di migrazione acquist e la sua formidabile capacit di penetrazione, d alla storia araba un gran valore universale. Guardiamoli un momento, questi Arabi.
All'interno, specialmente nel Nagd e nel Dahn, centro della penisola, erano trib di nomadi, che si contendevano magri pascoli e l'acqua delle sorgenti. Alla periferia, in particolar modo nell'Hegiaz e nel Iemen, popolazioni sedentarie o quasi, in borghi e citt allora generalmente pi popolosi di oggi. Erano la stessa gente araba: ma li feceva diversi la diversa condizione di esistenza. I nomadi o beduini vivevano da pastori, cacciatori, predoni; i sedentari, da coltivatori e mercanti. Poverissimi e avidissimi i beduini, costretti ad una quotidiana lotta per l'esistenza, che li scaltriva, ma alimentava costumi ferini (ad esempio, l'uccisione dei nati di sesso femminile); ignorantissimi e pur di pronta e acuta intelligenza; neghittosi e insieme induriti ad ogni fatica, stento, privazione; turbolenti e battaglieri nei rapporti fra trib e trib, vendicativi e crudeli anche con gli inermi e le donne, fantastici, appassionati, lussuriosi, di poca e grossolana moralit e religiosit. I sendentari, invece, pi miti di animo, pi raffinati di costume, con pi sviluppate concezioni religiose, economicamente pi progrediti, turbati perci da contrasti sociali fra ricchi e poveri, che si intrecciavano con le fiere lotte fra nomadi e sedentari, le lotte stesse che pur sempre la storia ci addita fra pastori e agricoltori, fra predatori e mercanti. Si aggiunga infine che mentre i nomadi, pi isolati, erano anche pi propensi a veder nello straniero un nemico, pi conservatori dei caratteri della stirpe, pi avversi ai cristiani, in una parola pi veri Arabi; i sedentari avevano un poco subito l'influenza, nelle citt costiere, delle genti contermini, d'altro sangue e religione, e si erano anche mescolati con essi, specialmente con Ebrei e Cristiani.
Anche la vita religiosa araba, dunque, presentava molta variet. Ogni trib aveva proprie divinit e propri culti o adorava incarnazioni diverse di una stessa divinit. Permaneva, tuttavia, una comune venerazione della grande casa quadrata ("Caaba"), posta alla Mecca, dove si conservavano gli idoli delle varie trib e la famosa pietra nera che l'arcangelo Gabriele, per comune credenza, aveva portato dal Cielo. La Mecca e la Caaba erano veramente il centro della vita araba, meta di grandi pellegrinaggi periodici, che davano anche occasione a commerci ed a scambi d'ogni genere fra le pi lontane trib, a gare poetiche, a manifestazioni di fratellanza. Li gli Arabi riavevano il senso della loro originaria unit e quasi la rivivevano; l'unit stessa poeticamente espressa dalla leggenda della comune discendenza da Abramo. Come nella religione di tutti gli altri semiti, anche in quella degli Arabi era quel germe monoteistico che Ebrei e Cristiani avevano cos perfettamente svolto. E forse avevano contribuito a conservarlo e, in ultimo, a ridargli vigore e capacit di sviluppo, gli Ebrei ed i Cristiani stessi. Si pensi che molte trib anche del nord-est si erano da tempo avanzate verso la Siria, la Palestina e la Persia ed avevano preso contatto assai stretto con Cristiani. Molti Ebrei, poi, spinti dal loro genio mercantile, aiutati da quella meravigliosa adattabilit che, nella tarda epoca romana, fece di essi, nel bacino orientale e centrale del Mediterraneo, quasi il quinto elemento della terra, erano penetrati nell'Arabia ciel sud e dell'ovest, in particolar modo nel Iemen, e vi avevano messo radici, acquistando anche proseliti fra le trib circostanti, specialmente in mezzo alle classi pi umili. Nel tempo stesso, altri Arabi si erano fatti cristiani, lungo le coste del golfo Persico o nei paesi costieri del mar Rosso, per influsso delle popolazioni gi cristiane di Persia e Babilonia e di quelle, pur esse guadagnate al Cristianesimo, dell'Abissinia.
Consideriamo questi fatti come manifestazione di quella profonda crisi morale, come segno precursore di quel rinnovamento religioso che, fra il Sesto e il Settimo secolo, appariranno in piena luce nella vita del popolo arabo. Si faceva strada nei migliori un senso di malessere e di rammarico profondo per il degradare del costume morale, per la confusione o perversione religiosa del popolo, per lo stato di discordia e di perpetua guerra fra le trib. Circolava entro le classi povere delle citt uno spirito di ribellione verso i ricchi. Si diffondeva il rimpianto di una vera o presunta felicit ed uguaglianza antica, ora scomparsa, ma che poteva ritornare. Un desiderio, una attesa ansiosa di miglioramento o restaurazione era in tutti, premuti dalla miseria crescente del paese. Poich il deserto allargava sempre i suoi confini, ed il commercio carovaniero era pur esso decaduto, specialmente dopo che i Tolomei, la dinastia regnante in Egitto, avevano dato essi impulso al traffico marittimo con l'Asia, ed erano divenuti i maggiori intermediari fra le terre bagnate dall'oceano Indiano e il Mediterraneo. Di qui, nuovo stimolo alla vita nomade, nuovo bisogno di emigrare in massa, come gi secoli e millenni addietro, e verso gli stessi paesi, l'Egitto, la Siria, la Palestina, la Persia. Li erano terre fertili, ricche citt, Imperi in decadenza (quello di Bisanzio e quello di Persia), travagliati da torbidi interni, da odi di sette religioso, da guerre ininterrotte, l'uno contro l'altro. E cominciarono trib arabe, quasi avanguardia, a stabilirsi sui confini della Persia e della Siria, a patteggiare con Bisanzio la facolt di penetrare nell'Impero, a farsi cristiani, ad organizzare rudimentali Stati arabo-bizantini, a ricevere per i loro capi titoli bizantini. Non diversamente avevano fatto i primi Germani, al sud del Danubio e altrove. In tal modo, gi nel Sesto secolo la regione dell'Eufrate  piena di Arabi. Sono nella fase della immigrazione pacifica o quasi, mentre monta nel cuore dell'Arabia la grande ondata, che dovr spezzar ogni barriera ed iniziare la fase delle invasioni, che  anche, per il popolo arabo, la fase della rivoluzione.


2. - LA GRANDE RIVOLUZIONE.

Poich entro questo ambiente, per lo stimolo di queste necessit elementari, matur una grande rivoluzione. Rivoluzione profonda e generale, come sempre le grandi rivoluzioni, quando l'uomo riappare ed agisce nella sua spirituale unit: e quindi, anche rivoluzione religiosa. Fatto naturale, questo, l alle porte dell'Asia, vicino alle genti che gi avevano elaboraro grandi religioni mondiali. L'uomo che riscald del suo calcio alito specialmente i germi religiosi di tale rivoluzione e diede loro vita; l'uomo che fu il Mos e il Cristo degli Arabi e formul per essi il nuovo verbo, si chiam Maometto. Apparteneva ad una trib che dominava alla Mecca, ad una famiglia che esercitava ereditariamente il sacerdozio alla Caaba. Fino a una certa et, aveva guidato carovane per il deserto, avuto contatti con Cristiani ed Ebrei di Siria e di Persia; si era poi dato ad intensa meditazione, infine ad una propaganda assidua per scopi religiosi e morali, fra gli Arabi sedentari dell'Hegiaz. In lui, la convinzione ferma di aver un gran compita dinanzi a s, di dover assolvere un comando divino, di essere strumento e interprete della volont di Dio, restauratore e perfezionatore del suo culto, che gi altri, Abramo, Mos, Cristo, avevano imperfettamente rivelato. E si diede ad insegnare e predicare esservi un solo Dio, di cui egli, Maometto, era il profeta; a questo Dio doversi obbedienza piena (in arabo, "islam", "islamismo") ed atti di ossequio, come preghiere, abluzioni, pellegrinaggi eccetera; essere profanazione e idolatria rappresentarlo materialmente e adorarlo in immagine, secondo l'uso dei Cristiani; aver i credenti stretto obbligo di chiamar gli uomini al culto di questo vero e solo spirituale Dio, propagandolo con tutti i mezzi, anche con le armi, ponendo tributo su chi lo respingeva, uccidendo chi rifiutava tributo; essere riservati ai fedeli prede e contributi di popoli vinti, e, nell'altra vita, i godi menti di un eterno paradiso pieno di deliziosa frescura, ricco ;li cibi e bevande divine, allietato di vergini dalla perpetua verginit. Parlava poi di uguaglianza fra tutti i credenti di questo vero Dio, senza distinzione di trib, classe, famiglia. Ammoniva di astenersi dalle guerre fratricide e di temperare l'orgoglio, l'impazienza, la passione della vendetta. Affermava un comune strettissimo dovere di mutua assistenza. Vietava che il debole e il povero fossero spogliati e oppressi dal possente e dal ricco, che alla donna si facesse offesa, che le neonate si uccidessero.
La propaganda di Maometto trov animi preparati e non cadde invano. Specialmente fece breccia fra gli strati pi basi della popolazione, come gi quella dei Cristiani. Perci i ricchi mercanti ed i possessori delle oasi vicine si volsero contro il Profeta. Minacciato di morte, dov fuggire dalla Mecca a Medina, citt rivale, che lo accolse con favore. L'"anno della fuga o Egira, cio il 622, fu per i Maomettani l'inizio della nuova ra. A Medina, il Profeta accrebbe ed organizz militarmente i suoi seguaci, impose loro una ferrea disciplina, trasfuse loro il suo entusiasmo, li dispose a seguirlo dovunque ed a morire senza esitazione. Si trattava in gran parte di nomadi o beduini, voltisi a Maometto dopo che Maometto invece aveva concepito, maturato e svolto la sua riforma fra gli Arabi sedentari e relativamente progrediti dell'Arabia occidentale, in specie dell'Hegiaz. Avversi da principio al nuovo Profeta, che voleva appunto infrenare la scomposta attivit brigantesca ed i feroci costumi dei nomadi a difesa dei sedentari, ne divennero infine docile strumento. In essi, pi che negli altri, spirito battagliero ed avventuroso, passioni violente, ferrea resistenza ad ogni disagio, avversione a tutti gli stranieri che, secondo i dettami di Maometto, bisognava sottomettere o sterminare. Speranza di bottino, appetiti di ogni genere da soddisfare, attesa di eterni gaudii ultraterreni: ecco ci che li commuoveva e li incitava all'azione e li stringeva attorno al condottiero e maestro. Poich un po' Maometto aveva dovuto transigere e quasi materializzare la sua dottrina, mettersi esso a livello degli altri, dal momento che non potevano gli altri mettersi al suo livello; un po' gli Arabi che lo seguivano avevan ritenuto, della sua predicazione, quel tanto che pi soddisfaceva i loro bisogni, che meglio rispondeva ai loro istinti, alla loro accesa fantasia, al loro sensuale ardore. Per opera loro, l'Islam si deform e deterior, certamente; ma anche assai si diffuse, dall'Adriatico all'India, dai Pirenei, dalla Sicilia, dai paesi del mar Nero all'oceano Indiano, fra innumerevoli genti d'ogni stirpe e condizione che se lo appropriarono e, alla loro volta, lo adattarono a s, ne fecero propria sangue, gli diedero una esistenza non pi legata alla sorte degli Arabi, primi creatori e diffonditori.
Cominci Maometto stesso l'opera di conquista militare e religiosa. Bisognava innanzi tutto sistemare in unit l'Arabia, attorno al suo vecchio centro. Nel 630, il Profeta mosse guerra ai Meccani, li costrinse a giurargli obbedienza, distrusse tutti gli idoli della Caaba, govern come principe temporale e come profeta di Allah molte trib circostanti. Intanto, anche quelle pi lontane si avvicinavano a lui. Gli Arabi del confine persiano e bizantino lo incitavano ad agire da quella parte. Piani grandiosi si disegnavano nella mente dell'improvvisato guerriero. Morto lui nel 632, altri li attu. Ed ecco le invasioni arabe che, viste al di fuori, ricordano quelle germaniche e slave dell'Europa. Ma, a differenza dei Germani e Slavi, gli Arabi di questa et erano un popolo gi dirozzato, anzi vantavano una antichissima civilt variamente fiorita nelle varie regioni della penisola, ed ancora un po' visibile sotto la barbarie presente; avevano alcune sedi fisse e qualche citt popolosa; vivevano non solo di pastorizia e di caccia; si raccoglievano sotto un capo unico, Maometto, e sentivano ravvivarsi, sfavillare, farsi operoso il senso della loro unit etnica e della loro individualit nazionale; procedevano sventolando la bandiera di una fede religiosa e giustificando, nobilitando, esaltando con questa fede e in nome di essa la conquista, la rapina, la strage. In altre parole, le invasioni arabe non sono un fatto della storia primitiva e quasi inconscia di quel popolo, ma assumono, viste nel loro complesso ed in talune personalit rappresentative del mondo arabo, carattere di voluta, meditata, organizzata intrapresa; sono manifestazioni di un popolo che  in via di rinascere, che sente dietro di s la forza di oscure tradizioni, che vede o intravede dinanzi a s un grande destino. Al cospetto del Re dei Persiani, un capo arabo, imponendogli di convertirsi o pagar tributo, superbamente proclamava: Dio ci ha dato un profeta, ci ha messi sulla via della vera religione, ed ora siamo un popolo nuovo. Lo sappia il mondo!


3. - SORGERE E DECLINARE DI UN NUOVO IMPERO.

Rapida fu la conquista araba e la vigorosa affermazione dell'Islam. In pochi decenni, vivi ancora i compagni di Maometto, vivo ancora e presente nei successori (Califfi) lo spirito di Maometto stesso, il Regno persiano  demolito, la Siria e la Palestina sono strappate ai Bizantini, l'Egitto  minacciato. Un vivo senso religioso, un'alta idea della propria missione di fede, anima questi Califfi. Non tanto essi quanto i capi militari appaiono in veste di guerrieri, alla testa degli eserciti. La loro autorit si trasmette per via di elezione. La Mecca, vecchia citt sacra, sguita ad essere il centro d'azione e quasi di ispirazione del califfato. Ma intanto, l'elettivit comincia a provocare gelosie e discordie di capi ambiziosi; i generali, sempre pi autonomi quanto pi la guerra si spinge lontana, tendono ad emanciparsi, a conquistare il califfato, a dargli un'impronta pi militare. Fino a che Al-Moavia, governatore di Damasco, prende di suo arbitrio titolo e potere di Califfo e fonda un califfato ereditario, militare, principesco, fastoso, che trasferisce a Damasco la sua sede, pi vicina alla frontiera bizantina ed ormai pi centrale in rapporto alle nuove conquiste asiatiche.
Il trionfo si delinea. Si apre la fase militarmente decisiva. Alla conquista  dato un pi vigoroso impulso dai successori di Al-Moavia (Ommiadi). La regione caspica e invasa e sottomessa; attraverso l'altipiano iranico, gli Arabi scendono nell'India, occupano l'Asia Minore e due volte cingono d'assedio, sebbene invano, la stessa capitale dell'Impero, Costantinopoli (a. 669-90, 717-8). Ad occidente, tutta l'Africa settentrionale cade nelle loro mani. Si profila all'orizzonte l'Atlantico;  in vista l'Europa. Al principio del 200, superato il breve mare, gli Arabi sbarcano ai piedi dell'alto monte roccioso che da uno dei loro capi prese il nome ("Monte di Tarik", "Gebel al-Tarik", "Gibilterra"), avanzano nella Spagna, annientano in grande battaglia l'esercito visigoto e dilagano su tutta la penisola. Dopo qualche anno, anche i Pirenei sono valicati e l'esercito invasore avanza trionfalmente verso il cuore della Francia. Pareva che fosse suonata per la Cristianit la sua ultima ora, quando, a Poitiers, Carlo Martello, Maestro di Palazzo del Re franco, li affront, li disfece, li ricacci oltre i monti pirenaici. I quali segnarono cos, allora e per secoli, il limite sud-occidentale della conquista araba; come i Dardanelli e il mar di Marmara segnarono, per qualche tempo, quello sud-orientale. Da una parte, fu baluardo il giovane regno romano-barbarico dei Franchi; dall'altra, il vecchio Impero nato da Roma, certo trasfigurato e decaduto, ma ancora fornito di qualche resto di romana energia e tenacia.
Ma altri mutamenti e sviluppi maturavano. Si diffondeva fra i credenti una energica avversione contro l'elemento militare, divenuto, per la guerra, potente e strapotente, con offesa anche di quella eguaglianza che Maometto aveva fatto balenare dinanzi agli occhi dei seguaci. Crescevano gli interni dissidi, per l'opposizione dei conservatori e tradizionalisti contro gli Ommiadi ed i partigiani del nuovo califfato, mondano, politico, militare, degenere. La conquista aveva spostato il centro di gravit della vita araba verso i nuovi paesi, pi ricchi, pi civili, pi colti, pi popolosi che, dopo aver soggiaciuto al primo impeto di un popolo guerriero ed averne accettato la fede, reagivano e cercavano di farsi valere in mezzo al nuovo organismo politico di cui erano parte. Ingranditosi poi l'Impero con il possesso di regioni fertili, impadronitosi di antichi centri commerciali e di sbocchi marittimi, assicuratesi esso grandi strade terrestri, fluviali, marittime; la societ araba e islamica si era arricchita di elementi sociali nuovi, vedeva moltiplicarsi i suoi agricoltori, proprietari, commercianti, cio la sua borghesia operosa, pacifica, colta e desiderosa di coltura. Si indeboliva cos la posizione del piccolo nucleo arabo che aveva fatto la conquista, si scalzavano le basi del suo califfato, della sua capitale Damasco.
Ed ecco, nel 749, una rivoluzione, per opera della famiglia degli Abbasidi, discendenti di Maometto. Gli Ommiadi sono sterminati. Un nuovo e pi legittimo califfato sorge, appoggiato dall'elemento persiano colto e industrioso. La capitale  trasportata in una citt nuova sul Tigri, Bagdad, grande nodo di vie commerciali fra l'Asia, l'Africa, l'Europa. Qui, gi in altri tempi avevano avuto loro sede vasti Imperi asiatici, 'fra i pi antichi che la storia conosca: dei Babilonesi, degli Assiri, dei Persiani. Vi era giunto, in ultimo, Alessandro Magno, re di Macedonia, fondatore di altro pi grande Impero euro-asiatico-africano, propagatore dell'ellenismo in queste lontane contrade. Ora, di nuovo, un Impero semita, quello degli Arabi, rimetteva le sue radici in questa parte dell'Asia, mentre i rami vigorosamente si protendevano verso l'India, il mar Nero, il centro dell'Africa, il bacino del Mediterraneo. Questo mare fu, per alcuni secoli, quasi un mare arabo. Poich, al principio dell'800, venne occupata anche la Sicilia e di l, dalle coste africane, dalla Spagna, dalle Baleari, gli Arabi dominarono virtualmente la Sardegna; tennero sotto una perenne minaccia la Francia meridionale, le spiagge liguri, toscane, campane, pugliesi, calabresi; si piantarono, come in altrettante fortezze, sul Garigliano e su gli ultimi gioghi delle Alpi marittime.
Politicamente, la coesione del vasto Impero non si mantenne a lungo. Esso era troppo grande e si stendeva su troppo diversi paesi, fra troppo diverse genti. Difficile, poi, infrenar le ambizioni e limitar l'autonomia dei lontani capi militari, che potevano sfruttar le tendenze particolariste e separatiste dei popoli soggetti. Anche la unit della fede non era assoluta; e facilmente poteva da una opposizione politica venir fuori una opposizione religiosa, cio uno scisma, data la natura teocratica del califfato e il suo carattere fra sacerdotale e civile. Il primo sgretolamento si verific nel 749, con l'avvento degli Abbasidi e della nuova capitale, Bagdad. Accadde allora che un superstite degli Ommiadi si rifugi in Spagna e vi costitu un regno arabo indipendente. Egualmente l'Africa, restia all'autorit del Califfo di Bagdad ed affidata perci ad un governatore ereditario, divenne anche essa un dominio indipendente degli Aglabiti, con centro nella Tunisia (anno 800). Ed altri frammenti successivamente si staccarono. Anche la Sicilia araba ebbe un'esistenza autonoma; anche le piccole Baleari formarono una cellula quasi a s, poco legata al grande organismo arabo. Manc cos una comune attivit militare e politica, nonostante la complessiva potenza del mondo islamico sopra i paesi circostanti e l'egemonia mediterranea che, per alcuni secoli, Arabi di Sicilia, di Africa, di Spagna esercitarono.


4. - UNITA' MORALE DEL MONDO ISLAMICO.

Tuttavia, i paesi ed i popoli guadagnati all'islamismo, tanto in Asia quanto in Africa ed in Europa, ci si presentano per molti secoli come un tutto abbastanza omogeneo ed organico, specialmente di fronte all'Europa cristiana. Discordie interne e ribellioni contro i Califfi non distruggevano quella fondamentale unit e solidariet che nasceva dalla religione comune e, pi ancora, dall'odio e dal disprezzo verso gli infedeli. Non solo: ma la conquista cre da per tutto, pi o meno, condizioni favorevoli per lo svolgimento di un certo tipo di civilt, che ebbe tratti simili in tutto il mondo musulmano, sulle rive dell'Ebro come su quelle dell'Eufrate o nella conca di Palermo. Il vasto Impero, uno e molteplice, ebbe un'epoca di prosperit agricola, industriale e commerciale. I governi arabi rivolsero particolare attenzione alla agricoltura, direttamente ed indirettamente favorita anche dalla ripartizione di molte grandi propriet fra i conquistatori e dalla mitezza delle imposte fondiarie. In paesi caldi e secchi, come la Sicilia e la Spagna, furono compiute opere di sistemazione idraulica mirabili. Tutta la zona mediterranea verdeggiava, cos, di larghi tratti intensamente coltivati a frutti ed agrumeti; mentre nell'Iran, nella Siria, nella Mesopotamia, nell'Africa del nord, prosperavano il gelso, per l'allevamento del baco da seta, il lino, il cotone, la canna da zucchero, la palma dattilifera : tutte piante che si cerc anche, e per alcune con fortuna, di trapiantare e acclimatare da una regione all'altra, dall'Asia all'Africa, dall'Asia e dall'Africa all'Europa. Talune attivit, abbandonate al tempo della decadenza romana e delle invasioni barbariche, risorsero: come ad esempio quella mineraria, in Spagna ed altrove. Tante materie prime date dalla terra e dal grosso e minuto bestiame della Spagna, del Marocco, della Persia, alimentarono anche molte industrie, alcune tradizionali nei paesi occupati dagli Arabi, specie nell'Asia Minore e nella Siria, ma depresse dal mal governo bizantino; altre sviluppatesi ora in terreno vergine, per soddisfare bisogni di popolazione cresciuta, raccoltasi in nuovi centri grandi e piccoli, desiderosa di agi e di lusso, dopo la prima fase di rozza vita guerresca. Ricordo l'industria dei tessuti di seta (broccati, damaschi, velluti eccetera), delle tele di cotone e di lino, dei tappeti, delle stoffe di lana, per cui andavano rinomate la Persia, la Siria, la Sicilia, la Spagna. Damasco, Palermo, Toledo, Granata, Cordova fornivano eccellenti e famosi prodotti di metallurgia (armi), di oreficeria, di cuoi lavorati, di maioliche eccetera Ed avevano i loro nuclei di artieri, raggruppati in proprie strade secondo i mestieri, come pi tardi da noi; avevano le loro grandi fiere, che coincidevano con i grandi pellegrinaggi e con l'arrivo delle carovane; i loro "bazar" o magazzini che raccoglievano ed esponevano in vendita, per la popolazione cittadina e campagnola, tutte le merci dell'industria locale e forestiera.
Talune di queste citt erano vecchie citt bizantine o romane; ma altre erano nate con la conquista araba, con la civilt araba
o promossa dagli Arabi. Cos Cairo, che si contrappose ad Alessandria e ne oscur la fama; cos Bagdad, posta nel mezzo della grande pianura mesopotamica e vicino a magnifiche vie fluviali. Bagdad pu esser considerata il maggior centro urbano dell'Impero, il prodotto genuino della nuova societ araba raffinata, borghese, colta, industriosa, fortemente influenzata dai Persiani. Alle citt faceva capo il commercio arabo, svolgentesi attraverso il deserto, i fiumi, il mare: commercio interregionale o interno innanzi tutto, tale da legare assai strettamente fra loro le varie parti dell'Impero, per quanto lontane; ma anche commercio internazionale e intercontinentale, poich  noto che, specialmente dall'Ottavo secolo in poi, gli Arabi frequentarono Cina, Indie, Malesia; penetrarono, su per il Volga, nel centro della Russia; approdarono nei porti dell'Africa orientale e dell'Europa mediterranea, ed accreditarono la loro moneta da per tutto, fino tra le popolazioni del Baltico; comunicarono alle lingue europee molte parole del loro vocabolario, attinenti al commercio ("dogana", "tariffa", "fondaco", "zecca", "magazzino" eccetera); promossero fra gli Europei l'uso dei numeri arabi e del calcolo aritmetico arabo-indiano, assai utile alla tenuta dei libri.
Su questo fondamento di elevazione morale e religiosa, di orgogliosa coscienza di s, di unit politica e spirituale, di prosperit e di attivit e di scambievoli influenze interne ed esterne, crebbe la cultura araba o, per meglio dire, maomettana: cultura non sorta dal nulla, naturalmente, poich fiorita su paesi gi dissodati, ma, nel suo complesso, originale. Al tempo della rivoluzione religiosa e delle prime conquiste, per la cultura vi era stata repugnanza e disprezzo, tra i fedeli di Maometto, come gi prima fra i Cristiani e pi tardi tra i Francescani. Essa appariva ai loro occhi come cosa mondana, frutto di corruzione e causa di pervertimento. Per gli Arabi non esisteva se non il Corano. L dentro era tutta la scienza, tutto il bene. Gli altri libri, inutili o dannosi: quindi, da bruciare. Ma poi, altre disposizioni d'animo si erano fatte strada. Gli Arabi avevano svolto i germi propri ed avevano assorbito, assimilato le cose altrui, filosofia, scienze naturali, arte, poesia. Cos la filosofia araba fu pi che altro la filosofia di Aristotele, che gli Arabi molto studiarono,
tradussero, commentarono, cercando metterla d'accordo col Corano. Cos proveniva dai Greci molto di quel che gli Arabi seppero in fatto di medicina, botanica, geografia eccetera. L'"Almagesto"  la geografia di Tolomeo, rimanipolata dagli Arabi. Egualmente l'arte araba, cio l'architettura (pittura e scultura mancarono, poich il Corano vietava riprodurre sensibilmente la divinit), molto attinse dall'architettura bizantina e persiana, con la sua ricca ornamentazione di mosaici e maioliche, la sua selva di sottili ed eleganti colonne, i suoi archi rotondi o a sesto acuto, duali noi oggi vediamo, ancor conservati, in taluni famosi monumenti di Spagna, centro di sviluppatissima civilt araba: l'"Alcazar" o palazzo di Siviglia, l'"Alhambra" o fortezza di Granata, la Moschea di Cordova. Gli studiosi ed artisti erano qualche volta arabi; ma erano anche di altro popolo dell'Impero. Cos  specialmente persiana la novellistica e poesia araba.
Ma le condizioni varie perch questa cultura greca, bizantina, persiana, potesse vivere una nuova esistenza, in intimo connubio con quella araba, le crearono appunto gli Arabi. I quali diedero una lingua letteraria unica a tutti i popoli sottomessi e cos allargarono la for visuale ed il for campo di azione intellettuale; promossero l'organizzazione in unit delle varie culture nazionali; poterono giustamente tramandare sotto il proprio nome quanto, in origine, non era arabo, ma romano, greco, bizantino, persiano, giudaico. Ci che, sotto questo rapporto, fecero gli Arabi nell'Asia, nell'Africa e in talune contrade d'Europa, ci fa ricordare quanto nell'Europa e nell'Africa mediterranea avevano, secoli prima, fatto i Romani. Ad essi pi che non ai Germani sono da ravvicinare, in un certo senso, gli Arabi e la loro conquista. Come i Romani, gli Arabi fecero della loro lingua la lingua dell'Impero conquistato; mentre i Germani perderono, nei paesi romani, la propria lingua ed assunsero quella dei vinti. E la lingua, si sa bene,  il segno pi chiaro della personalit di un popolo. Fuori dei loro confini politici, gli Arabi, anzi, fecero pi che non avessero fatto i Romani fuori dei confini del loro Impero. Poich si misero in stretto contatto con l'Europa e, pur senza dominarla materialmente, agirono su di essa, le comunicarono non poco di ci che era il loro patrimonio intellettuale. Essi furono anche intermediari fra la coltura greca e persiana e l'Europa. La quale, per secoli, non conobbe Aristotele o Tolomeo se non attraverso i rifacimenti e le traduzioni arabe, alla lor volta rifatti e tradotti in latino. E solo alla fine del Medio Evo, l'Europa, con l'Italia alla testa, cominci a riaccostarsi agli originali. Egualmente, la novellistica persiana pass attraverso gli Arabi, prima di diffondersi cos largamente, come fece, nei paesi dell'Europa. Importantissima fu, da questo punto di vista, la funzione della Spagna e della Sicilia, veri ponti fra il mondo musulmano ed il mondo cristiano; grandi officine dove i prodotti della vita spirituale di Oriente subivano una prima elaborazione, un primo adattamento in senso europeo.
Abbiamo cos, dinanzi agli occhi, tutto il quadro delle terre d'Europa, Asia, Africa disposte attorno al Mediterraneo e in gran parte organizzate, secoli addietro, da Roma. Regni romano-germanici o quasi schiettamente germanici, Impero bizantino, Impero arabo, hanno preso il posto dell'Impero di Roma. Consideriamo segno di progresso, tutto questo; consideriamolo, se non altro, condizione di progresso, come  tale lo spezzarsi di un grande latifondo, anche ben ordinato, in minori unit culturali che consentano un maggiore sfruttamento del suolo, una maggiore adesione del coltivatore alla terra, un pi sicuro dominio dell'uomo su la materia. Tale progresso si  compiuto su le rovine dell'Impero romano, ma l'Impero lo ha preparato. Quel che fu il bacino mediterraneo dopo il Quinto e Sesto secolo di Cristo  forse inconcepibile se non si pone mente a quel che era stato nell'epoca di Roma e per opera di Roma. La quale perci, distrutta per un verso, sguita per un altro a vivere in quelli che ne hanno preso il posto. E vive grandemente. Vive nelle fibre stesse dei popoli che si vengono organizzando sopra il suo terreno, nelle loro molteplici manifestazioni di cultura, in tutto quello che inconsciamente fanno; e vive come una grande immagine, disegnata dalla storia e dalla leggenda, a cui tutto il Medio Evo guarda, quasi affascinato, variamente intendendola, amandola, venerandola.



Capitolo settimo.
Le nuove monarchie barbariche d'Occidente.


1. - ANGLI, SASSONI, VISIGOTI.

Ritorniamo all'Europa ed all'Occidente, ove si svolge la tumultuosa e varia giovinezza dei nuovi Stati romano-germanici che tendono le forze per uscire dal caos primitivo e sistemarsi, organizzarsi, assimilare o distruggere gli elementi eterogenei, vincere le forze avverse. Il loro destino si rivela ben presto assai diverso: alcuni non superano la grave crisi iniziale e scompaiono; altri resistono e lottano, ma non sempre con fortuna; qualcuno riesce a dominare la tempesta e proseguire, sotto buoni auspici, la rotta. La selezione  rigorosa. Trionfano i pi forti e pi adatti, vuoi per congenite virt etniche, vuoi per posizione geografica occupata, vuoi per maggior facilit di utilizzare gli elementi indigeni, cio latini. Perirono, cos, il Regno degli Ostrogoti e dei Vandali, per opera dell'Impero bizantino; quello dei Borgognoni, nella Gallia orientale, e degli Svevi in Spagna, per opera dei Franchi e dei Visigoti. Periranno pi tardi il Regno dei Visigoti, travolto dagli Arabi, e il Regno longobardo, sottomesso dai Franchi. E dei Regni stessi destinati a sopravvivere, alcuni ebbero una lunghissima infanzia (Anglo-Sassoni); altri giunsero rapidamente ad assestarsi e primeggiare. Cos quello dei Franchi, che per qualche tempo riescono a raccogliere in una nuova unit gran parte di questo mondo romano-germanico ed a far rivivere, per opera dei loro Re, l'Impero: unit cristiana, sulle sponde settentrionali del Mediterraneo, di fronte all'unit musulmana di Spagna, d'Africa e d'Asia. Noi qui ci limiteremo a tracciar un tenue profilo di questa storia, a cogliere qualche tendenza o sintomo pi significativo, a segnalare, fra tanti popoli, quelli che hanno avuto una pi larga azione attorno a s e pi a lungo hanno pesato sopra i destini dell'Europa e della civilt: quelli cio che hanno pi contribuito all'assetto attuale del mondo e ci aiutano a comprenderlo. Il nostro pensiero si volge agli Anglo-Sassoni, ai Visigoti, ai Longobardi, ai Franchi.
Nella Britannia si ebbe, in origine, un pullulare di minuscoli Stati dovuti prima ai Sassoni immigrati dalla Germania nel Quinto secolo (fra essi, quello di Essex=Sassoni dell'est, con capitale Londra, citt romana); poi agli Angli, sopraggiunti nel Sesto secolo, che daranno il nome al paese. Nell'insieme, sette piccoli Regni, tutti nella regione pianeggiante del sud-est. Vissero cos per un paio di secoli, liberi da ogni legame scambievole, con impronta schiettamente germanica, impenetrabili ad ogni influenza di elementi romani, prostrati durante la conquista. Quelle regioni erano come un grande accampamento di barbari, che ai vinti avevano tolto non met od un terzo delle terre, ma tutte le terre ed ogni propria legge. Invece, la ,montuosa Scozia che gi aveva resistito ai Romani, l'Irlanda, cinta dal mare, il Galles e la Cornovaglia brulli e accidentati, non furono tocchi dall'invasore. Accolsero anzi i resti della popolazione brettone romanizzata (altri resti scamparono sul continente, nella penisola che da essi si chiam Bretagna), salvatasi attraverso aspre lotte delle quali durer a lungo il ricordo, insieme con quello di Re Arturo o Art, l'eroe nazionale brettone, difensore del paese dall'invasione, morto in battaglia nel 542, ma sempre vivo per i suoi fedeli, anzi atteso per secoli ansiosamente come liberatore, glorificato pi tardi dai romanzi francesi del Medio Evo. Si preparava cos quell'interno dissidio che travaglier la vita inglese per secoli e che non  ancora del tutto risolto, o risolto con un netto distacco, almeno per quel che riguarda l'Irlanda: due stirpi, due temperamenti, per molto tempo anche due linguaggi e due colture, pi tardi due religioni, e ora due Stati.
Pi rapidamente fecero i loro primi passi il Regno visigoto, il Regno longobardo, il Regno franco, che rappresentano fino al secolo Ottavo le creazioni maggiori e pi organiche dei Germani nel territorio dell'Impero: precisamente in quella parte dell'Impero che era stata pi a fondo dissodata dall'aratro romano e che pi della Germania, pi della stessa Britannia, conteneva germi fecondatori. Qui, tre Regni si profilano subito nettamente su lo sfondo; qui, tre popoli e paesi mostrano subite certi lineamenti politici e morali che poi non scompariranno mai del tutto. Il Regno visigoto, respinto a sud dei Pirenei dai Franchi, allargatosi invece su la regione occupata dagli Svevi, aveva trovato nella penisola iberica e solo in essa i suoi ben circoscritti limiti, ed in Toledo la sua capitale. Stato, nazione, regione fisica coincidevano perfettamente. Ma la Monarchia era debole, per la persistente opposizione fra vincitori e vinti e per la troppa forza dell'aristocrazia che disponeva della Corona e, difendendo con ogni mezzo i propri diritti elettorali, manteneva nella precariet il potere regio. Dopo un secolo e mezzo, convertitisi i Visigoti al cattolicesimo, stabilita l'unit religiosa dei sudditi, resa ben disposta verso il Re e lo Stato la gerarchia ecclesiastica, riconosciuto e accolto largamente il diritto romano, sembrava che si aprisse un'ra di grandezza per la Monarchia e la nazione visigota. Ma ecco un nuovo pericolo: caldo e vivace  il sentimento cattolico del popolo spagnuolo; il clero acquista subito in mezzo ad esso un grande ascendente e si afforza di ricchezze, di privilegi, di uffici pubblici; una violenta persecuzione contro i dissidenti religiosi viene organizzata; l'episcopato ha parte nel governo e fa dei concili altrettante assemblee del Regno, con intervento di Grandi secolari. Specialmente decisivi i concili di Toledo, che dettano legge al Re. Il quale  cos stretto nelle spire della nuova aristocrazia, che non lo combatte come l'altra, ma, per troppo assisterlo, lo esautora. Questo complesso di circostanze rende lo Stato ed il paese incapaci di valida difesa, il giorno in cui un torrente di Arabi, straripando dall'Africa, si rovescia su la penisola, affronta, vince, uccide Roderico, ultimo Re visigoto, ricopre tutta la Spagna, salvo la regione montuosa del nord-est, la tiene sommersa per 5 o 6 secoli, ne muta la fisonomia: ma non i tratti profondi, poich pi tardi, liberatasi dai conquistatori, riapparir con la sua impronta latina, con la sua orgogliosa e fastosa aristocrazia, col suo forte sentimento e quasi fanatismo cattolico, che preesiste agli Arabi, ma che la lotta contro gli Arabi esalta ancora di pi. Per resistere al nemico odiatissimo, bisognava accentuare tutti i propri tratti, specialmente il proprio cattolicesimo, arma di offesa e di difesa contro lo straniero che era anche l'infedele.


2. - UNA FORTE MONARCHIA: I FRANCHI.

Non meno decisivi gli eventi della Francia, nel Quinto e Sesto secolo, per l'avvenire di quel paese. Fra i tanti popoli che avevano invaso il paese, si erano affermati con speciale vigore i Franchi (=liberi), nati dalla fusione di varie piccole genti germaniche e ancora divisi in Salii e Ripuari al tempo della conquista. Distrutti gli avanzi del dominio romano; cacciati i Visigoti e sottomessi o vinti i Borgognoni, gli Alemanni, i Turingi, i Bavari, che si erano stanziati ai margini della regione; tolti di mezzo con la frode o la violenza gli altri, la Gallia appariva, per opera dei Franchi, unificata dai Pirenei al Reno, dal mare del Nord al Mediterraneo, col suo nuovo nome: Francia. Tutto questo era dovuto non tanto al popolo franco, quanto ad alcune migliaia di guerrieri, guidati dai for capi, fra i quali Clodoveo, della famiglia dei Merovingi. Il quale, in ultimo, compiuta o ben avviata l'opera, si sbarazza, anche questa volta, degli altri capi e fonda la Monarchia, sulle basi di un popolo franco unificato e di una regione gallica compiutamente sottomessa, poich l'invasione in massa si era arrestata dopo giunta sul medio e basso Reno.
La conquista dunque era frutto di una iniziativa; era quasi scaturita dal disegno e dall'opera di pochi uomini o di un uomo solo, circondato da compagni d'arme, secondo una consuetudine germanica gi messa in rilievo da Tacito. Che ne deriv? Che il territorio conquistato fu ritenuto propriet del capo, il quale tenne il pi e il meglio per s e distribu il resto ai compagni, conservando su di esso un alto diritto. Il Re cos ebbe una ricchezza ed una forza proprie; ebbe un'autorit grande ed un diritto indiscusso su tutto e su tutti, perch tutto era cosa sua e tutti ripetevano da lui il loro possesso; consider e tratt i Grandi come funzionari regi senza diritti propri; pot , facilmente trasmettere il governo del paese ai figlioli, dividerlo fra essi come una qualunque propriet. Quel che non avevano potuto fare i Re visigoti, ostrogoti, longobardi, il cui diritto era fin da principio limitato da un eguale ed autonomo diritto del popolo e dei Grandi, riuscirono a farlo i Re franchi. Ecco dunque un forte potere monarchico, sopra un territorio ben unificato, sopra classi tutte egualmente sottomesse al sovrano quel potere monarchico che poi toccher i fastigi con Luigi Quattordicesimo, il Re Sole, e che croller nel 1789, dopo essere stato per secoli lo strumento pi gagliardo dell'unit amministrativa, della compattezza nazionale, della grandezza politica di Francia.
Ma ecco anche i danni di tale sistemazione quasi patrimoniale dello Stato: dividendosi il Regno franco in due o pi parti, con altrettanti Re e corti regie, si inaugura un periodo di rivalit e gelosie fraterne, di feroci discordie, di intrighi donneschi, di crudelt e dissolutezze, che occupa il Sesto e Settimo secolo. Allora l'aristocrazia alza anche in Francia la testa, chiese e monasteri ammassano un'enorme ricchezza fondiaria a danno dei liberi uomini e del patrimonio regio, l'autorit del Re declina. In ultimo, la storia narra di una serie di "Re fannulloni" ("Rois fainants"), specialmente nell'Australia o Regno dell'est, dove predominava l'elemento germanico, poco abituato ancora a piegarsi sotto un forte potere statale. Ma l'idea dell'unit regia aveva gi messo tanta radice, in quel paese fortemente romanizzato, che riesce nel 700 ad un energico Maggiordomo o Maestro di Palazzo dell'Australia, Pipino, divenuto da amministratore dei beni del Re vero governatore del Regno, di eliminare gli altri Maggiordomi e riunire sotto di s tutta la Francia. Il figliuol suo Carlo Martello, con le vittorie su gli Arabi, rafferma nelle proprie mani questo potere; fino a che Pipino, figliuolo di Carlo, proclamando aver diritto di Regno chi effettivamente governa, non chi ha solo il nome e gli onori di Re, mette in un convento Chilperico Terzo, l'ultimo dei "Rois fainants" merovingi, si fa eleggere dai Grandi e consacrar dai Vescovi e dal Papa, inaugura una nuova dinastia ("Carolingi") che porta la nazione franca alla maggiore altezza, quasi abilitandola a raccogliere l'eredit di Roma in Europa.
A questo sollevarsi dei Carolingi e della Francia, la Chiesa e la romanit diedero il loro aiuto e la loro sanzione. Gi Clodoveo si era rapidamente convertito al cattolicesimo: la leggenda narra che si convertisse per voto fattone, avanti di impegnar battaglia con gli Alemanni, nel 496. Certo, la conversione gli procur o gli agevol l'aiuto dei Vescovi, la facile sottomissione dei Romani, la vittoria contro Visigoti ed altri ariani. In seguito, dall'imperatore Anastasio ebbe, per tali benemerenze, il titolo di Patrizio e Console, ci che suonava come un riconoscimento della sua autorit regia ed una missione nella grande unit romana, idealmente e giuridicamente ancora viva. Nel tempo stesso, Clodoveo, generoso di doni e privilegi al clero, veniva nel Concilio di Orlans del 511 proclamato protettore della Chiesa, della quale non era, come il Re dei Visigoti, la vittima, ma il moderatore ed arbitro. Anche in Francia, tuttavia, una grande intimit e solidariet si stabiliva fra Monarchia e nazione da una parte, Chiesa e clero dall'altra. Le guerre del Re coi Germani d'oltre Reno, ancora pagani e idolatri, coincidono con gli sforzi dei Pontefici per convertirli. Molto spesso, alla vittoria del Re franco segue la conversione dei vinti. Il Re diventa quasi l'uomo della Chiesa. Spirito di conquista e cattolicesimo o politica orientata verso il Papato si identificano. Nel 700, nuove occasioni si presentano perch popolo e Re francese possano confermar definitivamente questo carattere quasi di popolo eletto, di Re chiamato da Dio ad un altissimo compito di fede: vittorie contro gli Arabi, minacciosi alla cristianit; favore e aiuti all'apostolato del monaco Bonifacio, un sassone convertito, datosi con infaticabile zelo alla diffusione del Cristianesimo fra i Germani; aperta inimicizia verso i Longobardi d'Italia, di fronte ai quali, perci, i Franchi si presentano come i necessari alleati dei Pontefici. Naturale, quindi, che, nella usurpazione del Regno, Pipino avesse il consenso e la sacra unzione papale.
Fu questo un avvenimento di grande significato ed importanza, per allora e per l'avvenire : poich, da una parte, il capo della Chiesa assicurava la vita alla nuova dinastia e, conferendo un carattere sacro alla sua autorit, apriva la via alla futura Monarchia di diritto divino; dall'altra, il Re veniva a riconoscere nel Papa una superiore autorit, un diritto a disporre dei troni o a dar compiutezza legale all'autorit regia, corroborando cos una dottrina che, gi abbozzata allora, sar poi largamente svolta ed altamente proclamata dalla Curia papale, anche a danno degli Stati e dei Principi. Per allora, la stretta unione fra la Corona di Francia e Roma portava i suoi frutti nella spedizione di Pipino e poi del figliuolo Carlo contro Astolfo e Desiderio, re dei Longobardi, a beneficio dei Carolingi; nella donazione al Papa delle terre che i Longobardi avevano usurpato ai Bizantini nell'Umbria e nelle Marche. La politica franca  gi la politica francese di nostra conoscenza: una politica chiaramente orientata verso l'Italia e disposta a servire il Papato per esserne servita!


3. - UNA DEBOLE MONARCHIA: I LONGOBARDI.

Non lunga esistenza tocc in tal modo anche al Regno dei Longobardi, come gi a quello dei Visigoti. Erano scesi in Italia nel 568 con re Alboino, fissando in Pavia il loro centro, nel bel mezzo della valle padana, quasi alla confluenza del Ticino col Po. Morti Alboino ed il successore Clefi, si erano avuti 10 anni di interregno, cio di piena autonomia dei vari gruppi longobardi e dei lor Duchi, nelle regioni in cui si erano stanziati anni anche di violenze contro gli indigeni, di debolezza e quasi assenza di governo, di arresto della conquista (574-84). Ristabilitasi la Monarchia, era avvenuta da una parte la conversione al cattolicesimo, dall'altra una ripresa della attivit guerriera con re Autari e con Rotari, conquistatore della Liguria, primo legislatore del popolo longobardo (Editto di Rotari, 636-652). Poi, oltre mezzo secolo di nullit regia, di ribellioni di Duchi al Governo centrale, di gare sanguinose fra essi per la corona: insomma di anarchia. Poi, ancora restaurazione monarchica, nuovo ordine, nuova e consapevole attivit legislativa, politica, guerriera dello Stato, per compiere la conquista della penisola, con re Liutprando (712-44), re Astolfo (749-56), re Desiderio (756-74
Ma con Desiderio, venne la catastrofe. Per comprenderla, fermiamo un momento l'attenzione sopra taluni fatti o circostanze da cui riceve luce la storia tutta dei Longobardi in Italia e lo svolgimento della storia italiana in genere.
I Longobardi erano pochi, ariani di religione e ancora fieramente barbari e profondamente germani, quando scesero nella penisola. Dovettero conquistar il paese e non lo ebbero come "federati". Stettero perci diffidenti e armati per molto tempo, facendo aspro governo delle popolazioni vinte. Dall'altra parte, gli Italiani, rappresentanti massimi della cultura romana e del cattolicesimo romano, pi degli altri dovevano sentirsi urtati di fronte al nuovo conquistatore. Nuclei vigorosi di resistenza furono specialmente le citt marittime, dove avevano trovato rifugio molti Vescovi e chierici e gente ricca dell'interno e dove i Bizantini, gi padroni dell'Italia ed ora signori del mare, potevano continuar ad alimentare la resistenza. Ecco un primo ordine di ostacoli, contro cui il giovane Regno, mal compaginato per giunta e pieno di interni dissidi, subito urt. E furono ostacoli non passeggeri.
L'Impero di Bisanzio, con una fermezza che gli veniva anche dalla coscienza di un suo altissimo diritto, dall'idea dell'unit romana, dal bisogno di aver piede in Italia, per poter esplicar qualche azione in tutto l'Occidente, rimase ostinatamente in armi contro i Longobardi, li tenne lontani dalle coste, li logor, imped loro il compimento della conquista, foment le ribellioni dei Duchi contro il Regno, aggrav o imped che si sanasse un male organico di quel popolo, cio la costituzione per gruppi quasi indipendenti, con propri capi, pi che altrove riluttanti al vincolo unitario ed alla disciplina monarchica.
Poi i Pontefici. Essi che pure ebbero e coltivarono accuratamente rapporti di amicizia con la Monarchia franca e visigota, si mostrarono invece avversari irriducibili della Monarchia longobarda, si unirono a tutti i suoi nemici, anche ai Greci, odiatissimi di per s, ma lontani e quindi preferibili. E s che i Longobardi si convertirono presto al cattolicesimo. Al principio del 600 essi si mostravano gi maturi per il gran passo, esposti come erano da ogni parte agli influssi dei cattolici italiani, degli altri Germani gi convertitisi, della potente organizzazione chiesastica che aveva in Italia il suo centro. Li stimolava anche la regina Teodolinda, principessa di origine bavarese, cio uscita da un popolo assai attaccato, allora e poi sempre, al cattolicesimo. E, con essa, un grande Pontefice, Gregorio Primo, di antica famiglia romana e monaco prima che Pontefice, il quale univa il senso pratico e politico, l'energia, la capacit organizzatrice, lo spirito autoritario e quasi imperialistico, la veduta larga di un autentico Romano, con il vivo sentimento religioso e ascetico, con l'ardente slancio di carit, con la profonda umilt personale, con la passione di proselitismo di un cristiano dei primi secoli: vero rappresentante della nuova civilt in formazione, della quale Romanit e Cristianesimo erano tanta parte. La conversione avvenne; e la Regina costru, a perpetuo ricordo del fatto, una grande basilica in Monza. Vi fu qualche resistenza e qualche resipiscenza pi tardi, da parte specialmente dell'aristocrazia, sempre sdegnosa verso i vinti e la loro cultura, e fortemente attaccata alle tradizioni nazionali. Qualche Duca e qualche Re organizzarono e guidarono la reazione, timorosi di veder allentarsi con il cattolicesimo la compagine del popolo e la forza politica della Monarchia, che nel capo del cattolicesimo vedeva o prevedeva un ostacolo al compimento della conquista. Non  senza significato che fra essi si trovasse Rotari, il Re legislatore e guerriero, che cerc riprendere e compiere l'opera di Alboino e di Autari, interrotta dai successori. Tuttavia fu reazione breve e vana, come quella che, a favore del paganesimo e contro il Cristianesimo, aveva tentato qualche Imperatore romano del Terzo e Quarto secolo, non ben affiatato con la invincibile realt del suo tempo.
Ma la conversione dei Longobardi non valse a metterli in buona vista della Chiesa romana, come non valsero la loro larghezza verso il clero, la fondazione di numerosi monasteri, il favore dato alla ortodossia romana contro l'Impero bizantino, quando, al principio del 700, esso viet il culto delle immagini e provoc una rivoluzione nei sudditi italiani. La Chiesa romana rimase ostile, anzi accentu la ostilit, che divenne guerra a morte. Le ragioni del dissidio erano, in altre parole, non tanto religiose quanto politiche, dato che siffatta distinzione fosse allora possibile per la Chiesa. Erano in giuoco la sua libert e il predominio in Italia: due cose che per i Pontefici erano una cosa sola. Le sue origini, la sua natura,, lo stesso suo innesto sopra il tronco romano portavano la Chiesa ad una azione cattolica, cio universale. Ma intanto, essa costruiva lentamente e saldamente, in Roma ed in Italia, i suoi punti d'appoggio, ove fermar i piedi per spiccare il volo. I Vescovi di Roma avevano cominciato ad essere la guida spirituale dei Romani e della popolazione italiana ed protettori loro, direttamente e pel tramite dei minori Vescovi, contro barbari e Bizantini; avevano provveduto alle mura cadenti della loro citt ed all'alimentazione dei poveri, con i frutti delle proprie vastissime terre (come gi gli imperatori con la plebe); infine, erano diventati tutori dell'ordine e potere dirigente, accanto al governatore bizantino e poi al posto di lui.
Pi o meno, tutti i Vescovi d'Occidente erano avviati a compiere questa parabola in senso temporale: specialmente quelli italiani, aiutati dalla quasi permanente crisi politica, dalle condizioni della potest secolare, straniera di origine o in via di estraniarsi, debole, male accetta alle popolazioni. Ma il Vescovo di Roma pi e prima degli altri, poich lo spingevano, oltre che la voglia di dominio, anche le tradizioni della citt di sua residenza e la coscienza di una grande missione da compiere. Come nel campo spirituale il Vescovo di Roma prevalse su gli altri Vescovi, fece accettare quasi a tutti i riti e le forme di culto adottati dalla Chiesa romana, prese l'iniziativa della conversione dei Germani, divenne il centro di quella vasta associazione che era la Chiesa cattolica; cos, nel campo temporale, esso per primo riusc ad organizzare un effettivo potere su la propria citt e la regione contermine. Potere assai blando ma non inefficace; potere illegale in termine di diritto, poich la sovranit risiedeva in Bisanzio, ma legittimo moralmente, poich la coscienza civile non trovava ancora in un governo di preti materia di scandalo, anzi le popolazioni volentieri lo accettavano ed al bisogno sollecitavano. Esse, di fronte ai Longobardi, non disarmarono mai del tutto; di fronte ai Bizantini, oppressori e stranieri, covavano fiero odio, sempre pronto ad esplodere in ribellioni, durante le quali gi nel Settimo secolo comincia a balenare quello che sar l'ideale di Dante, del Petrarca, di Cola di Rienzo, il pensiero cio di riportar in Italia o instaurare in Italia f Impero.
Spiegabile perci l'atteggiamento dei Pontefici verso i Longobardi. Se irriducibile era, per quanto dissimulata a volte, l'opposizione ai Greci che, dovunque giungevano, asservivano la Chiesa, facevano dei Vescovi altrettanti ministri dell'Imperatore, promuovevano dissidi e scismi, si impacciavano di riti e dogmi; non meno irriducibile era l'opposizione ai Longobardi. Un forte Regno barbarico disteso su tutta o gran parte d'Italia appariva a loro un pericolo mortale. Temevano di essere circuiti ed irretiti, inceppati nell'amministrazione e nel godimento del loro patrimonio, distolti dal loro apostolato cristiano e cattolico in Occidente, fatti strumenti di una podest terrena, costretti a servirne gli interessi. Sarebbe stata una violenta deviazione dalla strada che la Chiesa romana batteva, con crescente coscienza e risolutezza, da qualche secolo, verso una meta che per essa era posta da Dio. L'idea che la Chiesa  sopra lo Stato e lo Stato un mezzo della Chiesa per il raggiungimento dei fini ultraterreni, tanto pi alti di quelli terreni; questa idea sarebbe, invece di incarnarsi nella realt, rimasta una astrazione.
Contro la barriera della Chiesa romana, fatta di tenacia, di pazienza, di metodo, di principi morali, oltre che di solida ricchezza fondiaria e di coerente organizzazione, si infransero le aspirazioni e le fortune dei Longobardi. Erano deboli di fronte ad essa, quando professavano l'arianesimo; pi deboli ancora, quando si fecero cattolici. La conversione loro, benefica agli effetti generali della civilt, si rivel, dal punto di vista nazionale longobardo, un danno. Come credenti, non osarono fare ci che, come cittadini, reputavano non solo un dovere ma anche una necessit. La loro azione politica, ogni volta che misero gli occhi sopra i paesi bizantini dell'Italia centrale, ambiti dal Papa e da lui vigilati, e pi ancora su Roma, riusc inceppata, fiacca, discontinua. Quante volte tentarono anche solo di piegar all'autorit regia i Duchi di Spoleto e di Benevento, alleati della Curia e dei Greci, altrettante si ritrassero, appena iniziata o inutilmente compiuta l'impresa, per le preghiere, gli ammonimenti, le minacce, l'intervento attivo dei Papi. Quei Duchi rimasero cos staccati dalla compagine del Regno, specialmente quello di Benevento; le provincie bizantine, cio quasi tutta l'Italia costiera dall'Istria a Civitavecchia, rimasero bizantine, o meglio, lontane come erano da Bisanzio, lontane le une dalle altre, governate in modo diverso, trascurate dal Governo greco, minacciate ora dai Longobardi, ora dai pirati arabi, ora dagli Slavi e dagli Avari che irrompevano dalle Alpi Giulie e dai covi della costa dalmata, cominciarono a vivere ed organizzarsi per conto proprio, a svolgere su le basi antiche le prime nuove istituzioni autonome. Cos Venezia, Ravenna, le citt pugliesi, Napoli, Amalfi e Sorrento, la Sardegna e la Corsica, a non contare Roma e le citt minori del ducato romano.


4. - CATASTROFE LONGOBARDA E INIZIO DI STORIA ITALIANA.

La fatalit storica volle che i Longobardi, con il loro religioso ossequio, contribuissero a rendere pi solida quella barriera che avrebbero dovuto spezzare.
Era salito al trono, dopo oltre 5o anni di scompigliata anarchia, re Liutprando, forse il maggiore principe che quel popolo abbia avuto. Prendendo motivo dalla ribellione dell'Italia centrale e dalla rinfocolata inimicizia del Papa contro i Bizantini che avevano vietato il culto delle immagini, in odio a certe forme di idolatria popolare, egli invase l'esarcato di Ravenna, l'Umbria, il territorio di Roma, come paesi dell'Impero. Ma il Papa, sentendo in tale atto non tanto un'offesa ai diritti dell'Impero quanto una minaccia alla sua sicurezza ed ai suoi interessi, and incontro al Re, gli comparve dinanzi in solenni vesti pontificali, gli parl, lo persuase non solo a tornare indietro ma a restituir alcune terre che aveva occupato vicino a Roma. Cos fu restituita Sutri; ma restituita "ai beatissimi Apostoli Pietro e Paolo", cio alla Chiesa romana (anno 727). Del legittimo signore, nessun conto si tenne. Legittimo signore diventa ora il Papa. Un nuovo diritto prende il posta dell'antico, in rapporto ad una nuova realt ormai affermatasi. La piccola citt di Sutri  il prima ncciolo del futuro Stato della Chiesa, che poi si pianter nel bel mezzo d'Italia, sequestrer il sud fuori della vita italiana, accentuer la divisione della penisola in due grandi parti, sar, attivamente e passivamente, la maggior forza anti-unitaria del nostro paese. A formare questo ncciolo contribuisce anche la Monarchia longobarda, la pi interessata invece a distruggerlo. Re Liutprando quasi personifica questa tragica contraddizione in cui essa si involge e si consuma: necessit ed anche volont di agire energicamente, per dominare le forze di dissoluzione che operavano dentro e fuori del Regno; ritegno di agire, per scrupolo religioso, per misterioso turbamento dinanzi a quella podest disarmata e pur vittoriosa che si chiamava il Papato. Il quale aveva dalla sua parte non solo l'alta ambizione e quasi vocazione di dirigere i destini dei popoli, mettendo a centro necessario della propria attivit l'Italia, ma anche il favore della massa del popolo italiano. Poteva, per di pi, contare sopra forze estranee con cui era venuto in contatto e che esso aveva strettamente legato a s: voglio dire i Franchi, che nel vantaggio del Papato vedevano ormai un proprio vantaggio e che gi miravano all'Italia, come sempre avverr in seguito, tutte le volte che la Monarchia o lo Stato francese saranno in fase di ascensione politica.
In altre parole, bisogna, per spiegare il fallimento della politica longobarda in Italia, pensare anche ad altre ragioni che non siano le personali manchevolezze di quei Re: pensare cio alla difficolt grandissima, forse impossibilit per un popolo uscito appena dallo stato di barbarie, per una Monarchia in via di formazione, di conquistare, unificare e durevolmente organare un paese come l'Italia, centro di antica civilt, ricco nelle sue cento citt di infiniti centri di resistenza, sede del Papato, punto di convergenza di molteplici interessi o ambizioni straniere. Forse, nelle tendenze concilianti di Liutprando si rispecchia la coscienza di queste difficolt. E realmente, quando i suoi successori faranno una politica di forza, essa non sar pi fortunata di quella di Limprando. Anzi, affretter la catastrofe. Ci accadde pochi anni dopo. Nel 752, re Astolfo, pi audace e spregiudicato, tenta un'altra irruzione nell'Esarcato e nella Pentapoli. Papa Stefano protesta; ma, questa volta, invano. Allora ricorre ai Franchi, freschi ancora della vittoria di Poitiers, si reca personalmente in Francia e conferisce a Pipino, gi riconosciuto e consacrato Re, il titolo di Patrizio, cio protettore dei Romani, ufficio gi tenuto a Roma da un Duca greco. Dopo di che, Pipino vince in due campagne Astolfo (anno 755-6) e lo costringe a consegnar al Beato Pietro molte delle terre occupate. $ la famosa donazione, che occupa un posto cos importante nella storia del potere temporale dei Papi. Il documento originale  perduto, e solo se ne conservano delle contraffazioni in cui i limiti delle terre donate sono assai allargati.
Cos il Papa sfrutta a suo vantaggio prima l'inimicizia dei Longobardi contro i Greci, poi quella dei Franchi contro i Longobardi, per raccoglier l'eredit bizantina in Italia e in ultimo per abbatter i Longobardi ed avvantaggiarsi insieme della rovina bizantina e di quella longobarda.
In tale condizione di cose, non c'era ormai, per la Corte di Pavia, se non una speranza: staccare la Corona di Francia dal Papato. E Desiderio re, successore di Astolfo, tenta. Egli d due figlie a Carlo ed a Carlomanno, principi franchi, e invade ancora l'Esarcato, la Pentapoli, il Ducato romano. Ma vi  nuovo ricorso del Papa, Adriano, a Carlo, che intanto era divenuto Re ed aveva ripudiato la moglie; e Carlo risponde all'appello prontamente. Valica le Alpi. Miracolose apparizioni, secondo la leggenda di parte papale, gli scorgono la via attraverso le alte nevi. Sboccato al piano, mette in fuga i Longobardi, conferma ed amplia al Pontefice la donazione paterna, prende Pavia e Verona, luoghi di rifugio di re Desiderio e del figlio Adelchi, conduce prigioniero in Francia il primo, costringe il secondo a trovar scampo oltre mare.
Il dominio longobardo era caduto sotto i colpi della maggiore Potenza militare del tempo e della maggiore Potenza morale: cio la Monarchia franca ed il Papato (anno 773-4). Questa volta, non un nuovo popolo, ma solo un governo nuovo ed una nuova dinastia di origine straniera si sovrappongono al governo ed alo dinastia precedenti. Tuttavia alcune migliaia di guerrieri franchi rimasero in Italia, riccamente dotati di terre nel Piemonte, nella Toscana eccetera, cio lungo la strada che congiungeva la Francia a Roma: fatto etnicamente senza importanza, ma importante socialmente e politicamente, poich quei nuovi abitatori saranno un contributo notevole alla grande aristocrazia italiana e concorreranno a cancellar qualcosa dell'impronta longobarda lasciata al Regno dai vecchi dominatori.
E' chiaramente adombrata, in tutti questi avvenimenti dell'et barbarica e longobarda, la futura vicenda della storia d'Italia. Si vede gi il persistere fra noi, pi che altrove, della tradizione romana, impersonata anche dalla Chiesa, e capace di sgretolare ogni organamento barbarico, col corrosivo di una civilt superiore. Si assiste al nascere del potere politico dei Papi a Roma ed in Italia, laddove poi si consolider il vero e proprio Stato della Chiesa. E' gi formato, in odio agli Stati della penisola troppo forti o troppo ambiziosi, l'orientamento politico dei Pontefici verso le Monarchie cattoliche dell'Occidente, in modo speciale verso la Francia, costituitasi tutrice degli interessi temporali della Chiesa romana e quasi rappresentante della fede, come pi tardi della "civilt", cio di una causa universale, rispondente alla sua posizione ed alle sue aspirazioni di prevalenza europea o mondiale. Si indovina gi, nella coscienza degli Italiani, quello sdoppiamento del cittadino e del credente, quel dissidio fra dovere civico e dovere religioso, che da noi avr anche ripercussioni pratiche e complicher tanti problemi della nostra vita nazionale. E poi, si profilano davanti agli occhi, gi nel Sesto, Settimo e Ottavo secolo, le difficolt di costruire organicamente lo Stato, le istituzioni, il diritto; di fondare un vincolo organico e di mutua fiducia fra governi e popolazioni; di dare coesione ai vari elementi costitutivi della nostra vita nazionale, dopo tanto sovrapporsi di strati a strati, dopo tanto mutare di leggi, di governi, di gruppi dirigenti. Nel tempo stesso, la fatale debolezza di ogni conquistatore barbarico in un paese permeato di vecchia civilt come il nostro, la forza del Papato politicamente dissolvente, la divisione della penisola fra Longobardi e Bizantini, la discontinuit e il diverso governo delle provincie stesse soggette a Bisanzio, l'incompiutezza della conquista franca e delle altre successive, la possibilit e necessit per le popolazioni vuoi schiettamente romane vuoi miste di Romani e Longobardi di organarsi attorno a propri e diversi centri e di far da s, daranno origine a quella divisione per regioni e Stati indipendenti e discordi che, preesistente alla conquista romana e dalla conquista solo attenuata,  ancor oggi visibile in qualche suo residuo. Si ebbe un precoce e intenso sviluppo della vita locale, un pullular di centri indipendenti e rivali, un geloso particolarismo regionale e cittadino: ci che sar una delle fortune ed uno dei malanni della vita italiana, poich permetter la messa a coltura e quasi lo sfruttamento intensivo di ogni zolla sociale, ma render difficile la coordinazione e subordinazione di quei centri ad un centro unico, cio il loro svilupparsi in forza politica e militare, cio in ultimo la loro stessa libert, conservazione, progresso.



Capitolo ottavo.
L'Impero cristiano, romano, germanico.


1. - LA NUOVA UNITA D'OCCIDENTE - IMPERO E PAPATO.

Travolto il Regno visigoto dall'impeto degli Arabi, prostrate la nazione e la dinastia nazionale dei Longobardi per opera dei Franchi, questi ultimi appaiono, con i piccoli e ancora informi Regni anglo-sassoni, i soli superstiti dei vari Regni romano-germanici sorti dalle invasioni, ed i creatori del pi solido organismo politico su le rovine dell'Impero d'Occidente. Non solo; ma il Regno franco, in conseguenza della rapida conversione di quel popolo al cattolicesimo, della fusione dei vincitori e dei vinti e dell'assolutismo regio, aveva assunto ormai una certa impronta quasi romana. Le vittorie poi su gli Arabi, riportate nel 732 da colui che pu esser considerato come il morale fondatore della nuova dinastia e l'iniziatore di una nuova Francia; e le guerre contro Sassoni, Frisoni, Batavi e altre popolazioni pagane del nord ed est, avevano ormai messo in luce quel Regno come destinato ad un alto compito di difesa della fede e della Chiesa. Lo stesso titolo di Patrizio dei Romani, conferito a Pipino da papa Stefano Secondo, riconosceva e quasi imponeva alla Monarchia franca, come diritto e come dovere, questa funzione.
Ora Carlo iniziava il suo regno con una vittoriosa spedizione contro altri nemici della fede, contro "la nefandissima gente longobarda", come li qualificava il Pontefice; iniziava anche una serie di incessanti e risolutive campagne contro i Sassoni (otto guerre, dal 772 all'803), sempre fieramente guerrieri e idolatri nelle impenetrabili foreste fra il Reno e l'Elba; e riusciva, col terrore, a domarli e convertirli. La sottomissione e conversione di Vitichindo, l'eroe nazionale sassone, fu seguita quella di tutto il popolo. Ed altri infedeli colpiva, con lena instancabile: gli Arabi di Spagna (anno 778-801 eccetera), ai quali egli pot strappare il territorio fra i Pirenei e l'Ebro, costituendo qui la "Marca" (territorio di confine) spagnuola. Un episodio di queste lotte ultime  la rotta di Roncisvalle, toccata nelle gole dei Pirenei all'esercito cristiano. La leggenda pone qui, in battaglia, la morte eroica e pietosa di Orlando, valorosissimo Conte di Palazzo (paladino) di re Carlo, celebrato poi da poemi e romanzi come modello di virt cavalleresche e campione della fede.
N si ferm alle regioni contermini l'attivit guerriera del Re carolingio. Procedendo a nord oltre il Reno e l'Elba, combatt i Normanni, audaci pirati che avevano nella penisola scandinava e nella Danimarca la loro sede, e garanti con fortificazioni e navi la difesa dello Stato contro le loro scorrerie. Sottomise ad est i Bavari. Distrusse il regno degli Avari, sul medio Danubio, e vi costitu la "Marca orientale", poi marca d'Austria, presto germanizzata. Ebbe i primi urti con le popolazioni slave (Croati, Sloveni, Boemi, Moravi, eccetera) che tumultuavano e premevano alle spalle dei Tedeschi: talune gi situate nelle posizioni in cui poi si fissarono stabilmente, altre vaganti verso nord o verso sud in cerca di una strada aperta, di un punto debole ove spezzare la barriera e passar oltre. Questi gruppi di gente slava, prime avanguardie di un esercito disordinato e immenso, Carlo di Francia sottomise e rese tributari, riuscendo ad arrestarne la marcia in avanti, a porre fine alle grandi migrazioni dai paesi caspici e sarmatici verso l'occidente, a liberar la Francia dal pericolo di essere nuovamente sommersa sotto altre ondate di popoli. Fra qualche secolo, il duro compito di fronteggiare queste genti in cammino, forti di numero e di impeto, toccher ai Tedeschi, che intanto cominciano ad ordinarsi nelle ormai stabili sedi dell'Europa centrale. Per adesso, solo il Regno di Francia ne ha la possibilit.
Cos procedendo, in questo mondo ancora informe di Germani e di Slavi, re Carlo, spinto dalla necessit della difesa politica, oltre che religiosa, raccoglie a nuova unit politica e religiosa tanta parte dell'antico Impero romano, gi sconvolto e frantumato dalle invasioni. Qualcosa dell'antico ordine rinasce, per opera di quelli stessi che ne erano stati i demolitori. Avevano cominciato i Visigoti ed il loro re Ataulfo, nel Quinto secolo, cio prima di fermarsi nella Spagna, a fare grandi piani di dominio, ad ambire una supremazia gota su le terre dell'Impero d'Occidente. Con Teodorico, re degli Ostrogoti in Italia, questo oscuro disegno si era tradotto in un principio di realt poich quel Re aveva stretto relazioni di parentela con le dinastie vandale, visigote, turingie, franche; aveva conquistato la Francia meridionale, comunicando cos direttamente con la Spagna; aveva governato questo paese come attore di un Re giovinetto. Teodorico voleva opporre un fascio di Stati barbarici alla potenza minacciosa di un altro barbaro: Clodoveo, capo dei Franchi, conquistatore e unificatore della Gallia. Ma le sue aspirazioni assumevano un colorito di romanit. Roma, scomparsa come organamento politico e giuridico, si riaffacciava e tornava ad operare come ispiratrice e maestra. Sommersa un momento, ecco che nuovamente emergeva dal gorgo.
Quel che non era riuscito ai Visigoti ed Ostrogoti, riesce ai Franchi, fatti pi maturi dal pi lungo contatto con la duplice civilt, romana e cristiana, dei vinti; sorretti ed esaltati dai Pontefici; praticamente aiutati dalla gerarchia cattolica. Anzi re Carlo, che ha sottomesso tanti popoli ed ha in Roma, come Patrizio dei Romani, quasi il suo centro ideale, pu apparire agli occhi dei contemporanei e dei sudditi quasi un redivivo, un autentico Imperatore. Chi si cura di quello d'Oriente? Gli Stati barbarici non lo riconoscono da un pezzo. Gli Italiani lo guardano come uno straniero signore. Leone Terzo rompe nel 795 l'ultima relazione di dipendenza da esso e data le bolle papali non pi dagli anni di regno del sovrano di Costantinopoli ma da quelli di Carlo, re dei Franchi e patrizio dei Romani. Nell'800, avviene qualcosa di pi. Carlo si trovava in Roma, accorso all'appello del Pontefice per proteggerlo dalle minacce dell'aristocrazia romana, che vedeva male la francofilia della Curia. Vestito di lunga tunica, con clamide e calzari alla romana, stava egli la notte di Natale inginocchiato dinanzi all'altare di S. Pietro, quando papa Leone gli si avvicin, gli pose sul capo una corona d'oro e sulle spalle il manto imperiale, si inginocchi al cospetto di lui, come a capo dell'Impero romano. Intanto il popolo, accalcato nell'interno della basilica, acclamava ed augurava vita e vittoria a Carlo piissimo Augusto, coronato da Dio grande e piissimo Imperatore, secondo l'antica formula dell'incoronazione romana.
Ecco un Re dei Franchi, elevato, per mano di sacerdote cattolico, alla dignit di Imperatore. Ecco un Impero romano, cristiano, rinnovato e impersonato da un germano. Quali accordi precedessero l'incoronazione della notte di Natale 800o, noi non sappiamo. Certo, Carlo aspir ad una restaurazione cos fatta, come gi i Re goti e pi dei Re goti, per meglio tener unite tante e cos varie genti, sebbene non egli forse ne determinasse i modi e le forme e i titoli. Ma pi vi aspir, e pi consapevolmente, il Papa che, dando la corona imperiale, volle affermare la sua autorit sul maggiore trono della terra ed esercitar i diritti che gli venivano dalla donazione di Costantino, secondo il documento che, circa un quarantennio prima, si era manipolato nella cancelleria papale. Nel rinnovato Imperatore, egli sperava un protettore in Roma, in Italia e da per tutto; egli vedeva il braccio armato, pronto ai suoi cenni, per la attuazione di quei compiti cristiani che gli scrittori ecclesiastici ormai attribuivano allo Stato ed alla Chiesa insieme. La restaurata unit politica dell'Occidente appariva ai suoi occhi naturale conseguenza e quasi riflesso dell'unit religiosa cristiana, mezzo per conservarla e consolidarla. Come una sola religione ed un solo pastore spirituale, cos un solo principe, superiore a tutti, per la pace di tutti! Il momento si presentava quanto mai favorevole. In Oriente, era vuoto il seggio imperiale. L'Impero rinnovato in Occidente non poteva affermarsi anche laggi e far risorgere integralmente l'unit antica? Quanto meno, Carlo imperatore era capace di aiutare il Pontefice nei suoi sforzi di sottomettere a Roma la Chiesa orientale, ostinata a voler fare da s e tenuta in stretta dipendenza dallo Stato.
Cos gli antichi nemici appaiono pienamente riconciliati. Il Papato ha fatto sua l'idea della Monarchia universale e la Roma cristiana restaura i nomi e le dignit della Roma pagana: mirabile continuit delle due Rome che gi si erano combattute ed ora pi che mai sono una cosa sola, davanti agli occhi di un Re barbaro. Il quale, alla sua volta, sollecita o accetta in Roma, dal Pontefice, l'Impero che i Romani avevano tenuto. Ed una volta impugnato lo scettro, egli mostra subito di volerlo tenere con ogni sua forza; tiene l'occhio aperto su tutto l'Occidente ed anche su l'Oriente; ambisce di "innalzare Roma all'antica grandezza", come ci narra un biografo; si considera successore degli antichi Imperatori e, proprio come un antico Imperatore, regola le cose della Chiesa e della religione accanto a quelle civili, accentuando, per influsso della tradizione romana, un sistema gi invalso presso i Re di Francia, specialmente da Pipino in poi, glorificato dai cronisti e poeti della sua corte come "Re e Sacerdote". Nell'ordine costituzionale e morale, l'Impero che si libra nuovamente sul mondo, dopo la notte di Natale dell'800,  un risultato tangibile dell'incontro e combinazione, sul terreno gi preparato da Roma antica, di quegli elementi vari che costituiscono come la materia prima della futura storia d'Europa. Sono in giuoco anche necessit storiche, volont inconscie, tradizioni dalle radici profonde, nell'ambiente romano, italiano, occidentale.
Solo ammettendo questi coefficienti complessi, ci si rende ragione del posto che poi l'Impero occupa, per secoli, nella storia dell'Europa. Esso diventa una delle due istituzioni-cardine del Medio Evo, si ripartisce col Papato il dominio del mondo e lotta con esso per il primato, pur disponendo ambedue pi di forze morali che materiali. L'uno e l'altro sono considerati eterni, divini, per origine; pregni di compiti spirituali; quasi biforcazione di un solo tronco. I loro conflitti che si delineano da lontano, vivi ancora Carlo e Leone Terzo, ognuno dei quali tende gi a considerare il ricevimento e la concessione della dignit imperiale come un diritto proprio, riempiono poi di s il mondo e coordinano tutte le forze della cristianit e si accompagnano a tutti i suoi progressi, anche se le vere forze motrici bisogna andarle a cercare nei pi oscuro e profondo moto dell'economia, nell'aumento della popolazione, nel quotidiano sforzo dei piccoli nuclei sociali. Nella letteratura politica di mezzo millennio, non si sa vedere nulla fuori dell'Impero e del Papato, della loro posizione reciproca, dei loro rapporti. Quale delle due podest  pi alta? Quale di esse, sorgente del diritto dell'altra? Quale pi antica, pi vicina a Dio, pi direttamente scaturita da Dio? Ecco le domande che il Medio Evo si far fino a Dante, l'ultimo che vivr con tutti i suoi pensieri e tutto il suo cuore entro il magico cerchio dell'Impero-Papato.


2. - CARLO MAGNO.

L'uomo chiamato ad iniziare, con l'Impero, questa nuova fase della storia europea era veramente degno del suo destino. Carlo di Francia, detto pi tardi il Grande, sembra aver meritato l'appellativo: anche se  difficile stabilire quanto la luce dalla quale egli  tutto avvolto emani veramente da lui, e quanto sia riverbero dei grandi fatti svoltisi per storica necessit fra il 700 e l'800 attorno alla Monarchia francese, destinati ad improntare cos durevolmente tutta la vita europea. La leggenda, alimentata dall'amor proprio francese, dal sentimento nazionale dei Germani tutti, per i quali Carlo fu uomo rappresentativo ed incarn la loro giovinezza, infine dalla Chiesa e dallo spirito cristiano del Medio Evo, che videro in quest'uomo un eroe della fede; la leggenda ha molto ingrandito le di lui proporzioni reali. Ma essa aveva una buona sostanza umana da elaborare. Un biografo del Re ci d di lui il vivo ritratto complesso e robusto della persona, di bello e virile portamento, instancabile cacciatore e cavalcatore secondo l'uso nazionale franco, facile ed eloquente parlatore, non colto ma amantissimo di cultura e di uomini colti, capace per naturale ingegno di "ragionar d'ogni cosa, come uomo dell'arte u, di parlar latino correntemente e d'intendere il greco. E poi, attivit instancabile, virt di grande organizzatore, vuoi nel cerchio ristretto della sua azienda patrimoniale, vuoi nell'ambito del vastissimo Impero. Come condottiero, ogni anno segn per lui una campagna di guerra sulle varie fronti. Come legislatore, egli ide e fece approvare nelle assemblee dei Grandi laici ed ecclesiastici di primavera o d'autunno ("campi di marzo" e "d'ottobre", avanzo o trasformazione delle antiche assemblee degli uomini liberi), un corpo di leggi che, in quel tempo e per molti secoli dopo, non hanno l'eguale per mole e variet, poich toccano i rapporti politici e la disciplina del clero, le materie civili e l'amministrazione dei beni regi. Fu veramente di quegli uomini che segnano strade ed avviano il lavoro delle generazioni successive; uomini creatori, anche se la for creazione, come sempre,  essenzialmente sistemazione, sintesi di forze esistenti e preesistenti nel tutto sociale, ed  perci strettamente collegata ad un determinato momento dello sviluppo storico.
Le aspirazioni di Carlo, Re e Imperatore, non si restringevano all'Occidente, cio ai Regni germanici e romano-germanici di recente formazione. Esse si dirizzavano anche verso l'Oriente, dove in quegli anni il seggio imperiale era vacante. E Carlo, aprendo trattative per sposare Irene, la vedova reggente del morto Imperatore, cerc di ricongiungere effettivamente i due Imperi, ricostituendo l'Impero dei primi secoli. Ma l'Oriente guardava con ostilit e sospetto crescente verso l'Europa romano-germanica. L'aristocrazia e la gente di corte, il clero e la plebe vedevano nei "latini" il loro nemico maggiore, avversavano ogni disegno tanto di unione religiosa quanto di unione politica con i paesi che politicamente e religiosamente facevano capo a Roma. Per cui si venne, allora, ad una delimitazione di confini. Questi furono segnati sull'Adriatico, rimanendo la costa dalmatica a sud di Zara all'Impero di Oriente, e quella a nord di Zara all'Impero d'Occidente. Un cos vasto Impero, che andava dall'Ebro all'Adriatico e all'attuale Austria, dal mare del Nord al Mediterraneo, e che era costituito di vari regni che il re Carlo tenne direttamente sotto di s oppure diede a governare ai suoi figliuoli, ricev dal sovrano un ordinamento che doveva mantenere e afforzarne la coesione.
Per avvicinar i popoli allo Stato e al sovrano e stabilir fra quelli e questo un pi diretto rapporto, per toglier il pericolo delle ambizioni dinastiche e dello spirito di rivolta, latente nelle varie aristocrazie nazionali, Carlo Magno ruppe le grandi circoscrizioni dei ducati creandone un gran numero di pi piccole ("contee"). Solo alle frontiere le conserv o cre, sotto "conti di confine" ("mark-grafen", margravi, marchesi). Egualmente, abbass l'aristocrazia pi potente, temper o sostitu l'autorit autonoma dei Grandi con funzionari nominati, controllati, al bisogno rimossi da lui, obbligati a seguir le sue prescrizioni ed a proceder d'accordo coi Vescovi, per realizzare il doppio bene materiale e spirituale della cristianit. L'Imperatore aveva poi ai suoi cenni, e mandava continuamente attorno, speciali inviati - "missi dominici" - per sorvegliare Conti e Marchesi, promulgare leggi, ispezionare ponti, vie, edifici pubblici, attorno ai quali molte cure venivano spese, esigere il giuramento di fedelt dei sudditi: fatto nuovo che tradisce un nuovo concetto dello Stato. Erano, questi messi, gli occhi e il braccio del sovrano, gli intermediari fra la Corte e le amministrazioni locali, i conservatori del vincolo diretto e pieno fra l'Imperatore e la massa dei sudditi, gli organi unitari per eccellenza. Nel campo legislativo, essi trovavano la loro corrispondenza nelle molte leggi di carattere generale, valevoli per tutto l'Impero, che Carlo pubblic, accanto alle leggi particolari per i singoli Regni. L'Imperatore non volle - n avrebbe potuto - distruggere le variet nazionali del suo Impero, imporre a Longobardi, Franchi, Sassoni, Bavari, Borgognoni, una legge in tutto comune. Volle invece rendere possibile, senza troppi urti, la convivenza di tante genti diverse. I suoi sudditi, mentre obbedivano ad uno stesso sovrano ed a talune leggi eguali per tutti, conservavano anche il diritto di valersi, nei privati negozi, della legge di for nazione, dovunque si trovassero o si recassero. E' questo il sistema della "personalit" del diritto (opposto a quello posteriore della "territorialit"). Con tale sistema, si connette l'uso della professione o dichiarazione della propria legge, negli atti giuridici compiuti dai singoli. Cos noi possediamo, in queste professioni, che le antiche carte ci conservano, migliaia di utili documenti per lo studio delle prime forme del diritto internazionale e per la conoscenza del grande rimescolamento di genti che l'Impero provoc entro i propri confini, della proporzione in cui le varie nazionalit erano rappresentate nei limiti dei vari Regni.


3. - VITA ECONOMICA E CULTURA ENTRO I LIMITI DEL NUOVO IMPERO.

La vita economica si risenti beneficamente di siffatte condizioni create a tanta parte d'Europa, cio dell'unit politica di molti territori, della relativa sicurezza nelle comunicazioni, dei cresciuti bisogni e capacit di acquisto, delle buone relazioni coltivate e mantenute con l'Impero bizantino e con il grande califfo Harun el-Rascid, dimorante a Bagdad. Non  il caso di pensare ad un mutamento e miglioramento improvviso e profondo: perch i segni di una nuova vegetazione che germinava sotto terra erano cominciati ad apparire da qualche tempo; e perch molti secoli dovranno passare prima che l'industria ritrovi i suoi centri di fervido lavoro, che il commercio delle materie prime e dei manufatti ridiventi una attivit diffusa ed essenziale, che il Mediterraneo torni ad essere mare cristiano ed europeo aperto alla attivit delle popolazioni marinare d'Italia, di Provenza e Catalogna, che l'economia del denaro si ricostituisca e informi di s l'assetto sociale, le istituzioni, il costume, la coltura. Questo  sicuro: nel Settimo e Ottavo secolo, decaduto l'assetto fondiario instaurato dai barbari invasori, a base di piccola propriet, si eran venuti costituendo, nelle mani dei Re e dell'aristocrazia, delle chiese e dei monasteri, grandi organismi fondiari che coordinavano fra loro e subordinavano ad un centro unico centinaia e centinaia di piccole unit coloniche ed alimentavano una industria padronale capace di soddisfar quei bisogni ai quali n l'industria libera n l'industria delle singole famiglie coloniche provvedeva. Nel tempo stesso, in tutta l'Europa romano-germanica, ma specialmente in certe regioni della Gallia e, pi ancora, dell'Italia, la vita delle citt accennava a pulsare con ritmo meno debole o cominciava a svilupparsi nei nuovi nuclei di popolazione che si formavano presso le rovine di antiche citt distrutte, vicino ai ricchi monasteri, disseminati lungo le grandi strade, allo sbocco delle vallate, presso i ponti dei fiumi inguadabili. In molti luoghi si coniava moneta, si calcolava in denaro il prezzo delle cose e le multe, vivevano artigiani liberi, si lavorava per la fiera annuale o pel mercato mensile e settimanale, si costruivano navi destinate a discendere e risalire i fiumi, a raggiungere la Sardegna, la Spagna, l'Africa, Costantinopoli, le coste della Siria. Venezia e Ancona, Bari e Amalfi erano centri di un discreto traffico con i paesi oltr'Alpe ed oltre mare; il Po ed i suoi affluenti di sinistra vedevano navi di Comacchiesi, Cremonesi, Piacentini, Veneziani, cariche di sale fabbricato a Comacchio e di merci di lusso importate dall'Oriente. In generale, tutte le grandi aziende monastiche e vescovili avevano le loro navicelle che, lungo i fiumi di Francia, Germania e Italia o rasente le coste, trasportavano nei centri di consumo il pi delle loro derrate agricole e ritornavano cariche di merci varie acquistate sul mercato. Pavia, capitale del Regno e centro della "Longobardia"; Ravenna, sede del governo bizantino e centro della "Romania" in Italia; Roma, sede del papato, tutti luoghi dove transitavano pellegrini, mercanti, soldati, dove aveva stanza una burocrazia civile ed ecclesiastica, dove si raccoglievano artefici intenti a grandiose costruzioni, dove Vescovi ed Abbati delle regioni circostanti tenevano case e piccole terre per dimorarvi in tempo di concili, diete, soste di Imperatori eccetera; queste citt alimentavano il cambio e il commercio della moneta ed il traffico non solamente locale. Roma era poi meta di pellegrinaggi continui di ogni paese e ospitava un gran numero di colonie d'ogni nazione, Sassoni, Scozzesi, Britanni, Frisoni eccetera, ognuna con la sua chiesa, i suoi ospizi, il suo cimitero. Mezzo di grande comunicazione internazionale era la "Via Francigena" o "Romea" che dalle Alpi franco-piemontesi, gi per il Po, dopo essersi congiunta con la strada d'Alemagna, valicava l'Appennino per la valle del Taro e della Magra, attraversava la Toscana e l'Umbria, sboccava a Roma.
Ora, siffatto processo di ricostruzione economica sembr accelerarsi ed allargarsi al tempo di Carlo Magno e degli immediati successori. E avvenne lo stesso nei rapporti della cultura: il piccolo fuoco che gi covava sotto la cenere un po' in ogni luogo fu attizzato e stimolato. Non si era mai spento del tutto, naturalmente. In Inghilterra ed Irlanda era visibile, nel 200, una attivit intellettuale notevole che aveva i suoi centri nei grandi monasteri benedettini, sedi di scuole. Pi ancora, essa era visibile in Italia che conservava il maggior numero dei documenti della letteratura antica e cristiana, manteneva certo amore per gli studi del diritto che poi saranno per essa titolo di specialissima gloria, accoglieva gente d'oltre Alpe desiderosa di comprar o trascrivere codici, di frequentare scuole, qualche volta di fondarne, come in terreno pi propizio. Una appunto ne sorse a Roma, al principio del 700, per iniziativa di un Re anglo-sassone e di papa Gregorio Secondo, a beneficio dei membri della famiglia reale, dei Vescovi, dei chierici di quella nazione. Ed anche nel Regno longobardo si era sviluppata una certa inclinazione per la coltura, come gi nel Regno ostrogoto: certo, per stimolo dell'ambiente ben disposto. Pavia aveva scuole assai ordinate, che i figli delle maggiori famiglie frequentavano. Vi si iniziava quell'insegnamento del diritto che poi sar vanto della citt, prima che Bologna, con la sua scuola di diritto romano, la metta nell'ombra. A corte, persino qualche principessa aveva riputazione di donna non incolta. Pur nella decadenza, rimanevano nel nostro paese le tracce del ricco lavorio spirituale compiuto per secoli.
Quando la Francia cominci a grandeggiare, tutto questo moto di spiriti che accennava ad una rinascita era gi avviato un po' da per tutto: altrove, anzi, pi che nella Francia stessa. Questa era rimasta indietro. Aveva avuto oltre un secolo di rozzissima barbarie, estinta la luce dell'antica cultura e non accesasi ancora la nuova. Un suo cronista del 600, dalla visione della Francia del suo tempo, dall'abbandono di ogni attivit intellettuale, aveva desunto una disperata concezione e conclusione: il mondo invecchiava, il mondo marciava verso la rovina estrema. Ma coi Carolingi, anche la Francia trova in s, e nell'esempio di altri paesi e nelle esigenze pratiche imposte dalla sua grande politica, l'impulso a progredire. Carlo si raccolse vicino uomini come Pietro da Pisa, grammatico e teologo assai reputato; Paolo Diacono, longobardo di Cividale, storico della sua gente, che visse qualche tempo nel monastero di Montecassino ed assist con animo accorato alla rovina del Regno; Paolino vescovo di Aquileia, poeta religioso e teologo anche esso; Alcuino monaco anglo-sassone, uno dei pi dotti del suo tempo, che il Re trov in Italia nel monastero di Bobbio e prese seco, facendone l'amico e consigliere prediletto, donandogli poi la ricca abbazia di S. Martino di Tours, ove il monaco si ritir e mor. Costoro vissero in Francia vario tempo, esplicarono a corte la loro attivit, consigliarono il sovrano nei suoi piani di riforme scolastiche. Poich egli attese anche ad organizzare o promuovere scuole: scuole di Stato, come prima erano solo in Italia, sebbene affidate a Vescovi, che egli considerava come suoi funzionari, e rivolte a finalit religiose e civili insieme, come la mentalit del tempo ed il carattere dello Stato esigevano. Voleva attrarre verso le arti liberali i migliori, restaurar il culto delle lettere, rimetter in onore la conoscenza delle sacre scritture: il tutto, principalmente allo scopo di aver un clero colto, che fosse strumento efficace di governo in ogni luogo, che gli fornisse funzionari e ambasciatori, che costituisse nei lontani vescovadi e monasteri una forza di penetrazione, di incivilimento, di perfetta ortodossia cattolica, di unit per l'Impero. La coltura che doveva e poteva servire a tali scopi era quella latino-ecclesiastica, l'unica che ancora teneva il campo, non ostante la grande trasformazione verificatasi nelle condizioni esteriori dell'esistenza, entro i paesi romano-barbarici. Poich nulla di veramente nuovo, nel campo dell'attivit spirituale,  ancora visibile. E solo pi tardi, il processo di rinnovamento si estender agli strati profondi della vita; solo pi tardi apparir la nuova cultura romano-cristiano-germanica, la nuova poesia, la nuova filosofia, la nuova religiosit.
Questa specie di rinascenza da Carlo Magno prese il nome ma Carlo non fece che aiutarla e promuoverla col suo vivo amore per le cose della cultura e col favorevole ambiente che egli cre, mettendo in contatto l'uno con l'altro uomini che gi si erano maturati, in piena indipendenza, nella patria loro. La stessa buona disposizione mostrarono, per qualche decennio ancora, i Carolingi che a lui seguirono. E noi vogliamo qui ricordare una famosa legge dell'825, il "Capitolare Olonese", col quale l'imperatore e re Lotario provvedeva alla istruzione pubblica in Italia, istituendo scuole di Stato non pi solo vescovili, sebbene aperte all'intervento dei Vescovi, ognuna nel centro di una determinata circoscrizione, a Pavia, a Cremona, a Firenze, a Verona, a Vicenza, a Cividale, a Torino, ad Ivrea eccetera. La legge sta a dimostrare il pi alto grado di sviluppo intellettuale del nostro paese di fronte agli altri dell'Impero e quindi le sue maggiori esigenze in fatto di istituti di cultura; sta a dimostrare, forse anche, un principio di quella maggior orientazione laicale che la cultura prende da noi pi e prima che in altri paesi, come apparir chiaramente alla fine del Medio Evo. Fatto che pu sembrar singolare, questo, dato che l'Italia era sede del papato, centro della gerarchia ecclesiastica, madre del cattolicesimo. Ma si pensi anche alle tradizioni classiche, al carattere naturalistico e razionalistico della coltura antica, ad una certa maggiore sopravvivenza fra noi di vita civile, di attivit cittadinesche, di spiriti umanistici.


4. - COME L'IMPERO FRANCO SI DISSOLVE.

Ma la nuova unit che all'Europa centrale e occidentale diede, dopo l'800, l'Impero, ricostituito in persona di un Re franco, sotto gli alti auspici della Chiesa romana, aveva un debole tessuto connettivo. Unit era solo all'apice del grande albero. Pi si scendeva gi pei rami e alle radici, pi si facevano visibili, operosi, insanabili, le differenze ed i contrasti o l'assenza di ogni interesse e possibilit di vita comune, laddove erano impervie catene di montagne fra paese e paese dell'Impero, immense foreste e paludi, vaste zone a radissima popolazione, economia prevalentemente naturale, nuclei di potente aristocrazia in formazione eccetera Un complesso di circostanze storiche aveva reso possibile quella unit: ad esempio, la superiorit militare e politica della Monarchia francese su ogni altro regno romano-germanico, in un determinato momento; l'interesse della Chiesa a promuoverne l'espansione a danno dei Longobardi, Arabi, Germani, tutti in vario modo infedeli o nemici di Roma; la assoluta immaturit e inconsistenza politica dei vari raggruppamenti germanici ad est eccetera. Ma erano circostanze contingenti, cui avrebbero tolto ogni efficacia l'ulteriore svolgimento della vita europea e la maggiore maturit di alcune di quelle genti, per virt della stessa unit. Si dov ben presto procedere ad una divisione del vastissimo Impero, come gi si era dovuto fare nel terzo secolo di Cristo e dopo, per il pi antico Impero di Roma. In una assemblea tenuta nell'806 a Thionville, Carlo ripart lo Stato fra i suoi tre figli, riserbando la dignit imperiale e certa preminenza su gli altri al maggiore, cui era toccata la Francia. Riunitosi nuovamente in uno dei tre figli, Ludovico, in seguito alla morte degli altri, una seconda divisione si dov fare nell'843, col trattato di Verdun, dopo aspre lotte dei figli di Ludovico contro il padre e dei fratelli fra di loro. A Carlo tocc la Francia occidentale, con la marca di Spagna; a Ludovico i paesi tedeschi; a Lotario, insieme con la dignit imperiale, l'Italia, la regione fra Rodano ed Alpi (Borgogna), e quella striscia di terra posta fra Mosa, Schelda e Reno che si chiam Lotaringia. A differenza di quel che si era fatto nella prima divisione, fu debolissima ora la coordinazione e subordinazione gerarchica fra questi Regni, equivalenti di estensione e quasi affatto distinti ed autonomi l'uno di fronte all'altro. Cio l'unit diventata sempre pi evanescente: anche perch si veniva spezzando l'omogeneo strato superficiale rappresentato dalla aristocrazia, tutta di origine germanica; e di sotto, affioravano qua e l elementi della vita paesana, diversi da regione a regione, fortissimi in Italia, forti anche in Francia, specialmente nel sud. Merita essere qui ricordato che gi con Ludovico il Pio, nel secondo decennio del secolo, il "Regnum Langobardiae" diventa "Regnum Italiae" o "Italicum Regnum" : una espressione, o non molto diversa da questa, gi di quando in quando ricorrente negli ultimi tempi della dinastia longobarda, ma ora sempre pi consueta. Concorsero ad avvalorarla anche i notai, specialmente del Nord, sempre pi orientati verso l'uso della parola "Italia", per indicar il territorio del regno longobardo: parola antica, ma che ora ritorna. Centro di irradiazione di essa ora  Milano, gi capitale del "Vicariato d'Italia" nell'ultima et dell'Impero romano. Corrispondentemente a questa mutazione di nome, si ha una crescente autonomia del Regno.
Riusciva difficile mantener l'unit di governo anche dentro territori assegnati ad uno stesso principe, ma, per la loro conformazione, esposti ad assalti di nemici diversi, su le varie fronti. Cos accadde che Lotario, dopo pochi anni, rinunci al figlio Ludovico Secondo l'Italia, minacciata dagli Arabi, ed egli si restrinse ai paesi transalpini su cui, premevano da tre lati Tedeschi, Francesi, Normanni. La debolezza e quasi assenza di ogni potere centrale, le discordie fra i Re, lo spirito di violenza e di ribellione che circolava anche in mezzo alla aristocrazia secolare rendevano difficile la difesa militare su la vastissima frontiera terrestre e marittima: e questa difficolt, se qualche volta faceva invocare coordinazione di forze ed unit nell'Impero, pi spesso si risolveva in ulteriore svalutamento dell'unit stessa e di chi in qualche modo la rappresentava, in incentivo a pi netto distacco, in aspirazione dei vari popoli a cercare in s la propria salvezza.
Realmente, da ogni parte, da est, da nord, da sud, l'Impero era battuto con violenza. Si rinnovava la vicenda di quattro o cinque secoli addietro contro l'altro Impero. Solo che, al posto dei Germani, avanzanti ad ondate successive nel loro sistematico movimento verso l'ovest e il sud dell'Europa, erano ora Slavi, Ungari, Normanni, Arabi, grandi masse ancora incerte della loro sede o piccoli nuclei guerrieri alla conquista di preda e di terre. Nuove genti sbucavano fuori dalla penombra, un po' spinte da propri bisogni, un po' sollecitate dalle forze dell'Europa romano-germanica che agivano come fermento e come richiamo. E prendevano contatto con questa Europa, si serravano sopra di essa, facevano impeto sui punti di minore resistenza, si insinuavano negli interstizi, moltiplicavano i rapporti di pace e di guerra. Non era ancora perfetta la fusione di Romani e Germani, e gi si avevano nuove sovrapposizioni di stirpi e nuove mescolanze. Dalle foci dell'Elba al medio Danubio erano Slavi, un po' sottomessi un po' liberi: in ogni caso, minacciosi ai Germani. Gli Arabi, che avevano iniziato nell'827 la conquista della Sicilia, si erano poi di li, come da un campo trincerato, mossi verso il vicino continente. Pochi decenni dopo, essi occupavano Bari, la maggiore citt del Mezzogiorno e sede del Governo bizantino, saccheggiavano terre e conventi sin alle porte di Roma, travagliavano la costiera adriatica, si radicavano sul Garigliano.
Parve un momento che tutto il Sud, insidiato da ogni parte, dovesse diventar arabo e che l'insegna del Profeta stesse per accamparsi in vista di Roma papale. Dall'altra parte, i confratelli di Spagna saltavano su le spiagge di Provenza, si stanziavano a Frassineto e di li, attraverso le Alpi, si spingevano fin al cuore del Piemorte. Contemporaneamente, i Normanni, dalle terre scandinave, desolavano la Frisia, si spingevano su le agili navi nell'Atlantico, risalivano quasi da padroni Senna, Loira, Gironda, lasciavano rovinosi segni su le coste italiane del Tirreno. Alla fine del Nono secolo, mentre ad est penetravano fra gli Slavi, ad ovest e sud si stanziarono su la Mosa, irradiando con rapide scorrerie su Treviri, Metz, Laon, Reims. La resistenza era minima; l'organizzazione delle forze difensive dell'Impero affatto inefficace; quasi sempre si finiva con una transazione, che lasciava agli invasori frammenti di territorio e volont di pi grandi intraprese. Nell'885, essi assediavano Parigi.
Si era, solo qualche anno avanti, riunito ancora una volta l'Impero. Giovanni Ottavo papa, interessato come i suoi predecessori alla conservazione ed espansione dell'Impero che voleva dire conservazione ed espansione della Chiesa; minacciato dai Grandi italiani; impaurito dai progressi arabi nel sud, aveva incoronato in Roma Carlo il Grosso. Uno degli epigoni. Ora, egli non seppe difendere Parigi, che dov al conte Oddone la salvezza. Prefer scender a patti con i Normanni: e fu il crollo. Ogni credito dell'Imperatore svan. Ogni sua primazia su gli altri Re fu spezzata. La nobilt dei vari paesi fini di ribellarsi. E nel novembre 887, Carlo fu costretto da una assemblea di Grandi, presso Magonza, a rinunciare alla corona.
Allora, entro i confini dell'Impero carolingio, ognuno attese da un proprio e pi vicino Re la difesa. I maggiori fra i Grandi diedero libera via alla loro ambizione, cio alla loro volont di aver a portata di mano la corona, per controllarla, farla servire ai loro interessi, pi facilmente conquistarla: per cui, i Tedeschi proclamarono Re in Germania Arnolfo duca di Carinzia, carolingio anche lui, che era stato fra i pi violenti contro Carlo a Magonza, per desiderio di soppiantarlo in qualche modo; Oddone, difensore di Parigi, fu proclamato dalla dieta di Compigne Re di Francia; Berengario duca del Friuli e Guido duca di Spoleto sorsero in Italia a contendersi la corona di quel Regno. E poi si form, nell'estremo sud-ovest, la contea di Barcellona (gi Marca spagnuola), che rappresenta il riapparire e rafforzarsi nella penisola iberica di quelle forze nazionali e cristiane, avanzo di Goti e di Romani, che fra poco muoveranno alla riscossa contro gli Arabi. Nell'estremo est, si resero liberi i due Stati di Croazia e Moravia, che segnano gli albori politici della razza slava, ultima venuta in Europa, ed il suo entrar ad occidente nell'orbita spirituale dell'Europa, cio del germanesimo, della Chiesa e, anche, della romanit. E nel centro, dove erano Borgogna e Lotaringia, si individuarono vari piccoli Stati, con spiccato carattere latino a sud (Provenza), con incerto carattere etnico e pi incerti destini politici a nord, dove poi si chiam Alsazia, Lorena, Belgio: perch qui il fondo della popolazione colto-romana era stato fortemente germanizzato al tempo dell'Impero romano e delle invasioni, mentre la natura e le vicende degli ultimi secoli legavano e legheranno quei paesi pi ad occidente che ad oriente, pi al Regno di Francia che a quello di Germania. I quali regni potranno perci con egual diritto pretendere a quei paesi, contenderseli, richiamandosi l'uno al sangue ed anche al linguaggio che sono prevalentemente germanici, l'altro alla cultura ed alle inclinazioni nazionali che sono piuttosto francesi e per la Francia.
Sarebbe erroneo credere che questa divisione rispondesse ad un criterio nazionale e fosse promossa da aspirazioni nazionali. Ancora troppo presto, per siffatti valori. Tuttavia,  un fatto che le popolazioni germaniche dell'Impero carolingio si venivano differenziando sempre pi; che nella parte orientale vi erano genti schiettamente tedesche, nella occidentale elementi tedeschi e colto-romani si bilanciavano, nel regno d'Italia prevaleva di gran lunga quello romano; che questi ormai diversi gruppi etnici erano legati ciascuno al proprio territorio, e quasi si identificavano con esso, ne assorbivano tradizioni e memorie, vantavano ordinamenti e certa vita spirituale propri che Carlo Magno non aveva distrutto (come Roma non aveva distrutto quanto nei vari paesi preesisteva alla sua conquista), sottostavano a classi dirigenti ambiziose e gelose di far da s, ognuna nell'ambito della propria gente o regione. Possedevano insomma i principali elementi necessari a costruir l'ossatura di altrettanti Stati, con repugnanza ad un vincolo unitario troppo forte e con interessi contrastanti, come gi era apparso nel Nono secolo e meglio apparir dopo. La loro differenziazione appariva gi in quello che  il tratto essenziale e caratteristico delle varie nazioni, la lingua. Ormai, esisteva una lingua tedesca in Germania e una lingua francese, cio fondamentalmente latina ma con influenze celtiche e germaniche, in Francia; mentre in Italia si veniva, nell'uso parlato, svolgendo lo schietto latino popolare, riserbandosi il latino letterario all'uso scritto. La prima manifestazione a noi nota di queste lingue, che segna quasi il battesimo delle tre principali nazioni dell'Impero,  il trattato di Strasburgo dell'842, fra i figli di Ludovico, redatto appunto in francese antico e in antico tedesco, oltre che in latino.



Capitolo nono.
Le vicende medievali della ricchezza, delle classi, dello stato.


1. - LA TERRA: CONCENTRAMENTO FONDIARIO E ARISTOCRAZIA FONDIARIA.

Ma non l'Impero solamente si disgrega nelle minori unit dei suoi Regni particolari: i Regni stessi noi li vediamo, per qualche secolo, come decomporsi e polverizzarsi, e il potere centrale o ridursi vano nome o dover lottare a gran fatica per resistere alle forze dissolventi e particolariste. Siamo, dunque, di fronte ad un fatto d'ordine generale, che investe lo Stato medievale in genere e che trova la sua spiegazione nella struttura economica e sociale del tempo. Si fa sentire a pieno l'azione, di per se stessa dissolvente, di una economia che, sottilmente venata qua e l di attivit mercantili e industriali,  tuttavia prevalentemente naturale: cio consumo diretto di quanto si produce, e produzione limitata ai bisogni del consumo diretto. Essa tende perci a legar ogni uomo alla sua zolla, alla sua comunit familiare, alla vita del suo villaggio; accorcia di ognuno la visuale e il raggio d'azione e rende malcerta l'autorit del principe, lontano dal luogo dove si esercita direttamente; incoraggia ogni velleit dei capi periferici a far da s e crea la possibilit e un po' la necessit, per ogni proprietario, di essere egli Re nell'ambito della sua vasta propriet.
Poich si pu constatare anche un altro fatto, che del resto quasi sempre si accompagna ad una economia naturale e ad una agricoltura estensiva. La propriet fondiaria ha subito un processo di concentramento che, variamente intenso nei vari paesi, in taluno di essi raccoglie in poche mani tutta o quasi tutta la terra. Questo processo era gi cominciato con Roma, anche in seguito allo spopolarsi di vaste plaghe dell'Impero. Le invasioni lo avevano arrestato e in parte annullato, per il fiero colpo che allora sebi la classe dei grandi proprietari romani, decimata, e, in taluni luoghi, distrutta. Ma esso aveva poi ripreso o, fuori dei limiti del crollato Impero, aveva cominciato a svolgersi. Duchi e Conti e Gastaldi regi, Vescovi e monasteri, "gasindi" longobardi, "leuti" franchi, "thani" anglosassoni, cio amici, protetti, fedeli dei Re o dei Duchi o dei Maestri di Palazzo, sono i nuovi grandi proprietari, la nuova aristocrazia fondiaria.
La terra ha confluito e confluisce a tutti costoro dal basso, dalla classe dei vecchi e nuovi piccoli possessori che non resistono alle lusinghe, alle minacce, alla azione accerchiante ed assorbente del grande proprietario e della grande propriet e sono costretti a chieder sempre pi ad essi quella protezione giuridica che il lontano Re o Imperatore non pu dare. A migliaia e decine di migliaia, gli alloderi, in ogni paese, hanno ceduto il loro allodio, pi o meno spontaneamente o forzatamente, riavendolo a livello o enfiteusi o altra forma ancora pi precaria di possesso ed obbligandosi a pagar i censi di natura colonica, che gi il contadino del latifondo romano pagava. Numerosissime le carte di dedizione della propria terra e anche della propria persona a maggiori proprietari, specialmente a chiese e monasteri. Frequenti e dolorose, le lamentele e proteste di piccola gente contro funzionari usurpatori e persone potenti, use a mal fare, di cui sentiamo gli echi sfogliando le leggi barbariche del 700, i capitolari dei Re carolingi, i documenti giudiziari del Nono secolo, qualche antica cronaca. I piccoli alloderi non si pu dire che scompaiano, specialmente presso alle citt, vuoi solo viventi della terra, vuoi artigiani liberi, anche essi tutti forniti di un qualche possesso fondiario, base e presidio di libert personale. Ve ne sono pi o meno nei vari paesi: in Germania e Inghilterra pi che in Francia, dove la concentrazione fondiaria e la trasformazione in senso aristocratico della societ si svolgono pi radicalmente; in Italia, pi che in Germania ed in Inghilterra. Ma sono piccole oasi, che non dnno esse il carattere al paesaggio.
Anche dall'alto, e meno frammentariamente, la terra defluisce nelle mani dei secolari o ecclesiastici. Larghissimo distributore  stato, in ogni paese, il Re che disponeva in origine di una riserva enorme di ricchezza fondiaria, pi o meno messa in valore. Egli la aveva ereditata dal Fisco romano, nella spartizione seguita alla conquista; l'aveva accresciuta via via con le confische giudiziarie, assai frequenti nel sistema penale barbarico. Il Re, in parte, dona ai fedeli ed a chiese, per la salute dell'anima, pur con restrizioni e riserve che accompagnano ogni dono nel diritto germanico; in parte, concede precariamente, in cambio di servigi civili e, pi ancora, militari. E' lo stipendio o indennit per i funzionari che attendono alla giustizia o amministrano i beni del Fisco o militano nelle guerre del Re. Come altrimenti compensarli e render possibile ad essi mantener armi e cavallo? Questo stipendio, nella forma consentita dalla economia del tempo, si chiamava latinamente "beneficio". Si trattava di una consuetudine non nuova. Re barbarici e chiese, seguendo un esempio gi dato dall'Impero romano, solevano concedere precariamente terre a persone viventi nel loro patronato o a chierici, pel loro sostentamento e pei bisogni del culto e in cambio di servigi. Beneficio  appunto parola latino-ecclesiastica. Egualmente, era antica consuetudine specialmente germanica - e le prime manifestazioni si possono ritrovare presso i Germani primitivi, ma anche nell'ultima et romana - che una persona si obbligasse verso l'altra, di condizione superiore, a determinati servizi pi che altro militari, in cambio di protezione o sostentamento. E' un fatto proprio di tempi di crisi sociali, di incertezza del diritto, di rilassamento degli antichi nuclei familiari. Nel 700, quel vincolo tra uomo e uomo si rinsalda, perch invale l'uso che chi si mette in protezione di altro pi potente, gli giura anche fedelt, gli rende omaggio, cio si dichiara suo "uomo", entra in un rapporto di dipendenza con lui, la quale gli impone, con l'obbligo del servizio militare, altri obblighi: dare consiglio all'altro, custodirne i segreti, difenderne l'onore, contribuire al suo riscatto se prigioniero eccetera. Egli  "vasso" o vassallo, l'altro "senior" o signore.
Appunto nell'Ottavo secolo, tanto le concessioni beneficiarie quanto gli atti di vassallaggio diventano sempre pi frequenti: gli atti di vassallaggio, perch maggiore  l'isolamento degli individui di fronte alla famiglia o al pi largo gruppo gentilizio a cui apparteneva, pi grande il numero delle persone rimaste senza punti d'appoggio, senza beni di fortuna eccetera; le concessioni beneficiarie, perch, con l'accumulazione fondiaria, cresce la terra disponibile, cresce nei Principi e nei Grandi il bisogno di armare milizie per lunghe e lontane guerre, cresce il numero di quelli che, spogliatisi dell'allodio, chiedono di nuovo la loro terra sotto altro titolo che glie la renda pi sicura. E allora, accade che i due istituti, beneficio e vassallaggio, si accostano e si fondono. Mentre prima sono indipendenti l'uno dall'altro e possono esistere l'uno senza l'altro, ora il beneficio diventa corrispettivo del vassallaggio, il mezzo che permette al vassallo di procurarsi armi e cavalli e sostentamento durante la guerra, il compenso dell'opera sua. Accadr che, in un paese, preceda o abbia pi importanza la concessione del beneficio; in un altro, il vassallaggio e il giuramento di fedelt. Ma da per tutto la fusione avviene. E si ebbe allora un atto bilaterale, con diritti e doveri reciproci, un contratto, in cui oggetto di concessione non fu solo una terra ma qualunque bene immobile, qualunque diritto: ad esempio, il pedaggio ad un ponte e sopra una strada, il ripatico d'un approdo fluviale eccetera E i primi concessionari usarono alla for volta conceder in beneficio, oltre il proprio, anche ci che avevano ricevuto beneficiariamente, diventando cos, essi vassalli, signori di pi piccoli vassalli (valvassori, vassalli di vassalli). E cos di seguito. Tutti diventarono ed acquistarono vassalli, ricevettero e diedero benefici, prima a tempo poi sempre pi illimitatamente. Si costitu in tal modo una scala i cui gradini andavano dal Re o dall'Imperatore, considerato come l'alto proprietario di tutto il suolo, oltre che come capo del popolo, al pi piccolo vassallo. Tutta la societ dei liberi, cio forniti di terra propria, grandi o mezzani, parve poggiare su basi volontarie e contrattuali.
Tutto questo, nato da germi antichi, romani e germanici, e forse universali (forme consimili di rapporti, presso tutti i popoli, in certa fase del loro sviluppo), giunse a perfezione e maturit in Francia prima che altrove, anche in conseguenza delle formidabili e continue minacce di guerra che su quel paese sovrastarono nel 200 da parte degli Arabi: per cui i Re e i Grandi franchi dovettero chiamare a raccolta molti fedeli, dar loro la possibilit di militare a cavallo e con armi da cavaliere, compensarli e indennizzarli largamente per lunghi e lontani servizi, prender alle chiese dopo aver esaurito le terre del Fisco, per distribuirle ai fedeli, secondo i modi soliti alle chiese. Ma il feudo si diffonde rapidamente in tutta l'Europa romano-germanica, un po' per lo sviluppo di quei germi romani e germanici che da per tutto esistevano, un po' per influsso franco esercitato con l'esempio e con l'opera di governo dai Carolingi. Comincia ad esservi, dopo il disfacimento dell'Impero romano e agli albori delle nazioni, una azione specifica di questo o di quel popolo sopra le istituzioni e la cultura europea: anche in rapporto a quella maggiore unit di cui sopra. E la Francia precede gli altri in questa azione, appunto perch fra le tante nazioni in via di costituirsi,  quella che per prima mostra i suoi precisi lineamenti e prima raggiunge un forte assetto politico e si rende capace di imprimer il suo suggello su parte d'Europa.


2. - DECADENZA DI UOMINI LIBERI E DI RE.

In tal modo, la massima parte della ricchezza fondiaria, l'unica o quasi unica ricchezza del tempo, spostandosi e concentrandosi, aveva alimentato di s una nuova e potente aristocrazia, interposta fra il Re e la massa dei sudditi. Ai quali, Re e sudditi, tocc una triste sorte. Poich, in siffatte condizioni di economia, senza terra non c' n ricchezza n forza n mezzo alcuno di vita autonoma, cos la massa della gente libera discese ad uno stato di semiservit, non diverso da quello degli antichi coloni che gi la legislazione imperiale romana aveva legato ereditariamente alla terra, per impedirne l'abbandono. Degradati da alloderi a coltivatori di terra altrui, furono gravati di oneri che si avvicinavano sempre pi a quelli dei servi, anche quando perdurava per essi la qualifica di "liberi homines". Gli antichi schiavi sono innalzati, ma i liberi sono stati depressi. Il Medio Evo quasi identifica propriet e libert. Indipendentemente dallo stato giuridico, i pi dei coltivatori di terra altrui sono una massa abbastanza omogenea, con pochi diritti e molti doveri. Hanno un pane e un ricovero, ma nessuna sufficiente protezione giuridica. Come avrebbero potuto sfuggire a questo destino? Pi tardi, la citt che si apre e d lavoro e protezione a chiunque la chieda, le attivit commerciali ed industriali concorrenti a quelle della terra, gli interessi e le ideologie liberali della borghesia ridaranno ai contadini ed ai servi tutti la libert personale. Ma allora, chi non aveva terra propria "doveva" coltivare terra altrui e accettare la legge altrui. L'azione protettiva dello Stato era lenta e inefficace, per mancanza di mezzi finanziari, per deficienza di organizzazione, per la distanza che paralizzava ogni buona volont. In tale assetto sociale, la religione, consigliando la rassegnazione ai mali e la obbedienza assoluta, agiva anche essa come forza deprimente e in senso favorevole alla servit, sebbene a molti affrancamenti la Chiesa desse il suo suggello. Gli uomini di lettere, per lo pi chierici, vuoi che fossero parte dell'aristocrazia fondiaria, vuoi che traessero ispirazione dalle idee morali del tempo, professavano e diffondevano dottrine per cui la divisione degli uomini in classi, anzi in caste, l'obbligo degli uni di pregare e combattere, degli altri di lavorare pel mantenimento dei primi, degli uni di comandare, degli altri di obbedire, appariva cosa naturale, benefica, necessaria. Di qui, osservando il problema solo schematicamente, la servit medievale di buona parte della popolazione agricola. Vi furono paesi in cui il non posseder e coltivar terra propria fu presunzione di servit, ed in ogni uomo che non possedesse di suo si vide un servo che altri poteva rivendicare.
D'altro estremo, il Re, impoverito (mentre il sistema tributario  ancora tutt'affatto rudimentale, come rudimentale  ancora l'economia monetaria), premuto dai Grandi, quasi segregato dalla massa dei sudditi suoi che ora sono o servi o variamente legati con un vincolo personale ai loro signori cui prestano servizi di ogni genere; il Re ha perso molta o quasi tutta la propria capacit d'azione e libert di movimento. La sua voce giunge al popolo da lontano, ed in un'atmosfera rarefatta. Ch se i grandi vassalli gli si ribellano, essa non giunge affatto: anzi, la loro ribellione si tira dietro quella dei dipendenti, non ostante la riserva della obbedienza al Re, contenuta esplicitamente nel patto feudale. Come ha perduto quasi ogni importanza economica e politica la classe dei semplici liberi, cos ne ha perduta il Re: due fatti che sono un solo fatto o hanno per lo meno stretta interdipendenza, come parti o momenti di un processo storico unitario. Sottratto il popolo alla dipendenza immediata del Re, il Re  rimasto senza base; indebolitosi il Re, il popolo  rimasto senza protezione. Abbiamo cos qualche secolo in cui l'attivit statale, cio attivit emanante dal centro e volta a fini generali,  assai debole o nulla. La legislazione langue. Le leggi son povere e rozze e si va avanti con quelle antiche, coi Capitolari carolingi, con i vari codici barbarici, con poche norme di diritto romano e canonico, con le consuetudini locali. E' un altro segno della debolezza e discontinuit del potere regio e del lento ritmo di vita, non ostante il superficiale tumulto, di quella societ contadinesca, terriera e, non ostante la sua grande uniformit spirituale che era anche effetto della sua uniforme struttura, incoerente e atomica. L'aristocrazia impera, cio i grandi proprietari. Essi hanno dato una certa sistemazione alla loro ricchezza fondiaria e resala idonea a maggior capacit produttiva; hanno acquistato un gran numero di vassalli, e vengono anche creandone dal basso, dando armi e cavalli a gente di condizione servile; promuovono senza tregua la costruzione di castelli nei centri pi importanti del loro patrimonio, a scopo di protezione dei contadini e della terra e a scopo di potenza propria. In tali condizioni, essi conquistano l'un dopo l'altro gran parte degli attributi della sovranit: cio, oltre i diritti patrimoniali che a loro competono, come proprietari, sopra i contadini delle proprie terre; oltre i diritti feudali che a loro competono come signori sopra i vassalli; anche i diritti pubblici che sarebbero dello Stato ma che lo Stato sempre meno pu esercitare. Un po' essi li usurpano ad esso; un po' esso li riconosce a loro.
Poich non si tratta solo e semplicemente di violenza e di ribellione ma di tutto un complesso procedimento storico che, facendo dell'aristocrazia fondiaria una forza prevalente e, in certo senso, necessaria e utile pel governo dei popoli, concorre a metter il potere pubblico nelle sue mani. E' come un nuovo inquadramento giuridico e politico della societ, connesso con quella specie di grande rivoluzione economica che si era compiuta per la decadenza dell'economia di scambio e il concentramento della ricchezza fondiaria. I grandi proprietari cominciano col riscuotere essi, per il Re, le imposte pubbliche che gravano su le persone viventi sopra i loro beni propri e feudali; col condurre essi all'esercito gli uomini obbligati al servizio militare; col regolar essi le prestazioni di opere che lo Stato imponeva per riattare le vie, i ponti, le mura. Il funzionario pubblico era quasi messo alla porta. Tutto questo si chiama immunit. Poi, altri passi avanti: diventano gli esecutori delle sentenze pronunciate dal giudice pubblico contro i loro uomini, riscuotono per s ci che compete allo Stato, finiscono con l'essere essi i giudici delle querele e reati dei loro dipendenti, prima dei servi, poi dei liberi. Diritto pubblico e diritto privato, cos, si fondono. Propriet e giurisdizione coincidono. A questo punto,  pienamente formato quello che si dice "feudo". Ogni proprietario e signore si  assimilato ad un pubblico funzionario.
E viceversa. Cio avviene che anche gli autentici funzionari, innanzi tutto i Duchi, Marchesi, Conti, si vengano nel corso del Nono secolo assimilando ai signori feudali, cio ricevano l'ufficio dal sovrano come un feudo, insieme con la provincia o circoscrizione in cui si esercita. In tal modo, la provincia, con le sue entrate, viene ad essere come un beneficio, un corrispettivo dell'ufficio stesso; e gli amministrati per conto del Re si mutano in vassalli del Marchese o del Conte. Si accentua cos ancor pi la trasformazione della societ in senso feudale. Centinaia di diplomi regi e imperiali noi abbiamo che creano o, meglio, sanciscono questo nuovo ordine giuridico: a signori secolari, a Vescovi, Abbati, Capitoli. Il diritto del Re o dell'Imperatore rimane salvo. Anzi, l'intervento dall'alto deve servire appunto a salvare quel diritto. Ma non  esclusa la tendenza, da parte dei concessionari, di limitare sempre pi il diritto del Sovrano; di metter sempre condizioni alla sua facolt di riprendersi ci che ha dato; di mutar in cosa propria ed ereditaria quanto essi hanno ottenuto temporaneamente personalmente e revocabilmente. Ci, almeno, per quanto riguarda i signori secolari. Comincia, questa tendenza, in alto: e gi nell'877, Carlo il Calvo aveva dovuto riconoscere, col capitolare di Kiersy, l'ereditariet degli uffici maggiori, con i benefici annessi. Seguita, poi, pi in basso, un gradino dopo l'altro della scala feudale. Donde, per rimedio, una politica di Re e Imperatori, specialmente dal Nono e Decimo secolo in poi, che cerca di sostituire Vescovi a Conti laici e poggiar la propria autorit sopra questo meno vacillante fondamento: donde nuovi problemi, che poi matureranno, nei rapporti col Papato.


3. - LO STATO FEUDALE - LA CHIESA NELL'ETA' FEUDALE.

In tal modo, la nuova macchina, lentamente montata, sfugge sempre pi all'azione dello Stato ed  essa arbitra dello Stato. Sono, in Germania, specialmente feudatari secolari, essendo li ancora pochi i vescovadi; in Italia, accanto a grandi casati, molti e potenti Vescovi e Arcivescovi ricchi di terre, di vassalli, di potenza; in Francia, secolari ed ecclesiastici. Di un governo centrale non sentono, di solito, nessun bisogno: anzi, ne diffidano e vigilano perch non si rafforzi troppo. Concordi in questo; concordi nel minar il terreno sotto i piedi di un Re che voglia essere Re e procurarsi una base propria di potenza e contrapporre funzionari suoi ai feudatari e assicurare ai propri discendenti il trono; essi si dividono, si raggruppano, si combattono in tempo di designazione o elezione regia. Di lealismo monarchico non pu ancora parlarsi, essendo le dinastie troppo recenti ed il Re troppo al livello dei Grandi, dalle cui file esce. Di sentimento nazionale neppure, essendo le nazioni, nel significato naturalistico che la parola aveva al tempo della conquista, sgretolate; e ancora non nate le nazioni, nel significato morale e moderno della parola, quali risulteranno dalla perfetta fusione dei diversi elementi etnici, dallo sviluppo dei vari tipi di colture nazionali, dalla comunanza degli eventi storici, dalla coscienza di questa propria e caratteristica coltura e di questa comunanza. Meno che mai le varie aristocrazie hanno idee di bene generale o pubblico. Forze antistatali e particolaristiche tutte quante. O meglio, lo Stato non lo concepivano se non in questa maniera.
E' lo Stato feudale, col suo centro di gravit non nel Monarca e nei suoi organi, curatori del bene di tutti, ma nei grandi possessori, nei grandi feudatari, nei Vescovi eccetera: conglomerato di forze senza concordia, disciplina, cemento. Se una concezione e aspirazione diversa dello Stato affiorava vagamente su le coscienze, era fra la gente di Chiesa che cercava chi la difendesse da nemici pi temprati e attrezzati per la lotta; era tra quella gente del secolo che viveva fuori le strettoie della societ feudale, attendendo ai suoi piccoli traffici, o fra chi ne sentiva sopra di s tutto il peso, cio la classe dei contadini, del cui lavoro, esclusivamente, tutti, gli uni sovrapposti agli altri, vivevano. La guerra o guerriglia feudale era, per due terzi, rapina di beni ecclesiastici, taglieggiamento di mercanti, distruzione di raccolti. Nel Decimo e Undicesimo secolo, quella concezione e quell'aspirazione si manifestarono rozzamente nella consuetudine invalsa della "tregua di Dio", che la Chiesa imponeva nei momenti in cui l'anarchia feudale, cio il travaglio di una societ senza contrappesi ed equilibrio, era pi violenta. Borghesi e contadini caldeggiavano anche essi queste tregue, anzi cercavano al bisogno di farle rispettare con la forza. Cos specialmente in Francia, dove pi che altrove si svolse attorno alle Chiese quella solidale azione di clero e di popolo. Ma tali forze d'ordine, di pace, di legalit, vagamente solidali col Re e Imperatore, erano ancora poca cosa. (E quando cresceranno di numero e di energia, avranno anche esse una storia di lotte, non solo contro il mondo feudale ma anche entro di s, nel faticoso processo di differenziarsi e gerarchicamente disporsi. Forse la pace  l'ideale di quelli che nulla possono e di quelli che tutto possono!).
In tali condizioni, anche l'organamento chiesastico si rilassa, si sconnette, quasi si polverizza, e la Chiesa entra, come lo Stato, in una fase di particolarismo che  di decadenza materiale e morale. Molto cammino in senso unitario, si era fatto nei secoli precedenti. Ma adesso, viene come a mancare l'impulso dalla periferia al centro e dal centro alla periferia. Ogni ente ecclesiastico pare che si chiuda in s, non senta pi i richiami dall'alta e attorno, tenda ad amministrare e godersi da s i propri beni, a seguir propri riti o forme di culto, a uniformarsi all'ambiente e lasciarsene assorbire o permeare. Le piccole chiese rurali, circondate dal grande possesso in formazione, ne sono attirate e vi si inquadrano. Vescovadi e monasteri diventano organismi secolareschi. Avevano ricevuto molti doni di terre: ma spesso, specialmente i monasteri, da grandi famiglie che volevano acquistarvi ingerenza. Si erano poi circondati di vassalli, avevano ricevuto dall'Imperatore o dal Re ogni sorta di giurisdizione su le loro terre e anche su i liberi delle citt, al posto dei Conti. Cos era accaduto, dalla fine del Nono secolo, ai Vescovi di Parma, Reggio, Arezzo, Trento, Novara, Vercelli, Aquileia, Ratisbona, Spira, Colonia, Reims, Lione eccetera Ma tutto ci provocava sempre pi le cupidigie dei potenti; determinava dentro vescovadi e capitoli e monasteri la formazione di una aristocrazia di ufficio, anche essa aspirante alla ereditariet; traeva i prelati nell'orbita del Re, da cui ricevevano l'investitura dell'ufficio e anche spingeva Re e Principi, patroni e vassalli ad ingerirsi nelle cose interne delle chiese ed esercitarne pi o meno apertamente e direttamente il governo, a nominar Vescovi e Abbati, a disporre di benefici e di prebende, a esigere per s le decime. Quel che era antico diritto o antica consuetudine della Chiesa in rapporto ai fedeli, cade. Il popolo della citt o del villaggio ha poca voce o nessuna nelle cose della cattedrale e della sua parrocchia; Vescovi e Abbati raramente assumono l'ufficio in seguito ad elezione del clero cittadino o dei frati raccolti in Capitolo. L'aristocrazia impera anche in questo campo. In ogni Regno, vi  qualche centinaio di famiglie che dispongono nel tempo stesso dei feudi e uffici civili, dei benefici e uffici ecclesiastici. Nell'ambito delle proprie terre, poi, hanno chiese proprie, di loro fondazione, che sono parte integrante della "curtis", come il mulino, come il frantoio, per i bisogni del dipendente.
Si videro allora le alte cariche ecclesiastiche date a rozzi uomini d'armi che non hanno mai letto il Vangelo e non sanno di latino, dissipatori del patrimonio loro affidato a vantaggio di partigiani o vassalli, sempre coinvolti in lotte di preminenza, in cause giudiziarie eccetera. Il basso clero, specialmente quello rurale delle chiese private, avvilito, corrotto, ignorantissimo, fatto strumento di bassi servizi al padrone e signore. Mogli e concubine, parenti e figli viventi a carico delle chiese, essendo ora pi che mai il celibato dei chierici un pio desiderio ("Se io volessi cacciare dal chiericato tutti gli uomini dalle molte mogli, chi vi lascerei, se non ragazzi?". Cos scriveva il vescovo veronese Raterio, che nel Decimo secolo molto si travagli per correggere il suo clero diocesano). Chiese e monasteri caduti in disordine amministrativo, pieni di debiti, ricetto di criminali che voglion assicurarsi l'impunit e viver a buon mercato. I compiti morali della Chiesa, come l'istruzione, il soccorso ai poveri, la cura degli infermi o l'ospitalit dei pellegrini, l'assistenza spirituale, quasi abbandonati o assai trascurati, con rovina di quelle istituzioni di beneficenza che la piet aveva eretto ed affidato alla Chiesa; come naturale reggitrice. La discordia dei fedeli entrata entro la famiglia ecclesiastica, fra alto clero ricco, e basso clero miserabile, fra Abbati e frati, Canonici e Vescovi, monasteri e vescovadi, Vescovi e Metropoliti, Metropoliti e Pontefici. Il popolo estraniatosi dalla Chiesa, incline ad insorger contro i prelati, ad alimentar germi di eresie, ad invocar una riforma che spazzi via il marcio, ridia alla comunione dei fedeli la partecipazione al governo della Chiesa, secondo l'antico uso....
E come Imperatori e Re erano esautorati di fronte all'aristocrazia, cos i Papi di fronte alla gerarchia. La organizzazione monarchica della Chiesa non fa progressi in questi secoli. E, fors'anche, parte del lavoro gi fatto da grandi Pontefici come Gregorio Magno e poi da quei successori che si appoggiano ai Carolingi e al rinnovato Impero, si annulla e bisogner pi tardi, con l'undicesimo secolo, farlo daccapo. Niccol I che tiene testa fermamente a Lotario Secondo di Lotaringia ed ai suoi Vescovi, a favore della moglie di lui minacciata e invocante giustizia dal Pontefice; Giovanni Ottavo che afferma la subordinazione dell'Impero alla S. Sede, prende parte assai attiva nella elevazione di Carlo il Calvo a Re di Francia ed Imperatore, e chiede la esecuzione integrale degli atti di donazione carolingi e comincia a richiamarsi anche alla donazione di Costantino (che poi  falsa) e combatte con le sole sue forze i Musulmani giunti fin sotto Roma; questi due Papi sono gli ultimi che lasciano visibile segno di s e guardano con certa larghezza alle cose del mondo. Anche ai Papi viene quasi a mancar il terreno sotto i piedi, dato che le chiese tutte vivono la vita dei grandi e piccoli feudi, son legate anche esse alla gleba, al villaggio, alla corte signorile, al castello, al comitato, inquadrano vassalli e cittadini, dipendono da Re e Grandi. Vi sono poi le maggiori chiese che voglion essere autarchiche. Vi sono Patriarchi e Arcivescovi, come a Milano e Ravenna, che si tengono in atteggiamento quasi di rivalit col Papa. E solo qua e l, dalla fine del Nono secolo, si comincia ad alzare qualche voce che invoca protezione dal capo della Chiesa e quindi maggiore e pi universale autorit papale. Si tratta di Vescovi e gruppi di ecclesiastici che si sentono oppressi dai grandi Metropoliti, gravati dal Re e dai feudatari. Cos in Francia. Dove appunto, per difendere i Vescovi contro i Metropoliti, per negare a questi il diritto di disporre ad arbitrio delle diocesi e, indirettamente, per esaltare il Papa e dargli forza, per far apparire antica, tradizionale, voluta dagli Apostoli e dai Padri la piena podest pontificia, si compilano, verso la met del Nono secolo, raccolte di falsi e veri documenti, delle quali molto si giover poi la Curia romana per assodare il suo assolutismo nella Chiesa e affermar la propria superiorit sui troni. Voci simili, fra poco, invocheranno dal basso l'Imperatore e aspetteranno aiuto dai Re. Cio, da una parte si vuol ritrovare o ricreare una pi ferma legge; dall'altra ricostruirsi una pi larga e coerente base.


4. - L'ITALIA E IL REGNO D'ITALIA ATTORNO AL MILLE.

Siffatto sgretolamento degli Stati, che procede di pari passo ed in stretta connessione con il consolidarsi delle aristocrazie e col divenir esse il centro di gravit economico, sociale, politico dei vari popoli, noi lo troviamo ora, pi o meno, in buona parte dell'Europa romano-germanica. Dopo qualche secolo, anche fra Slavi e Magiari. Non  solo e da per tutto un regresso, come potrebbe credersi guardando certe manifestazioni pi appariscenti del fenomeno. Poich esso vuol dire maggiore aderenza, pi intimo contatto stabilito, dopo qualche secolo, fra i nuovi abitatori ed i paesi di occupazione. Quelle genti che erano poco pi che accampate sui vari territori ora vi mettono radici, spostando cos i loro originari centri di gravit e allentando il legame che li stringeva prima al Capo. Quei rozzi e inorganici conglomerati di genti tenuti insieme da rapporti essenzialmente personali e di stirpe, ora perdono qualcosa della superficiale unit antica ma si avviano, identificandosi col paese, segnando a s pi precisi confini, sviluppando la loro agricoltura, organandosi nei vasti possessi fondiari, a costituire i nuovi Stati territoriali e nazionali.
Ma specialmente visibile, questo disfarsi dello Stato, in Italia, che pure, sotto molti rapporti ed anche sotto il rapporto economico, era paese pi progredito degli altri. Segno manifesto che in quel fenomeno politico si rifletteva, si, la struttura economico-sociale del tempo, ma anche altre condizioni e circostanze si rifletteva tutta la complessa vicenda di quelle genti che non erano ancora un popolo, tutta la variet e molteplicit degli elementi etnici - un po' preesistenti a Roma un po' portati dalle molteplici invasioni - e delle forze politiche che avevano operato e operavano nella penisola da secoli e millenni, Arabi in Sicilia e, con brevi dominazioni, in Puglia, Campania, Sardegna, Corsica; Bizantini in Puglia e Calabria, nell'Esarcato e in Sardegna; principati longobardi a Benevento, Capua, Salerno, con momenti di larga espansione fin quasi al Jonio; citt marittime assai autonome e libere, o quasi, da intrusioni germaniche e da ordinamenti feudali (Amalfi, Venezia e, un poco, Napoli, Gaeta eccetera); Chiesa romana, col suo ancora rudimentale Stato e la sua gi operante azione corrosiva su ogni forza unitaria; grandi Metropoliti, come quelli del Regno d'Italia (Ravenna, Milano, Aquileia), che si atteggiavano, di fronte al Papa, come i grandi signori di fronte al Re; ortodossia greca nelle provincie del sud, ormai in rotta col cattolicesimo romano; il nord ed il centro della penisola, patria della pi turbolenta ed eslege e particolaristica feudalit. La conquista franca ne aveva accresciuto il numero, la variet, gli interni contrasti; mentre, per un altro verso, aveva turbato e interrotto il faticoso processo di consolidamento dello Stato.
Imperavano, nel nord e centro, una dozzina di funzionari-signori, come i Marchesi e Duchi di Toscana, di Ivrea, del Friuli, di Spoleto eccetera, sorti nella prima met del Nono secolo su la base di preesistenti circoscrizioni territoriali, pi o meno modificate e ingrandite, a mano a mano che le necessit della difesa lungo le frontiere imponevano qui una organizzazione pi solida. Fra essi, emergono nel Decimo e Undicesimo secolo anche alcune singolari figure di donne, forti di energia virile e di seduttrici arti femminili: caratteristica manifestazione di costume italiano, in quella et ferrea. Cos Ermengarda, marchesa di Ivrea, che qualcuno allora consider causa prima delle discordie italiane. Cos Berta, Beatrice, Matilde di Toscana, cui obbedivano terre e castelli dalle foci del Po alle foci dell'Ombrone. Cos Teodora di Roma, della potente famiglia di Teofilatto, che ambiva ricollegarsi alla Gente Giulia, ma che era emersa a grande importanza al principio del 900, in virt di alti uffici amministrativi e del comando della milizia. Cos Maria o Marozia, figlia di Teodora e moglie, prima, di Alberico di Spoleto, un avventuriere franco calato in Italia con re Guido e riuscito a far fortuna; poi, di Guido marchese di Toscana; poi ancora, di re Ugo, fratello di Guido. Accanto a costoro, Vescovi potentissimi e influentissimi anche essi, specialmente in Lombardia, con alla testa l'Arcivescovo di Milano, cui spettava di cinger della corona ferrea i nuovi Re a Pavia. Fra il Nono e il Decimo secolo, questi Vescovi, aspirando ormai a soppiantar i Conti secolari ed operando con certo spirito di corpo in opposizione alle grandi famiglie marchionali e ducali, gi disponevano del Regno e, per conseguenza, anche dell'Impero; poich l'incoronazione di Pavia era avviamento all'incoronazione romana.
Fra tutte queste forze politiche, cos diverse l'una dall'altra, nessun durevole vincolo di solidariet, salvo che, qualche momento, nei confini del Regno, negativa, di fronte e contro la Corona. Lo rendevano difficile la stessa posizione geografica e la forma allungatissima del paese che creavano una molteplicit grande di fronti, l'uno indipendente dall'altro. Il pericolo arabo, fortissimo nel Mezzogiorno, era poco avvertito nella valle del Po; degli Ungheri che irrompevano dalle Alpi Giulie, giungeva appena un rumore lontano nel sud, oltre il Lazio. E non molto oltre il Lazio, a nord, giungevano le ripercussioni dell'attivit politica e militare dei Greci che, nel decimo secolo, si rifanno vivi nel sud. Aggiungi le diverse e opposte suggestioni che venivano da principi e feudatari della vicina Francia e, ormai anche da parte dei Tedeschi che, volendo guadagnare terre nella penisola e dignit regia e imperiale, avevano interesse a farvisi un partito.
Per opera della oligarchia feudale, che si accampa da padrona nel territorio del Regno d'Italia, noi assistiamo qui, fra l'887 ed il 960 circa, ad una rapida e confusa fantasmagoria di Re. Berengario duca del Friuli, eletto nell'887, pi volte abbandonato da tutti e costretto a fuggire (nell'899, in seguito ad una tremenda rotta che tocc dagli Ungheri sul Brenta); pi volte ritornato al potere e caduto in ultimo sotto i colpi di un suo vassallo. Guido, duca di Spoleto, che, mancatagli la ambita corona di Francia, venne a conquistarsene una in Italia e, dopo vinto Berengario, fu eletto a Pavia da una assemblea di Vescovi, invocante dai vassalli obbedienza al nuovo Re e dal nuovo Re la pace del Regno, la protezione delle chiese e degli umili (889). E contemporaneamente e successivamente, Lamberto di Guido, che pare si dividesse col reduce Berengario il Regno; Ludovico re della bassa Borgogna (Provenza), che due volte cacci Berengario e due volte ne fu cacciato, sui primi del 900; Rodolfo duca dell'alta Borgogna, vincitore di Berengario nel gli, ma poi abbandonato alla sua volta dai partigiani suoi, per gli intrighi di Ermengarda e di Berta e del marchese di Toscana; Ugo di Provenza che, con il loro aiuto, occup e tenne il Regno una quindicina d'anni; Berengario di Ivrea, figlio di Ermengarda, fuggito in Germania per paura di Ugo e poi tornato con aiuti tedeschi e accolto come un trionfatore dal popolo e dai Grandi: Lotario, figlio di Ugo, re prima insieme col padre, poi insieme col secondo Berengario e morto forse di veleno; Adalberto, figlio di Berengario e suo compagno di trono....
Non tutti Re travicelli, costoro. Accanto ad uomini deboli, come il primo ed il secondo Berengario, che resistevano ai Grandi solo largheggiando di favori e quindi incoraggiandone la baldanza, altri vi era che, alla forza ed alla frode altrui, contrapponeva forza e frode. Fama di energia grande lasci di s Lamberto figlio di Guido, nel duale molto sperarono i Vescovi e il Papa, per la riforma degli abusi ecclesiastici e la restaurazione di Roma (morto nel 898). Pi profonde tracce lasci di s Ugo di Provenza, re di grande ambizione, abilit, vigore; uomo di virt e di vizi egualmente fuor del comune, che per molti anni, fra il 926 e il 944, tenne testa alla sorda guerra dei Grandi. Ma il ritorno dell'esule Berengario interruppe l'opera. Erano, in una societ cos fatta, sforzi vani. Mancava l'"ubi consistam", per far leva; mancavano cio altre forze sociali, interessate a sostener il sovrano e capaci di serrarsi attorno a lui come tutore dell'ordine, della legalit, della pace. E in quanto ai Grandi, essi costituivano un elemento quanto mai instabile e fluttuante, facile a raggrupparsi e facile a disciogliersi, pronto a buttarsi da una parte e poi subito dalla parte opposta, sempre sul chi vive gli uni di fronte agli altri e tutti di fronte al Re, considerato nulla pi che un "primus inter pares". Se egli era in istrettezze, essi mettevano a prezzo il loro aiuto. Se era battuto da un nemico esterno, lo abbandonavano per farsi incontro al pi forte e contendergli uno di essi la corona. Se, viceversa, accennava a voler imporre una sua legge, essi lo scalzavano chiamando altro aspirante. Un battagliero scrittore del tempo, Liutprando vescovo di Cremona, lasci scritto che i feudatari italiani tenevan a freno il Re col timore di altro Re e preferivano averne due per non dover obbedire a nessuno.... Qualche Re, come Ugo, cerc crearsi questa pi ferma base, sbarazzandosi di pericolosi feudatari e dando a persone di sua famiglia i feudi maggiori. Ma non era con sostituzione di persone che poteva crearsi un nuovo ordine. Qualche altro, e un po' tutti, innalzavano i Vescovi, per farsene schermo contro i secolari. Era un po' secondare lo spontaneo processo storico che portava i Vescovi al timone della vita civile, specialmente nelle citt; un po' perseguire una determinata politica ed imprimere un determinato corso agli eventi. Nei Vescovi, per quanto anche essi viventi la comune vita dei feudatari ed uscenti quasi tutti dalle grandi famiglie feudali, era qualche maggiore coerenza e fermezza; era difficolt o impossibilit di consolidamento ereditario del potere; era, specialmente, maggior desiderio di ordine e di governo non effimero. I due Berengari fecero anche ricorso ai Tedeschi, per ricuperare il trono dopo perdutolo. Non trovando nella penisola il punto d'appoggio, lo cercarono fuori. Ma il rimedio era peggiore del male e si risolse a tutto loro danno. Fu, non dir provocato, ma affrettato l'intervento dei Re di Germania nella penisola, prima di Arnolfo, poi di Ottone: altra scossa, altra crisi, altra intrusione di elementi e forze estranee. Ecco, ridotto a poche figure principali, il visibile quadro della vita italiana nella fase culminante di quello che si suol chiamare Medio Evo. Quadro semplice a prima vista. Ma potenzialmente e germinalmente assai complesso. Gi si avverte che, sotto quella apparente rovina, sotto quel caos di forze che ribolle alla superficie, a cui sembra che manchi ogni consapevolezza e direzione e funzione, sta maturando un ordine che  per un verso restaurazione, per un altro  creazione nuova e ricca e dinamica, a cui quel caos ha servito da necessario e benefico tramite e un po' anche da incitamento.
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FINE Parte 1.